Architetti, architettura, design

Come si vede il mondo dal 14° piano

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Ovvero,
il sogno infranto di Le Corbusier



Gli effetti del buon governo nel celebre affresco senese di Ambrogio Lorenzetti

 

Città e utopia

Se si parla di utopia, è ovvio immaginare una società perfetta che vive in un luogo perfetto creato dagli uomini. Che questo paradi­so rappresenti l'emanazione tangibile di quella società perfetta non è una deduzione obbligata; si potrebbe anzi ritenere che una società perfetta possa svilupparsi soltanto se il luogo in cui è stanziata sia, prima di lei, perfetto. La risposta a una simile sotti­gliezza potrebbe essere semplice: il mondo perfetto prevede tanto un'organizzazione sociale quanto un ambiente vitale perfetti, quindi l'organizzazione soggiace all'ambiente, ma contemporaneamente l'ambiente soggiace all'organizzazione.


L’immagine ormai storicizzata dell’isola di Utopia secondo Thomas More

Nelle ipotesi storiche, che a partire dalla Repubblica di Platone passano per l’Utopia di Thomas More1 e La città del sole di Tommaso Campanella, le utopie sono tuttavia prevalentemente sociali e il luogo dove si svolgono riflette la società e non vice­versa. Va allora ricordata l’interpretazione anarchica della storia dell’uomo, per cui all’origine la società umana è pura e solidale ed è priva del concetto di proprietà; sono le superstizioni religiose a distruggerne la purezza2 e a determinare le diseguaglianze sociali.

Se invece seguiamo il ragionamento opposto, cioè che la società umana rifletta il luogo in cui si trova e si sviluppa, ci troviamo di fronte a una possibilità molto interessante e stimolante, perché il luogo in cui una comunità di uomini vive non è immutabile. Se infatti riuscissimo a costruire l'ambiente perfetto, gli uomini che andrebbero a viverci potranno infine costituire la propria organizzazione sociale in modo perfetto; come dire che un ambiente costruito a misura d'uomo, e privo di classismo, dovrebbe essere in grado di modificare e addirittura determinare i nostri comportamenti.

Quest’ultima posizione è di fatto un postulato estremamente fertile, che nella storia della cultura occidentale ha prodotto miriadi di progetti e solo poche realizzazioni, ma che dal punto di vista teorico è servito spesso come richiamo e modello. Mi riferisco naturalmente al tema della Città ideale, l'utopia per eccellenza, che si tende nor­malmente ad affiancare agli studi sull'architettura del Rinasci­mento italiano.


Uno dei tre celebri pannelli del XV secolo che raffigurano scorci di una Città ideale

Di città ideali tuttavia se ne trovano moltissime nei so­gni degli uomini di tutte le epoche, a partire dalle mitologie anti­che, in qualche caso mascherate da paradisi della fede, o della ricchezza, o dell'amore.

 

La città al tempo dell'industria

La città è il luogo dove gli uomini, per natura esseri socievoli, hanno costruito spazi per vivere e per lavorare insieme. Implicitamente quindi si parla di spazi costruiti per essere residenze e luoghi di servizio, posti in rapporto tra loro; intorno a questo rapporto in realtà si concentra tutta la complessa questione urbanisti­ca, in particolare dell'età moderna, vale a dire a partire dalla rivoluzione industriale. Prima del XIX secolo le cose stavano in modo decisamente diverso da oggi e il rapporto di per sé era molto più semplice; le città erano generalmente più pic­cole e molto meno dinamiche, e la gran parte della gente viveva nei villaggi.

L'assenza di adeguati piani di sviluppo nelle città ottocentesche ha portato a risultati esplosivi nella neonata società industriale; le case e le fabbriche dapprincipio non erano distanti all'interno del­le città, ma se le seconde aumentavano di numero e di dimensio­ne la loro nuova collocazione avveniva secondo parametri utili solo alla produzione; la costruzione delle residenze per gli operai e le loro famiglie era sempre in ritardo e la promiscuità e il so­vraffollamento diventarono la regola. Crescendo secondo uno schema a fasce indifferenziate, spesso a macchia di leopardo, nel migliore dei casi in forma di anelli, le città industriali hanno co­nosciuto - in tempi rapidissimi rispetto al passato – un aumento sostanziale di superficie e di popolazione in un quasi sempre totale disordine organizzativo e in una quasi sempre totale improvvisazione nelle scelte. I ten­tativi di correggere gli errori fatti si sono poi spesso rivelati vel­leitari, sia dove e quando le iniziative politiche hanno privilegia­to il privato rispetto al pubblico, sia dove e quando l'intervento pubblico nel tentativo di ristabilire un ordine ha cancellato il carattere dei luoghi (si pensi agli interventi del socialismo reale).

Anche le città non strettamente industriali, ma sedi di servizi am­ministrativi, hanno subito lo stesso destino. Con poche eccezioni, l'aumento di popolazione determina la costruzione di nuove resi­denze nelle periferie e lo spostamento delle aree produttive sem­pre più all'esterno; la periferia urbana diventa luogo marginale, le proprietà fondiarie speculano sul valore dei terreni e tendono solo alla costruzione delle case, le scelte amministrative seguono logiche estemporanee ed utilitaristiche, non preoccupandosi dei servizi e delle infrastrutture per la popolazione.

Non sorprende allora che davanti a situazioni siffatte siano stati concepite delle soluzioni radicali, che dichiaravano guerra allo stato di fatto; nasceva il sogno di città ideali in cui la vita sociale e quella lavorativa sono gestite secondo lungimiranti progetti che tutto prevedono e tutto risolvono, a partire proprio dalle case del­la popolazione e dai servizi che la popolazione richiede.

 

Costruire utopie

Nella moderna storia europea città ideali di piccole di­mensioni sono state costruite spesso, a partire da Palmanova nel Rinascimento, per arrivare alle città-giardino dell'Inghilterra di fine Ottocento basate sul modello di Ebenezer Howard. Possiamo identificare allora la costruzione di una città nuova con la realizzazione di un progetto utopico; nei fatti, le città ideali co­struite non sono state così poche e di alcune si tende anche a di­menticare l'origine, come Madrid, trasformata da villaggio in ca­pitale solo nel XV secolo, oppure in tempi più recenti Washing­ton, San Pietroburgo, Brasilia, Canberra.

 


Pianta di Washington


Pianta di San Pietroburgo


Veduta di Brasilia

Inoltre, si do­vrebbero anche citare i moltissimi ampliamenti o rifacimenti di città condotti su parametri e modelli presi a prestito dalle propo­ste utopiche, per non dire di molte “giovani” città statunitensi, ma questo ci porterebbe ad allargare indefinitamente il discorso.

Generalizzando si può comunque affermare che nelle città ideali costruite in toto o in parte, prevalgono una forma neoclassica e una logica storicista. L’impegno progettuale si concentra sulle aree centrali, le aree di rappresentanza, e tende a una certa approssimazione non appena tocca la questione residenziale. Progettare le residen­ze della gente normale non faceva parte del lavoro dell'architet­to o dell'uomo politico: per le case normali valeva una certa tipologia col­laudata, che essenzialmente risaliva alle insulae romane, ai casermoni pieni di stanze sovraffollate. Alla fine, nell'ambito complessivo, “bene o male” le cose funzionavano, il sistema urbano si assestava e de­finiva da solo i propri limiti e le proprie necessità, e forse questo era il risultato cui aspiravano i progettisti; ma se il mondo moderno è radicalmente diverso da quello antico, la città mo­der­na non può essere pensata come la città del passato, soprattutto per quanto riguarda la sua struttura di fondo.

Fu solo con l'avvento del socialismo che il progetto cominciò a definirsi partendo dal basso, cioè dalla popolazione co­mune e dalla casa in cui vive, e dal futuro, cioè immaginando soluzioni strutturali radicalmente diverse e nuove. Non a caso il pre-socialismo di Charles Fourier nell’Ottocento, ha come suo punto di forza il Falansterio, cioè la struttura residenziale in cui si vive come collettività, e non a caso il primo vero progetto utopico moderno, La città industriale di Tony Garnier, un secolo dopo, prevede la netta separazione delle varie funzioni urbane (residenza, assistenza, produzione, commercio).


Disegno della Città industriale di Tony Garnier


Prima di arrivare al razionalismo di Le Corbusier, va ricordato nel primo dopoguerra lo sviluppo del grande movimento delle Siedlung in Austria e in Germania, i due ex-imperi governati negli anni Venti dai socialdemocratici: segmenti isolati del progetto di una città ideale.

 

Le Corbusier

Le Corbusier. ha potuto lavorare e costruire come forse nessun altro archi­tetto nella storia; come architetto e come urbanista, come desi­gner e come saggista tra gli anni Venti e Sessanta, ha realizzato innumerevoli progetti, tra cui il maggiore è quello grandioso di Chandigarh, la capitale del Punjab costruita da zero.


Pianta di Chandigarh 

Sul piano teorico, i suoi numerosi piani urbanistici hanno proposto città co­stituite da torri isolate in mezzo al verde, oppure da lunghe se­quenze di case inserite in vasti parchi, oppure da residenze co­struite in modo tale da diventare il sostegno della strada di colle­gamento, che corre sui tetti. I suoi saggi e i suoi articoli, per non dire della sua infaticabile attività di organizzatore, hanno fatto di Le Corbusier una delle figure più complete e più ricche della cultura del Novecento.


Piano di Le Corbusier per Algeri,
con la grande struttura che incorpora edifici e la strada principale di collegamento

 
Disegni futuristi di Mario Chiattone e Antonio Sant’Elia

Si può aggiungere che a mio parere Le Corbusier è stato in realtà l'unico vero architetto futurista. Marinetti e Boccioni volevano distruggere i musei e le biblioteche - Le Corbusier proponeva di distruggere i centri storici e di ri­costruirli secondo criteri completamente nuovi. La velocità era il mito dei futuristi - il metro di paragone di Le Corbusier era proprio l'auto­mobile, che ha modificato radicalmente la struttura della nostra vita, portando la velocità degli spostamenti dai 4 kilometri orari del passo umano a circa 50 di media.

Con quella che oggi chiameremmo quasi una preveggenza, il fu­turista Le Corbusier decise che la città del futuro non poteva mescolare uo­mini a piedi e uomini in automobile e i suoi progetti separano completamente i percorsi pedonali da quelli automobilistici. La strada carrabile delimitata dalle case è il vero nemico di Le Corbusier, che vede un futuro verde, pulito (l'igiene è uno dei punti chiave della sua progettazione), razionale e funzionale, con grandi aree verdi che accolgono le strutture architettoniche senza alcun allinea­mento tra case e strade.

In “Verso un'architettura”, libro-manifesto di impatto rivoluzio­nario pubblicato nel 1923, Le Corbusier non usa mezzi termini:

E' tempo di ripudiare la forma attuale delle nostre città: cumulo di stabili ammucchiati, intreccio di strade piene di rumore, di puzza di benzina e di pol­vere, e dove il piano di una casa apre a pieni polmo­ni le finestre su questo sudiciume. … Partendo da quel grande evento costruttivo che è il grattacielo americano, basterebbe riunire in qualche punto que­sta forte densità di popolazione e là elevare, su ses­santa piani, costruzioni immense. Il cemento armato e l'acciaio permettono questi ardimenti e si prestano soprattutto a uno sviluppo delle facciate per cui le fi­nestre guarderanno in cielo; così i cortili sarebbero soppressi. A partire dal quattordicesimo piano è la calma assoluta, l'aria pura”3 .

Quando si va ad analizzare la progettazione delle sue utopie, ma­gari affiancandola con le numerose spiegazioni scritte lasciate da lui stesso, un dato è chiaro ed è assolutamente nuovo: Le Corbusier proget­ta come punto di partenza della pianificazione urbana le case del­la gente.


Veduta esterna dell’Unità di abitazione di Marsiglia

L'Unità d'abitazione, vale a dire il modulo abitativo per mille e 600 persone che, ripetuto, crea quartieri e città, non è af­fatto una casa dormitorio, ma un palazzo complesso in cui trova­no posto gli appartamenti, gli asili, i locali di riunione, gli ambu­latori, le aree di svago, ecc.: è una città-giardino-verticale. Per Le Corbusier infatti la città-giardino inglese è un'idea corretta solo dal pun­to di vista teorico, ma ha l'enorme difetto di estendersi in oriz­zontale, creando e moltiplicando il problema degli spostamenti; i suoi palazzi costituti da cellule residenziali sovrapposte e giu­stapposte hanno gli ascensori all'americana al posto delle strade.

Scrive Le Corbusier:

Occorre però sapere che la stessa formula, adoperata nella formazione delle città-giardino adiacenti ai grandi centri, ha provocato, per lo smisurato esten­dersi delle aree occupate, un vero e proprio snatura­mento del fenomeno urbano, causa dell'enorme spre­co attuale (mezzi di trasporto, canalizzazioni, tempo richiesto all'utente) che divora somme assurde e opprime la società moderna ...”4

Il tono lirico e messianico con cui descrive le città del futuro lo avvicina ai grandi utopisti del passato, ma la differenza è che Le Corbusier costruì effettivamente alcune delle sue unità residenziali, proget­tò la capitale del Punjab, Chandigarh, e soprattutto gettò il seme per quelle migliaia e migliaia di architetture che hanno imitato le sue e che spesso sono state viste come un disastro ma­teriale e ideologico. Dal terreno fumoso e non verificato dell'uto­pia, Le Corbusier quindi entrò direttamente nella realtà e secondo i suoi de­trattori creò il modello per le distopie urbane della seconda metà del Novecento.

Ad esempio, un importante architetto e teorico postmoder­no come il lussemburghese Rob Krier, pur dichiarando la sua ammirazione per il maestro francese, demolisce il Plan Voisin del 1925, col quale Le Corbusier proponeva di demolire e ri­costruire gran parte del centro di Parigi, affermando che:

Oggi, dopo 50 anni di esperienze urbanistiche, que­sto progetto ci sembra di una portata drammatica. … La composizione di questo progetto presenta un alto livello di astrazione e, purtroppo, è servita da punto di riferimento ad imperdonabili “devastazioni urbane”5.


Il Plan Voisin di Le Corbusier per il centro di Parigi
(si noti l’Ile de la Cité sulla destra)

Vista della Ville Radieuse immaginata da Le Corbusier

Eccoci quindi alle distopie, le devastazioni urbane di Krier, nate prendendo a modello le utopie dei maestri del razionalismo, i maledetti architetti di Tom Wolf. Chi oggi percor­re le strade delle periferie di Roma o di New York o di Pa­rigi vede realizzate le case in linea di Le Corbusier, i blocchi abitati­vi verticali, l'eliminazione del fronte edilizio sulla strada, le grandi finestre, i tetti piani, e il prototipo di queste case si trova sicuramente nei disegni degli architetti razionalisti. Ma lo squallore in cui questi palazzi annegano è esattamente il contrario dei parchi, delle aree attrezzate, della bellezza in cui dovevano sorgere.

E' curio­so ma anche istruttivo riflettere sulla storia perfettamente parallela del socialismo reale sovietico; seguendo questa li­nea si potrebbe inferire che le utopie del razionalismo erano viziate e comportavano non la soluzione di vecchi problemi, ma l'innescarsi di altri, nuovi e forse peggiori. Tuttavia, per fare un esempio non ortodosso, la visita delle aree intorno all'attuale Alexanderplatz di Berlino, centro topografico e storico tanto della vecchia capitale prussiana quanto della Berlino Est comunista, non è così devastante.

 


Vista dei grandi blocchi residenziali costruiti alle spalle di Alexanderplatz

Nei colossali edifici squadrati che fiancheggiano larghe strade di scorrimento l'immagine lecorbuseriana dell'utopia potrebbe trovare una parziale e positiva realizzazione. Ripuliti dagli smog nefasti delle industrie tedesco orientali, intonacati con colori chiari, illuminati da alti lampioni, e resi meno tetri dai manifesti, dai cartelloni e dalle insegne pubblicitarie, questi blocchi di cemento perforati da finestre continue e regolari oggi hanno una loro eleganza e possono trasformarsi – nel nostro immaginario – in una città del futuro, pervasa da grandi vuoti alternati a grandi pieni, ora densissima ora deserta. Alexanderplatz andrebbe visitata subito dopo l’adiacente piccolo quartiere di San Nicola, il Nikolai-Viertel, centro medioevale della città ricostruito nel XX secolo, per poter capire lo scarto violento e perentorio che Le Corbusier immaginava tra passato e futuro, tra una città vecchia che ci imprigiona e una città nuova che si apre grandiosa tra spazi infiniti.

Ma certo altrove, nelle periferie, nelle speculazioni, nei sobborghi, nei quartieri popolari, l'utopia razionalista si è trasformata in distopia; come Rob Krier, potremmo facilmente dedurre che il sogno di Le Corbusier era in partenza sbagliato. Ma va sempre ricordato e sottolineato che le case nelle nostre periferie non sono falansteri o unità d'abitazione, ma case popolari costruite in economia; mancano quelli che Le Corbusier chiama i prolungamenti della casa, cioè “l'approvvigionamento, i servizi domestici, il servizio sanitario, la cura e il miglioramento fisico del corpo” e poi “il nido, la scuola materna, la scuola elementare, la scuola per apprendisti6, che servono a trasformare il semplice palazzo in un palazzo-città.

C'è infine da considerare il lato politico: le case costruite secondo i parametri del razionalismo vengono dislocate in aree urbane nuo­ve non adeguatamente collegate con la città; il problema dei tra­sferimenti invece che essere risolto viene addirittura aumentato: la popolazione si sposta con difficoltà dal luogo di residenza al luogo di lavoro. Le Corbusier immaginava le sue case dentro la città (come accadde appunto nel centro di Berlino Est7), non quindi ai bordi della cit­tà come un qualunque sobborgo; per lui il problema tempo legato agli spostamenti era fondamentale, mentre per il socialismo reale il nemico era la separazione classista tra centro borghese e periferia proletaria.

 

Un problema aperto

Ragionando su alcuni degli aspetti che ho affrontato, a me sembra che qui entri in gioco una questione molto delicata e controversa che coinvolge un aspetto sociale fondamentale: gli uo­mini per natura sarebbero esseri socievoli, cioè creature che ten­dono a vivere insieme, non solo in una famiglia, ma in una ag­gregazione di famiglie. Guardando la storia, appare vero e nell'accezione comune la socievolezza è un termine positivo che si affianca spesso alla solidarietà.

Essere socievoli vuol dire accettare gli altri e averne bisogno. Essere solidali vuol dire qualcosa di più, ed è un concetto o un comportamento che sempre meno appartiene alla civiltà occidentale. Secondo una spiegazione ormai radicata nell'opinione di molti, il problema principale delle case di periferia, e di conseguenza anche delle enormi unità di abitazione di Le Corbusier e dei suoi discendenti, è invece che queste case sono troppo affollate e rendono i residenti ostili l'uno all'altro. In queste case cioè si supererebbe la soglia per cui la socievolezza riesce a prevalere su isolamen­to e egoismo.

E' una questione delicata e coinvolge argomenti an­tropologici e culturali da relativizzare, perché è evidente che chi vive in una favela brasiliana8 è maggiormente abituato alla promi­scuità di un cittadino occidentale che vive nelle villette dei sob­borghi medio-borghesi. Le Corbusier pensava che la socievolez­za degli uomini e la solidarietà possano essere indotte dalla qua­lità delle case e lo dice in termini estremamente precisi:

Il problema dell'abitazione e dei suoi prolungamenti coinvolge la perpetuazione della specie – prenatalità, natalità, eugenetica, puericultura - ; di qui dipende una parte essenziale delle energie dell'istinto e del senti­mento: i valori patriarcali. La vita sociale interessa gruppi piccoli o vastissimi, indipendenti o associati tra loro, che possono essere guidati al reciproco ri­spetto, alla stima, ossia all'amore, oppure all'odio, alla diffidenza, alla rivalità. Qui può essere suscitato l'al­truismo, generatore di imprese immani e splendide che creano a loro volta entusiasmo e fierezza”9.


Siamo quindi tornati al tema abbozzato all’inizio: Thomas More immaginava una società senza proprietà privata, a tal punto che i cittadini lasciano aperte le porte di casa e perio­dicamente addirittura si scambiano le abitazioni. Le Corbusier im­magina che costruendo case perfette le società umane possano diventare rispettose e altruiste.: il luogo dove vivi ti insegna a vivere.

Entrambi i progetti di More e Le Corbusier ci ap­paiono oggi soltanto dei sogni poco realistici. In occidente, allo stato attuale, stiamo dando ragione a Konrad Lorenz10, che vide nell'aggres­sività una delle componenti innate della natura umana.

 [L'articolo recupera il testo del mio intervento al convegno "Utopie/Distopie" del novembre 2013]

 

Bibliografia di riferimento

Thomas More, Utopia, 1516
Tommaso Campanella, La città del sole, 1602
Robert Krier, Lo spazio della città, clup, Milano 1982
Franco La Cecla, Contro l'architettura, Bollati Boringhieri, Torino 2008
Le Corbusier, Verso una Architettura, Longanesi, Milano 1973
Le Corbusier, Maniera di pensare l'urbanistica, Laterza, Roma-Bari 1965
Konrad Lorenz, Il cosiddetto male, Garzanti, Milano 1974
Aldo Rossi, L'architettura della città, clup, Marsilio, Padova 1966
Antonino Saggio., Architettura e modernità, Carocci, Roma 2010
Manfredo Tafuri, Progetto e utopia, Laterza, Roma-Bari, 1973
David Graeber e David Wengrow, L'alba di tutto. Una nuova storia dell'umanità, Rizzoli, 2023

 

Note con rimando automatico al testo

1 "Le case si estendono ai lati delle strade in lunghe file … Che entri pure chiunque, tanto non esiste alcuna proprietà privata! Ogni dieci anni gli abi­tanti si scambiano le case tirando a sorte”, così Thomas More in Utopia.

2 Questa tesi sarebbe dimostrata dallo stato di libertà e purezza delle tribù nord-americane, che abbiamo poi battezzato come “nativi americani”, prima dell’arrivo di Colombo. Cfr. David Graeber e David Wengrow, L'alba di tutto. Una nuova storia dell'umanità, Rizzoli, 2023

3 Le Corbusier, Verso una Architettura, Longanesi, Milano 1973, p. 43.

4 Le Corbusier, Maniera di pensare l'urbanistica, Laterza, Roma-Bari 1965, pag. 60.

5 R. Krier, Lo spazio della città, clup, Milano 1982, p. 119.

6 Le Corbusier, Maniera di pensare l'urbanistica, Laterza, Roma-Bari 1965, pp. 58 e 59.

7 L’occasione per costruire residenze nel centro di una capitale fu ovviamente data dalle distruzioni belliche.

8 Un argomento affrontato da Franco La Cecla nel suo fortunato saggio Contro l’architettura.

9 Le Corbusier, Maniera di pensare l'urbanistica, Laterza, Roma-Bari 1965, p. 97 (grassetto mio).

10 K. Lorenz, Il cosiddetto male, Garzanti, Milano 1974.