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Fogli e Parole d'Arte

Rivista d'arte on line, ha ricevuto il codice ISSN (International Standard Serial Number)
1973-2635
il 23 ottobre 2007.

Fogli e Parole d'Arte è diretta da
Andrea Bonavoglia (Roma)
e distribuita on line dalla società Ergonet di Montefiascone (Vt).

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Il mistero Arnolfini, di Jean-Philippe Postel

 

 Chi troppo vuole... Il mistero Arnolfini di Jean-Philippe Postel

 
Quanti misteri e, soprattutto, quanta abilità compositiva si cela in una opera di Jan van Eyck che s'intitola I coniugi Arnolfini? Difficile dirlo in assoluto, ma i tentativi interpretativi non si contano e non si concedono pause. L'ultimo in ordine di tempo, ma sicuramente non l'ultimo sul fronte esegetico, è quello di Jean-Philippe Postel, un medico appassionato d'arte.

Non può che esserci la passione, infatti, ad animare un uomo che, pur praticando un'altra professione, non si risparmia le visite (numerose, suppongo) alla National Gallery di Londra e che, armato di lente d'ingrandimento, sfida la vigilanza e si avvicina pericolasamente a un'opera pur di poterne osservare con agio i dettagli. Onore al merito, quindi, a chi, a rischio di figuracce, sfida una bibliografia sterminata e pure le norme di sicurezza di un museo.

Epperò, con quali esiti? Eccellenti, non v'è dubbio, dal punto di vista delle vendite, così-così, mi pare, da quello dei risultati. Conclude in questo modo la sua disamina l'abnegato Postel: “È come un sogno questo dipinto. E i due visitatori che indugiano sulla soglia, nello stesso punto in cui stiamo noi che guardiamo il dipinto, fanno anch'essi parte di questo sogno. E con loro lo spettatore, tutti gli spettatori, e voi e io, […]. Tutti rappresentati dai due visitatori che dalla soglia contemplano la scena, tutti sognati da Jan, tutti trascinati sulla scia nel sontuoso labirinto di riflessi e specchi che è questo 'grande quadro che chiamiamo Hernoul-le Fin'”. Opplà, un sogno quindi il quadro di van Eyck, e forse un sogno anche la sua interpretazione da parte di Postel.

Fig. 1

Ma andiamo con ordine. Il libro in oggetto seppur breve è molto accurato nella ricostruzione delle vicende dell'opera (dall'assenza di riferimenti precisi sull'origine ai frequenti passaggi di proprietà), così come è accurato nella documentazione delle esegesi storiche, da quelle quasi coeve, ad alcune molto più recenti. Non è dunque lì che può annidarsi il rischio per Postel: semmai nella tesi di cui si innamora. Chiunque si sia cimentato con questo splendido dipinto sa, a proprie spese, che regge e autorizza qualunque interpretazione, nel senso che l'autore ha inserito tanti e tali elementi da suffragare qualsiasi ipotesi, tutto dipende solo ed esclusivamente dal punto di partenza: la protagonista femminile è incinta? Sicuramente sì, e gli elementi a sostegno e conferma non mancano (primo tra tutti l'apparente voluminosità del ventre). No, non è incinta, in realtà è una vergine promessa sposa, e sulla base di questa ipotesi ecco giungere a sostegno altri e copiosi indizi (compresi il colore verde dell'abito e la moda dell'epoca a giustificazione del gonfiore). Non scherziamo, lei è la moglie del pittore, e il soggetto maschile è per l'appunto il pittore, insomma, trattasi di quadro di famiglia. Macché, lui è il padre di lei, o figura egualmente autorevole, e si limita a “offrirla” al futuro legittimo sposo (i gesti delle mani non lasciano dubbi). Eh, figuriamoci, ma se lei è una morta! E così via.

Già, ammettiamolo, tutti d'accordo sull'impossibilità che quelli effigiati siano i coniugi Arnolfini (mille i motivi per sconfessare il titolo con il quale conosciamo il piccolo olio, e pure molto solidi), e tutti contemporaneamente in disaccordo sul significato da attribuire all'opera.

Fig. 2

Postel, però, ha almeno l'innegabile pregio di “mostrare” e sottolineare le discrepanze - non di poco conto - tra quanto si offre direttamente alla visione frontale dell'osservatore e quanto è invece contenuto in quell'incredibile (per bellezza) specchio appeso alla parete. Il buon Filarete sosteneva che: “l'opera mostra, e lo specchio dimostra”, cosa? la verità, evidentemente, perché lo specchio non può che mostrare la realtà. Però lo specchio di Jan van Eyck, pur mostrandoci i due visitatori che occupano grosso modo la posizione che noi spettatori occupiamo, nonché le terga dei due protagonisti, non ci rimanda né il cagnolino (in primo piano nella visione frontale), né il parziale profilo di lei, né dei due protagonisti le mani che si toccano. Omissioni non da poco, anzi: letteralmente perturbanti. Non a caso Postel su queste assenze e su un fumo diretto verso la finestra, basa tutta la sua tesi. Riassumendo brutalmente: lei è morta, è in purgatorio, ritorna nel mondo dei vivi per pietire messe a suffragio e ridurre la permanenza tra le fiamme, e, tanto per gradire, ustiona (carbonizza?) la mano di lui che nello specchio non appare e lascia il posto a una inquietante massa nera e al fumo a cui abbiamo accennato poco sopra. Questa tesi, ammettiamolo, è di grande suggestione, elegante come la dimostrazione in una sola formula di un teorema complesso, e tale rimarrebbe se l'autore lì si fermasse.

Fig. 3

Purtroppo l'autore non si ferma, non gli bastano le sessanta paginette, deve ancora elaborare, arrivare a più di centoventi, peccato lo faccia a vanvera preda di una fantasia fuori controllo, almanaccando su una seconda presenza femminile (la vera proprietaria delle pantofole rosse), sulla presunta infedeltà di lui, e su altre fantasticherie che non gli rendono merito. Poi, e va detto, accuratissimo, ai limiti dell'acribìa, nell'elencazione dei dettagli che compongono il quadro e nella loro analisi (neppure il tappeto si salva), dimentica o trascura i due uomini rivelati proprio dallo specchio. Chi sono? Non si sa, e il loro ruolo? Un mistero nel mistero. Peccato, nuovamente.

Al fin della licenza temo abbia ragioni da vendere Hans Belting il quale, in Specchio del mondo (un pregevole lavoro proprio sull'arte fiamminga, edito da Carocci), scrive: “Oggi cadiamo facilmente nella tentazione di vedere una sorta di piccola cospirazione all'opera in tutti i quadri antichi, dimenticandoci troppo facilmente del fatto che a muovere il pittore è il desideri di attirare l'attenzione su di sé e sulla propria arte”.

 

Didascalie delle immagini

Fig. 1, Jan van Eyck, I coniugi Arnolfini, 1434, olio su tavola cm 81,8 x 59,7, National Gallery Londra

Figure 2 e 3, dettagli del quadro

 

Scheda tecnica

Jean-Philippe Postel, Il mistero Arnolfini, 2017, Skira Miilano, EAN: 9788857234410,  16