Architetti, architettura, design
Tadao Ando e il silenzio
- Pubblicato 15 Gennaio 2026
- di Andrea Bonavoglia
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Studio di Tadao Ando a Osaka, 1991
Tadao Ando, giapponese di Osaka oggi 84enne, è sicuramente uno degli architetti più noti a livello internazionale, ma si distingue da gran parte dei suoi colleghi per l’attaccamento e la dedizione a un rigore geometrico razionalista ormai da molti visto come antiquato. L’orribile termine “brutalismo”, che dall’origine quasi innocente in francese si tinge purtroppo di un’evidente ambiguità negativa in italiano, risulta spesso malamente applicato all’architettura di Ando, anche per l’affinità con lo stile di Le Corbusier. Tuttavia, “purismo” o “minimalismo” evidenziano assai meglio quella che appare la caratteristica essenziale dello stile di Ando: il silenzio.
Il silenzio è assenza di rumori, di disturbi, di voci, di parole. Una forma è silenziosa se non può essere associata a un suono, e neppure a un colore. E infatti non a caso si usa il termine “chiassoso” per definire un quadro o una scultura o un’architettura che accentuano elementi troppo variopinti o inutilmente complicati e incomprensibili, chiassosi appunto perché contrapposti al silenzio.

Chiesa della luce a Osaka, 1989
L’architettura di Ando è chiara, levigata, riconducibile a schemi sempre evidenti e decifrabili. In questa semplicità si annida il gusto lineare, lo zen, la leggerezza delle carte e delle pareti mobili delle case giapponesi. Il silenzio vive in questi luoghi e – se possibile – li impregna.
La letteratura su Ando è ampia e completa; esistono diversi libri su di lui, cataloghi ragionati di mostre e monografie, insieme a numerosi siti web che ne presentano vita e opere. Consultandoli con una qualche esitazione per colpa della mia totale ignoranza della lingua giapponese e in ogni caso facendo riferimento all’abbondante bibliografia in inglese, credo che i volumi di Taschen, l’ottimo editore tedesco che ormai condiziona e garantisce gran parte dell’informazione storico-artistica, siano sufficienti per una discreta conoscenza dell’opera dell’architetto. “Ando. Complete Works 1975 – Today” (di cui esistono varie versioni in inglese-francese-tedesco, diverse per dimensioni della pagina) è un bel volume che propone non solo schede dei progetti più importanti, ma anche – cosa rara - un regesto di tutte le opere (data, collocazione, dimensioni) identificate con piccole fotografie in b/n, per un totale di quasi 300 progetti tra 1975 e 2019.
In realtà, se la mia lettura dell’architettura di Ando resta parziale, allo stesso tempo credo di poter individuare due elementi di analisi e confronto molto interessanti, anche a livello teorico:
- la discendenza critica da Le Corbusier;
- l’estrema capacità tecnico-compositiva.
Le Corbusier era stato attivo ed è ricordato soprattutto come esponente del razionalismo tra le due guerre, con i piani urbanistici, le unità d’abitazione, le residenze private, gli istituti pubblici, ma fu anche, in età matura, il progettista della più sconvolgente ed “espressionista” opera di architettura sacra, la Cappella di Ronchamp, e del complesso progetto di Chandigarh, miscela di razionalità e creatività per una città ideale. Nel descrivere quindi sinteticamente Ando e il suo rapporto con LC, l’attenzione va posta sull’uso del calcestruzzo armato a vista (Béton Brut, cemento grezzo, da cui deriva appunto il temine brutalista), una scelta che per entrambi è stata sinonimo di sincerità strutturale. Come LC in molte opere, Ando appare primitivo, lineare e rigido, ma grazie alla presunta banalità di quel materiale grezzo entrambi hanno saputo creare e manovrare a piacimento lo spazio delle nostre esistenze.
Ando ha colto l’essenza strutturale di LC e gli ha aggiunto la cura, spesso maniacale, delle superfici unita a una grande libertà compositiva. Le sue casseforme per la gettata del calcestruzzo sono studiate con attenzione e – con non poca spesa – verniciate all’interno per garantire la massima levigatezza della superficie esterna. La distanza tra le pareti delle casseforme è mantenuta da barre tese, che lasciano su ogni parete dei fori regolarmente distribuiti. Come in un gioco di montaggio, i setti rettangolari portanti in cemento armato si ripetono secondo un modulo prefissato e rappresentano la tessera compositiva del progetto architettonico.
Definito sin dalle prime opere questo materiale costruttivo, Ando ha saputo disegnare e comporre decine di soluzioni geometriche che rivelano uno stile lineare ma complesso, disadorno eppure elegantissimo. Dalle numerose case costruite in Giappone, soprattutto nella regione della nativa Osaka, Ando è poi approdato in America e in Europa con progetti di rilievo, musei, istituti e grandi case di moda; a Venezia ha restaurato e rinnovato le due sedi museali di Palazzo Grassi e Punta della Dogana con risultati di straordinaria raffinatezza.

Interno del museo di Punta della Dogana a Venezia, 2009
Nel volume di Taschen firmato dall’onnipresente Philip Jodidio sono presentati, con belle fotografie, molti progetti spettacolari. Uno dei più notevoli è in Italia, nella provincia di Treviso, il Centro di ricerca sulla Comunicazione voluto da Luciano Benetton, il grande industriale tessile. La sfida artistica era difficile, costruire qualcosa di nuovo accanto a strutture di stampo rinascimentale, alla Palladio. Per Ando è una conferma che l’architettura è e dev’essere sincera, diretta, essenziale, come è stata per i maestri del passato. L’intervento, concluso nel 2000, ruota intorno a una corte ovale semi-interrata, che fa da perno a tutto il complesso antico e nuovo, ora collegato da pavimenti in cemento, da filari di colonne e da gradinate. Lo sprofondamento delle strutture circolari crea tre livelli parzialmente interrati, in uno dei quali viene a trovarsi una straordinaria biblioteca di design.


Centro di Comunicazione a Fabrica (TV), 2000
I progetti di Ando seguono tutte le direzioni possibili, dalla grande scala dei musei alle case minuscole incastrate. L’esempio della House 4x4 (finita nel 2003) è illuminante e quasi divertente, con i suoi 16 mq di superficie moltiplicati per quattro livelli connessi da scale interne. La torre che ne risulta è tuttavia anomale e originale, perché l’ultimo piano è sfalsato e aggetta su due lati, aprendosi interamente con una vetrata divisa in quattro che guarda verso il mare.

Casa 4x4 a Kobe, 2003
Molto grande è invece il centro artistico Roberto Gaza Sada nel Messico, esteso su una superficie costruita di oltre 12mila metri quadrati. Ando per una volta sembra sfidare i decostruttivisti, progettando l’incastro davvero insolito di volumi trapezoidali e curvi, enfatizzati dal gigantismo delle strutture. Nel definire l’edificio, Ando usa i termini paraboloide iperbolico e cuboide, vale a dire figure tridimensionali complesse che risultano poi spezzate da volumi “normali”, creando quei contrasti volumetrici che piacciono molto a Zaha Hadid e a Libeskind.
Centro Roberto Garza a Monterrey (Messico), 2007
Del tutto lineare è invece lo splendido edificio che ospita il Museo di Arte Moderna a Fort Worth nel Texas, la città dove Louis Kahn costruì uno dei suoi capolavori. Qui Ando propone vetrate e coperture sfalsate di grandi dimensioni, esasperando il rapporto tra il vetro e l’acqua dello stagno su cui il museo si affaccia. Eccezionalmente, invece dei muri grigi di cemento qui spiccano i grandi pilastri a ipsilon che sorreggono lo sbalzo delle coperture. Qui come altrove, si dovrebbero analizzare alcuni aspetti formali delle scelte di Ando con le regole di Mies van der Rohe, e probabilmente scoprire un’altra matrice della sua attività.

Museo di Arte Moderna a Fort Worth (Texas), 2002
Il Chichu Art Museum a Naoshima in Giappone è totalmente diverso, costruito nel 2003 su un’altura non lontano dal mare e immersa nel verde. Riassume alcuni stilemi del maestro, l’andare sottoterra, le pareti di cemento senza aperture, le scale, le forme geometriche, ma riesce a sorprendere il visitatore con un percorso tra spazi ciechi e improvvise aperture, per concludersi in un caffè che guarda verso il mare. La pianta dell’intero complesso è difficilmente descrivibile a parole, fatta com’è di variazioni continue negli alzati e nella forma degli spazi.



Chichu Art Museum a Naoshima (Giappone), 2004
Il Poly Theater di Shangai è spesso utilizzato come paradigma dell’architettura di Ando; è memorabile la facciata verso l’acqua del lago, divisa in otto livelli scanditi come in una griglia regolare, ma letteralmente incisa e scavata da un’apertura a forma di otto, che è in realtà il risultato dell’intersezione tra un volume principale e una serie di enormi scavi cilindrici, tubolari. Il teatro all’interno mantiene la sua normale forma, mentre è tutto il contorno che risulta strutturato secondo complessi meccanismi geometrici.


Poly Theater di Shangai, 2014
C’è un elemento che appare strutturante e estremamente significativo nelle scelte di Ando, ed è la scalinata, la rampa a gradini che in molti casi attraversa gli edifici o li introduce; sono scale di cemento a volte ampie e regolari, a volte più strette e articolate ma sempre ben percorribili, e sembrano sorreggere gli edifici stessi. In un caso, questa predilezione diventa addirittura l’essenza stessa del progetto, ovvero i giardini progettati all’interno del grandioso centro multifunzionale di Awaji, in Giappone.


Giardini del centro multifunzionale di Awaji (Giappone), 2000
Il centro occupa l’area di quasi 200mila metri quadrati sfruttata e sventrata durante i lavori per l’aeroporto di Kansai, e le sue parti, per un totale di quasi 100mila (!) metri quadrati di superficie totale, sono molte e diverse. Sala conferenze, sala del tè, teatro, alberghi, con soluzioni architettoniche che variano dalle arene ai blocchi squadrati, dai portici ai cortili circolari, si susseguono in una sorta di summa delle scelte formali di Ando. E a tutto questo si devono aggiungere gli straordinari giardini, disposti su un lieve pendio laterale, destinati al relax dei visitatori, un capolavoro all’interno della colossale opera. Sono 100 aiuole quadrate, disposte su tre griglie non regolari separate da rampe di scale che trasformano l’insieme in una sorta di grande scacchiera inclinata che sarebbe piaciuta a Escher. Ogni aiuola di 5 x 5 metri è divisa in quattro e a seconda delle stagioni si tinge di colori diversi; nelle fotografie si vedono gialli, rossi, verdi, arancioni, in uno spettacolo straordinario che deve davvero affascinare e stupire.
Come tutta l’architettura di questo grande maestro.
Indicazioni bibliografiche
Marina Fumo e Francesco Polverino, Tadao Ando. Architettura e tecnica, Clean Editore, 2000, 20 €
Richard Pare, Tadao Ando: light and space, Phaidon, 2025, 125 €
Jordan Alves, Philippe Seclier, Tadao Ando: Atlas, Prestel Pub, 2021, 50.90 €
Philip Jodidio, Ando. Complete Works 1975–Today. Edizione Multilingue, Taschen 2023, 200 €
