Fogli e Parole d'Arte

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il 23 ottobre 2007.

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MAI dire GNAM

 


L'uso degli acronimi come sostantivi può portare a risultati imprevisti o addirittura rivelatori; se infatti la Galleria Nazionale d'Arte Moderna produce quasi un'onomatopea, il caso del Museo Artistico Industriale sembra piuttosto rimandare a un destino. Sono curiose coincidenze, ma vale la pena di parlare oggi di questi due esempi della storia culturale italiana, legati dalla sede, Roma, e slegati dalla sorte.

Lo splendido palazzo della GNAM di fronte a Villa Borghese, che rappresentò la base direttiva del cinquantenario del 1911, ha compiuto appunto cento anni, ma il museo notevolissimo che dal 1915 vi risiede ha vissuto negli ultimi decenni una storia singolare. Sulla sponda opposta, il MAI invece è un museo che ha avuto una sede per poco tempo, 150 anni fa, e poi non l'ha più trovata.

Senza addentrarci nei meandri politici, economici e giuridici che stanno sempre alle spalle della cultura italiana, guardiamo per primi i fatti relativi alla GNAM. Il dato più rilevante è semplice, la Galleria ha pochi visitatori; i dati numerici effettivi ci dicono addirittura che il neonato MAXXI, povero di collezioni, povero di idee particolari, ma ricco di pubblicità legata alla sua sede avveniristica, vende più biglietti della GNAM, e che inoltre a visitare il più grande e importante museo di arte moderna in Italia sono soprattutto (oltre il 50%) i gruppi scolastici. Secondo dato, la GNAM in materia di esposizione cambia qualcosa, per non dire troppe cose, ad ogni lustro; se ne può forse dedurre da un lato che la Galleria, mutando faccia, cerchi di attirare un maggior numero di visitatori senza spendere troppo denaro pubblico, dall'altro lato che qualcosa non funziona bene nella gestione museale.

A mio parere, una recente e ulteriore stranezza, per usare un eufemismo, della Galleria è che ha cambiato statuto, introducendo la parola “contemporanea” in coda alle sue prerogative: la denominazione completa adesso è “Galleria di arte moderna e contemporanea”. Essendo stati aperti a Roma negli ultimi anni due musei, uno nazionale e uno comunale, di arte contemporanea, la cosa è davvero sorprendente; perché non si è lasciata e storicizzata la primitiva destinazione della Galleria? non sarebbe meglio lavorare sul patrimonio esistente, anche con nuove acquisizioni, ma all'interno di una consolidata prassi amministrativa e critica? Per capirci: tra un curatore di arte ottocentesca e uno di arte novecentesca la differenza è solo di specializzazione, entrambi sono storici del settore; ma un esperto di arte contemporanea è tutt'altra cosa, di solito è più un cronista che uno storico e la gran parte delle volte è coinvolto in prima persona in qualche settore di ricerca; ebbene, per un direttore di museo avere a che fare con tecnici tanto disomogenei può non essere semplice e comportare problemi decisionali.

Per il resto, agli occhi di chi come me la frequenta da trent'anni, la Galleria è l'unico tra i grandi Musei romani che sposta volentieri da una sala all'altra quadri e sculture, che non riesce ad usare un'intera ala nuova, costruita molti anni fa, per via di burocrazie edilizie, che stampa (e vende) guide rese del tutto inutili dai frequenti riallestimenti, e che ha ampliato l'area delle esposizioni temporanee a scapito di quelle “permanenti”; ma  nonostante tutto ciò, la Galleria resta un bellissimo museo.  

Aappuntiamoci cosa c'è da vedere, ed è davvero molto. Le ultime scelte dei curatori hanno voluto privilegiare l'impatto con l'arte contemporanea e si è deciso di collocarne un esemplare nel salone centrale; “Passi” è una grande installazione di Alfredo Pirri, con un pavimento di specchi incrinati su cui si cammina, incrinandoli maggiormente, e sui quali poggiano a gruppi alcune statue prelevate dai magazzini del Museo. L'effetto è notevole senza dubbio e introduce bene alla sala retrostante dove si trovano oggetti dadaisti.

Tuttavia, se si vuole seguire un percorso cronologico, bisogna partire dall'ala sinistra inferiore (guardando la carta del Museo), dove si trova la sala del canoviano Ercole e Lica, sala arredata e adatta anche per convegni e conferenze; qui intorno si dirama la collezione dell'Ottocento, ben illustrata dai Romantici con Hayez in testa, e dai Macchiaioli e altri realisti, con decine di quadri e qualche scultura. In questa parte del Museo, che è la meno visitata, si trova invece la sua ricchezza principale, che ne avrebbe fatta la sede ideale per una celebrazione dei 150 anni dell'Unità d'Italia, srotolati tra Romanticismo e Realismo prima e dopo la metà dell'Ottocento.

Poi, per passare al Novecento, bisogna ritornare indietro fino all'ingresso e visitare l'intera ala destra, dove si trovano le poche opere di artisti internazionali (il Klimt delle “Tre età della donna”, due Van Gogh minori, un Cezanne, un Courbet, un Monet, ecc.), molti pezzi futuristi di altissimo livello e, collocati per via delle dimensioni nelle grandi sale centrali, alcune immani tele di scontri e battaglie, tra Risorgimento e fascismo.

Ritornando verso l'ala sinistra si attraversa la grande sala dietro l'ingresso, dove hanno trovato posto Duchamp (la collezione Schwarz con i suoi falsi originali) in compagnia di Fontana, Vedova, Burri e altri.

Il Novecento più stravagante sta tutto nell'ala sinistra superiore, con un bel settore dedicato a Pino Pascali. Nell'ala speculare a questa, con l'aggiunta di sale al piano superiore, trovano ora posto le mostre temporanee.In definitiva, vale la pena di visitare un Museo del genere e soprattutto di continuare a portarci i ragazzi dalle elementari fino ai Licei, finendo per accettare di buon grado che i visitatori adulti siano pochi, che i turisti latitino e che nelle sale si possa quasi sempre osservare e ammirare nella calma e nel silenzio. 

Tutta diversa la storia del MAI, acronimo che provoca immediatamente battute e ammiccamenti, giustificati in realtà da una storia grottesca. Nato subito dopo la conquista piemontese di Roma, a imitazione forse del nuovo museo inglese dall'identica funzione (oggi il meraviglioso Victoria and Albert Museum, tra i musei di Londra che bisogna vedere assolutamente, alla stregua della National Gallery o del British), il MAI giustificava la propria esistenza con il clima Arts and Crafts di quei tempi. Vale la pena ricordare che a fine Ottocento nascevano anche in Italia le prime scuole di arte applicata, divenute poi gli Istituti d'Arte (dapprima scuole medie di primo grado, dagli anni Sessanta scuole medie superiori), oggi sciaguratamente sepolti dalla berlusconiana riforma Gelmini.

Il MAI ebbe sede “... nel 1874 nelle sale dell’ex convento di S. Lorenzo in Lucina, ma già l’anno successivo spettava all’ultimo piano del Collegio Romano, il sottotetto, ospitare l’ingente collezione. In questa sede i manufatti, che andavano dall’antichità al XVIII secolo, rimasero solamente cinque anni per poi passare a via Capo le Case, in un altro ex convento – quello di S. Giuseppe – e continuare così, di trasferimento in trasferimento, fino al 1952, anno in cui venne deciso lo smembramento di una raccolta che a questa data raggiungeva le quasi tremila unità. Nel 1957 i pezzi entrarono nelle collezioni dei Musei Capitolini, del Museo della Civiltà Romana, del Museo Nazionale del Palazzo di Venezia, della Galleria Nazionale d’Arte Antica in Palazzo Barberini, del Museo di Roma, del Museo Nazionale di Castel S. Angelo e dell’Istituto Statale d’Arte Roma I” (Gianni Pittiglio, su Galileo, il 27 maggio 2005).

Per approfondire la storia del MAI rimando alla pagina web http://www.lignarius.net/04pubblicazioni/1999_mai.pdf. compilata nel 1999 e quindi molto datata, ma nella quale si trova una precisa indicazione sul patrimonio del Museo disperso in vari punti della città. Eccoli:

Museo Nazionale di Castel Sant’Angelo lungotevere Castello, 50
Vi è conservata la collezione di armi del M.A.I., attualmente composta da circa 100 pezzi, di cui due solo esposti. Gli altri sono conservati nei magazzini.

Museo di Palazzo Venezia via del Plebiscito, 118
Del M.A.I. vi si trovano marmi, legni, oggetti in ferro, ceramiche, in parte esposti nel percorso museale e in parte situati nelle sale studio.

Istituto Statale d’Arte di Roma I viale C. T. Odescalchi, 98
Vi è conservato l’archivio fotografico del M.A.I. (circa 12.000 pezzi), una parte consistente del vecchio fondo della biblioteca (il resto è andato al Comune di Roma), alcuni lavori moderni degli allievi (anni ‘40-‘50) e del direttore Alberto Gerardi.

Museo della Civiltà Romana piazza G. Agnelli, 10
Del M.A.I. è conservata una raccolta di circa 200 calchi in gesso e altri reperti quali una terracotta che riproduce una lastra “Campana”, due “bisellia” e una lettiga in legno e metallo.

Musei Capitolini piazza del Campidoglio, 1
Attualmente chiusi per restauro, conservano i reperti archeologici del M.A.I., circa 285 oggetti tra ceramiche dipinte di produzione attica, buccheri, statuette in terracotta, argenti, specchi e altro.

Galleria Nazionale di Arte Antica a Palazzo Barberini via Quattro Fontane, 13
Vi si trova il nucleo principale della collezione del M.A.I. Oltre 2000 pezzi - fra ceramiche, porcellane, maioliche, vetri, tessuti, mobili, metalli e altro - da anni conservati in scaffali e scatoloni, e di recente catalogati dalla dott.ssa Marisa Zaccagnini. Gli oggetti verranno di nuovo esposti al pubblico con la realizzazione a Palazzo Barberini di un museo dedicato alle arti decorative.

Museo di Roma a Palazzo Braschi piazza San Pantaleo, 10
Essendo il museo chiuso per restauro, le collezioni del M.A.I. sono conservate all’interno di scatoloni. Si tratta di frammenti marmorei, medaglioni in ceramica, frammenti di soffitti e modellini lignei, un carrozzino del Settecento, numerose matrici per la stampa delle stoffe.

 

Il MAI quindi non ha sede, non esiste, ma la sua notevole raccolta di pezzi artistico-industriali, invece, esiste e sono anche catalogati i luoghi dove i suoi oggetti, invece, hanno sede. Nel 2005 Gabriele Borghini ha pubblicato “Del M.A.I. Storia del Museo Artistico Industriale di Roma”, e la presentazione del libro al San Michele fece parlare per 24 ore la stampa dello strano caso di un museo che non c'è. Per 24 ore appunto.

La verità sta in un'amara considerazione: la cultura italiana ha dimenticato cosa sono i mestieri, e nel dimenticarlo ha creduto e crede di essere moderna. Forse tra i tanti nostri sedicenti esperti d'arte e di beni culturali qualcuno farebbe bene a rivedere da principio cosa davvero significa cultura, e trarne le giuste conseguenze, prima di chiudere scuole, e prima di sotterrare musei.

 

Nota personale

Ringrazio il mio vecchio amico e collega Luciano Primanni, ceramista e studioso, per avermi fatto conoscere la storia del MAI.

 

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