Fogli e Parole d'Arte

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il 23 ottobre 2007.

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Lasciar tracce: documentalità e architettura, di Maurizio Ferraris


 Maurizio Ferraris è tra i più noti e influenti filosofi italiani e ha il grande merito di provare con frequenza sconfinamenti dal suo ambito, o forse meglio, estensioni intellettuali che contengano sia il pensiero sia le cose. Allievo di Gianni Vattimo, il teorico del pensiero debole, Ferraris si è progressivamente allontanato dal maestro e da quelle teorie, che constatano di fatto un cedimento della filosofia nel mondo delle tecnologie, e ha riproposto negli ultimi anni un pensiero forte che porti avanti un nuovo realismo. L'editore Mimesis gli ha affidato una collana intitolata appunto “Nuovo realismo” e in questa collana è stato pubblicato “Lasciar tracce: documentalità e architettura”.

Intellettuale profondo e legato alla contemporaneità, Ferraris è un personaggio ideale per affrontare temi complessi come il rapporto tra varie discipline, e la sua capacità di divulgatore ne fa il protagonista ideale di conferenze e incontri. In questo caso, la facoltà di Architettura di Napoli lo aveva invitato a un incontro con i docenti e gli studenti e dalla relazione di Ferraris e dal dibattito successivo è stato confezionato questo libro di neppure 100 pagine che contiene, pur nella apparente semplificazione dei temi, alcuni spunti notevoli.

Il titolo riprende una delle opere più note di Ferraris, “Documentalità. Perché è necessario lasciar tracce”, e ovviamente la prima considerazione è che tra le tracce del passaggio umano, le tracce architettoniche sono tra le più visibili e consistenti. Tuttavia, mentre questo aspetto ritorna nel dibattito e diventa pretesto per cercare un collegamento “facile” tra il discorso filosofico e quello “artistico”, nella relazione di Ferraris l'argomento più interessante risiede nelle considerazioni che il filosofo fa sul design e sull'architettura di oggi. Il tono è discorsivo, a volte umoristico e aneddotico, ma sempre dominato da una capacità sintetica e allusiva che potrebbe ricordare un poco lo stile (inimitabile) di Umberto Eco.

Nella sua relazione, Ferraris aveva proiettato diapositive per visualizzare alcuni argomenti; anche se rimpicciolite, appaiono nel libro e forniscono un supporto visivo essenziale. L'inizio è dedicato all'architettura in sé e c'è subito un aneddoto sui rapporti tra Peter Eisenman e Jacques Derrida, dai quali si è spesso dedotta una del tutto ipotetica congiunzione tra il decostruzionismo filosofico e il decostruttivismo architettonico (che è invece, a mio parere, un costruttivismo espressionista). Sorprendentemente, il filosofo era molto più pratico dell'architetto; racconta Ferraris che nella collaborazione tra i due “a un certo punto è Derrida che comincia a preoccuparsi del funzionamento del progetto, degli spazi da coprire, di come ripararsi dalla pioggia” (pag. 22) e dice ad Esisenman che d'ora in avanti di queste cose materiali si occuperà lui. Il paradosso piace a Ferraris, che qui sembra forzare un discorso sulla funzionalità come dato necessario dell'architettura e sulla sua troppo frequente scomparsa nelle architetture e soprattutto nel design moderno. L'atteggiamento è quello dell'uomo comune davanti allo spremiagrumi di Starck, che “non riesce a spremere gli agrumi ma ti sporca soltanto il tavolo della cucina” (pag. 35), ma in questa pretesa di normalità accampata dal filosofo è sottesa una grande capacità di giocare con le parole e di portare avanti ragionamenti complessi basati su elementi semplici.

Lo stesso accade nelle frequenti battute sulle opere d'arte conservate nei Musei di arte contemporanea, davanti alle quali tutti cercano di dire “che bello”, mentre in realtà non capiscono neppure di cosa si stia parlando. Ferraris sembra oscillare tra un atteggiamento spiritoso, che minimizza le trovate degli artisti, e una qualche accettazione delle tendenze più stravaganti.

Anche mentre insiste sulla scarsa funzionalità degli oggetti (e porta tra le diapositive una foto di camera d'albergo, con un televisore che nessun cliente sa accendere perché il tasto on/off è invisibile), Ferraris sta lanciando degli spunti didattici notevoli, che potrebbero davvero far ragionare uno studente sui meccanismi impliciti al progetto e legati a una situazione, a un contesto, a un luogo. Si diverte, naturalmente, e lancia una teoria sui progettisti fantasmi di IKEA che diventa un divertentissimo sfoggio di intelligenza e di pragmatismo.

Dopo l'architettura minore del design, Ferraris rientra sul tema delle tracce e racconta di cose che ha visto e di cose che sa sulla resistenza al tempo degli oggetti architettonici, come le piramidi o i bunker (qui definisce scorrettamente “torre antiaerea” il massiccio bunker nazista acquistato dal collezionista d'arte Boros a Berlino); in realtà, il filosofo scivola quasi subito sul suo terreno preferito negli ultimi anni, il fenomeno attuale della registrazione continua, dell'archiviazione dei dati su PC o su iPad o su piccoli supporti digitali.

Nelle pagine dedicate al dibattito, a parte due interventi di docenti locali che insistono abbastanza banalmente sulla capacità insuperabile dell'architettura di “lasciar tracce”, gli studenti presenti chiedono a Ferraris di esprimersi sull'architettura di oggi e di ieri e qui il filosofo sembra aprire una porta ottimistica verso un futuro fatto di oggetti meno “usa e getta” di quelli di oggi.

 

Scheda tecnica
Maurizio Ferraris, Lasciar tracce: documentalità e architettura, € 10,00, 2012, 93 p., Mimesis (collana Nuovo Realismo) isbn 9788857509907

 
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