Fogli e Parole d'Arte

Rivista d'arte on line, ha ricevuto il codice ISSN (International Standard Serial Number)
1973-2635
il 23 ottobre 2007.

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Andrea Bonavoglia (Roma)
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Paesaggio Costituzione cemento, di Salvatore Settis. Con una proposta

 

 

 

La Repubblica… tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione”
art. 9 della Costituzione

 

Paesaggio Costituzione cemento – la battaglia per l’ambiente contro il degrado civile di Salvatore Settis è un volume del 2010, prezioso per tutti “noi, cittadini”, dettato dall’amore per l’arte e il paesaggio che sono messi in stretto rapporto tra loro. Il patrimonio artistico e l’ambiente, che l’ha prodotto e nel quale s’inserisce, sono un tutt’uno e il libro evidenzia il valore etico, storico e il senso di tale unità, che altresì promuove il perfezionamento e la crescita culturale, individuale e sociale di cittadini protagonisti in una società più democratica, desiderosi di abbellire la propria “casa” circondandosi di un’armoniosa bellezza.

Non si vuole con ciò negare l’autonomia dell’arte, ma “rimuovere” la relazione delle opere con lo spazio e il tempo storico significa privarsi della piena comprensione dei fenomeni: un concetto ovvio, purtroppo però di rado inteso nel senso più giusto e pregnante di un patrimonio artistico quale “museo” vivente diffuso nel territorio e continuum di opere contenute in altre opere e in un paesaggio che non è una semplice cornice.

Il libro non è una generica presa di posizione a favore dell’ambiente (tra l’altro cerca di mettere ordine anche nell’uso dei termini: ambiente, paesaggio, territorio) ma svolge una puntuale analisi della storia della considerazione del paesaggio e della formazione di un corpus legislativo a esso relativo, soprattutto nel nostro Paese, da un lato e la situazione effettiva dall’altro.

“Il paesaggio è il grande malato d’Italia” (è l’incipit), di un Paese con la vocazione al suicidio (almeno da questo punto di vista), scrive Settis. Un Paese, il nostro, che vive tre paradossi: 1) al più basso tasso di crescita della popolazione corrisponde uno dei più alti tassi di consumo del territorio, 2) la presenza di leggi tra le migliori che non sempre trovano applicazione, 3) una rilevante tradizione civile di riflessione sul tema ma che non si riflette nella società, nello studio scolastico, ecc.

Sarebbe indispensabile una consapevole sensibilità nei confronti del problema. Invece “siamo sopraffatti”, ad esempio sul web, “da un’informazione ridondante che non sa trasformarsi in conoscenza, meno che mai in presa di coscienza”.

Un ostacolo nella difesa del paesaggio, che l’autore individua in maniera netta e precisa, sta nel conflitto tra enti diversi: Stato, Regioni, Comuni. Tra i primi due in particolare il conflitto è annoso e si è rinnovato e ulteriormente aggravato con le istanze più recenti del decentramento ispirato o spinto dallo pseudo federalismo.

Le leggi ci sono (persino troppe e con l’efficacia delle grida manzoniane), ma i conflitti di competenza provocano un margine di manovra per tutti coloro che intendono violarle. La difesa si perde di vista nella lotta dell’attribuzione dei poteri. Settis usa una formula incisiva: occorre passare dal “chi deve fare?” al “Che cosa necessariamente deve esser fatto (chiunque lo faccia) e per vantaggio di chi?”.

La bellezza della città è data anche dal paesaggio circostante, “un nobile paesaggio disegnato dalle nudi mani dell’agricoltore, dall’aratro e dal bue”. La distruzione del paesaggio ha origini lontane ed è stata talvolta giustificata da un malinteso spirito di “progresso”, del nuovo, del moderno, oltre che da una selvaggia industrializzazione.

Il degrado colpisce i più poveri, aumenta la disuguaglianza e genera comportamenti negativi, dalla trascuratezza al vandalismo, dettati anche dalla rabbia di una forzata emarginazione e dall’abituarsi a vivere nella bruttezza. Viene meno la cura e l’amore per il luogo dove si vive. Contro tale fenomeno la risposta repressiva non può essere l’unica soluzione.

Settis fa la storia della legislazione in difesa del patrimonio artistico dei vari Stati italiani, prima dell’Unificazione, notando che la posizione meno severa, o dunque più permissiva, era proprio quella dello Stato (il Piemonte) che si è imposto nel processo di unificazione, poi delle varie e successive leggi dell’Italia, seguite anche nel percorso della loro formazione e faticosa approvazione.

Settis individua il contrasto di fondo della “battaglia” per l’ambiente nell’opposizione tra la “pubblica utilità” e l’interesse privato. Il nemico è l’interesse privato che si esprime, e si concretizza, principalmente con la cementificazione.

Nel disprezzo dell’interesse pubblico lo Stato spesso asseconda l’idea della casa come bene rifugio, dell’investimento nel mattone, nel rilancio dell’attività edilizia come risposta alla crisi economica. Una crisi che nasce, guarda caso da una “bolla” speculativa legata al mercato immobiliare.

Eccoci giunti ai tre termini della questione: paesaggio, Costituzione, cemento.

Il baluardo è la nostra Costituzione. Essa inserisce la difesa del patrimonio artistico del paesaggio, come due facce di una stessa medaglia, nel medesimo articolo, l’art. 9, tra i dodici principi fondamentali che devono ispirare tutte le norme particolari della vita associata.

Nell’attribuzione delle competenze, nella giungla delle leggi particolari e della loro interpretazione, si crea la zona grigia dove prolificano deroghe, “piani-casa”, condoni, ecc.

“Il paesaggio esprime un tessuto etico e civico sedimentato nei secoli, riflette e determina l’ordine morale ed è perciò il luogo chiave della responsabilità sociale”. La sua salvaguardia è un dovere nei confronti, oltre che di noi stessi, delle future generazioni.

  


 

 

Una nota personale:
la perdita del paesaggio agrario in Toscana

Abbiamo cercato, attraverso le parole dell’autore e sperando di non essere incorsi in banalizzazioni o eccessive semplificazioni, di dare una minima indicazione dei contenuti del libro di Settis , la cui lettura, insostituibile, vivamente si raccomanda.

Mi permetto di aggiungere una modesta considerazione, secondaria e marginale, ma credo originale.

Per certi aspetti il paesaggio, penso a quello agrario, risulta “indifendibile”: non difendibile perché sottoposto, nella migliore delle possibilità, alla meccanizzazione delle lavorazioni, alla quale non si può rinunciare, che cancella il precedente disegno della campagna.

Allora, che fare?

Chi ha il doppio svantaggio di essere vecchio e di aver vissuto in campagna (escluso dalle opportunità della modernità e del “progresso” cittadini) ha il privilegio di aver conosciuto, e vissuto, un paesaggio che non esiste più.

La bellezza del paesaggio toscano, più o meno coltivato che sia, è oggi soprattutto rappresentata dai campi dove meno presente è il lavoro dell’uomo, boschi o addirittura zone incolte. Lì rimangono angoli suggestivi che sono legati al passato: strade poderali, argini, piccole macchie, vigne abbandonate.

È scomparso il paesaggio della collina toscana modellato dalle molteplici attività del lavoro agricolo. Per accorgersene occorre averlo conosciuto e averne rimpianto.

Oggi giustamente si cerca di difendere il territorio e la bellezza della campagna, dei borghi, delle cittadine, impedendo l’edificazione di fabbricati, parcheggi, ecc. (la costruzione, se vogliamo fare un esempio, di un supermercato vicino a una cattedrale romanica).

Si è verificata però una grave perdita, la perdita del paesaggio agrario tradizionale, della quale forse non c’è consapevolezza: non è stato conosciuto o se n’è perso il ricordo (né esiste una documentazione: chi poteva immaginare che sarebbe stato utile fotografare “le terre”)

Ciò è avvenuto “incolpevolmente”, nel senso che non c’è stato un disegno preciso e preordinato, è mancata semmai l’acutezza o la sensibilità nel percepire il fenomeno, e comunque non avrebbe potuto frenare processi che s’innescano da soli, processi dettati da leggi economiche che hanno una loro logica, alla quale solo un disegno o una volontà contrari possono contrapporsi con efficacia.


La lavorazione con mezzi meccanici si è imposta naturalmente e non era possibile opporvisi sul piano dei vantaggi economici, dell’enorme risparmio di tempo e di fatica umana. La meccanizzazione ha introdotto coltivazioni estensive caratterizzate da alte rese, eliminando inoltre lavori non remunerati (privi di frutto immediato, ma destinati a evitare effetti negativi nel tempo).

Sono scomparse le terrazze con più colture compresenti (le viti e gli alberi da frutto ad es.), sono scomparse le aie raschiate e battute, le fosse pulite, gli arginelli, i ciglioni, le terrazze, i sentieri, le siepi di canne; sopravvivono solo gli orti, prevalentemente in terreni pianeggianti, che ancora possono dare un’idea di quale aspetto avesse la campagna lavorata metro per metro, zolla per zolla.

Ogni asperità è eliminata, il terreno è sempre spianato. Le strade sono allargate e raddrizzate, le piccole salite, gli avallamenti, le curve, sono molto attenuati se non eliminati.

Un tempo ci si prendeva cura della terra con la vanga e la pala e il risultato era un ricamo con la bellezza del manufatto.

Sacrosanta è la protesta contro la speculazione edilizia, ma potrebbe essere importante anche recuperare, almeno con delle “oasi”, sia pure ormai artificiali, una forma di territorio ricca di bellezza e di storia.

Non sarebbe possibile conservare piccoli appezzamenti di terreno, destinati a tale scopo, in considerazione del valore di un simile “ritrovamento-riscoperta”?


Senza puntare il dito contro nessuno, si pone la questione di una percezione estetica del paesaggio agrario minore, non studiato e in pericolo di totale oblio.

Si potrebbero ricreare piccoli appezzamenti come musei all’aria aperta con altri intenti e fonti di sostentamento rispetto alla sola produzione economicamente vantaggiosa.

Potrebbero essere affidati a custodi-lavoratori terreni collinari, magari con casolari, espressione di una tipologia edilizia già studiata: la casa contadina che accompagna il “podere” nella conduzione a mezzadria della “fattoria” toscana. La casa con la stalla, e il celliere al piano terra, la scala esterna col portico, la grande cucina col focolare, le varie stanze fino al granaio al piano superiore.

Il podere-museo andrebbe ad affiancare e integrare i tanti preziosi musei della civiltà contadina che conservano strumenti e ricreano ambienti di vita e di lavoro.

 

Scheda tecnica
Salvatore Settis, Paesaggio Costituzione cemento – La battaglia per l’ambiente contro il degrado civile, Giulio Einaudi, Torino, 2010.

 

 

 

 

 

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