Fogli e Parole d'Arte

Rivista d'arte on line, ha ricevuto il codice ISSN (International Standard Serial Number)
1973-2635
il 23 ottobre 2007.

Fogli e Parole d'Arte è diretta da
Andrea Bonavoglia (Roma)
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Scusate se parlo di Maria. Una selezione di dipinti dalle civiche raccolte di Sassari

 

Fig. 1Le ampie sale dell’antico palazzo medievale della Frumentaria (Fig. 1) di Sassari1 ospitano, dal 16 maggio, un’interessante silloge di dipinti prelevati dalle raccolte comunali, incentrati sulla figura della donna: il femminino eterno, sempre presente, è diventato soggetto di una singolare esposizione che unisce nella presenza artistica della figura muliebre pittori, pubblico, critici (Fig. 2)

Dal Rinascimento all’età contemporanea , una serie di donne, sarde e non, accolgono il visitatore con i loro penetranti sguardi, con le loro storie, con una ventata di vita, di storia. Ripercorrere tutti i dipinti e le opere non è possibile, sarebbe forse anticipare troppo, ma almeno sugli elementi più caratteristici è doveroso soffermarsi.

Degna Madre della mostra è la pregevolissima Madonna dell’Uva, straordinario dipinto fiammingo attribuito alla cerchia del Mabuse (Jan Goassert), proveniente dall’antico convento cittadino di San Pietro di Silki2, che accoglie il visitatore ponendosi quasi come Madre celeste e guida, come Beatrice fu per Dante, delle donne, e non solo, che visitano la mostra. Nel titolo singolare scelto per la mostra ci si scusa non a caso se si è voluta porre come madrina la Donna celeste, Maria, ma è stata ben scelta la sua figura: da Lei discendono tutte le altre donne presenti nei dipinti della collezione, figlie degne e figlie non degne, ma pur sempre sue figlie. Il Bimbo nel suo grembo osserva il grappolo d’uva che Maria gli mostra, simbolo recondito della Passione e della futura effusione di Sangue sulla Croce, e nonostante ciò mostra nel viso, forse nascondendo il dolore, l’eterna dolcezza delle madri e l’innata anima protettrice delle donne (Fig. 3). Ancora la Regina del Cielo accompagna il visitatore nella pausa del Riposo durante la fuga in Egitto, copia seicentesca da Simone Cantarini, cullando nella dolce quiete del panorama agreste, rotta solo dal cipiglio severo di San Giuseppe, un Bimbo dolcemente disteso ai suoi piedi. Trionfante è invece la Vergine di Betlem (titolare dell’omonima chiesa monumentale di Sassari), raffigurata in un dipinto seicentesco che mostra il suo miracoloso ritrovamento: dal mare arriva il simulacro di Maria, sorretto da tutti i rappresentanti della Municipalità, nel classico abito nero imposto dall’etichetta della corte di Spagna. Un trionfo: gli scuri e ombrosi uomini reggono tutti assieme, come in un’immaginaria vara umana, la piccola luminosa statua. La Donna, e con lei tutte le donne, sovrastano l’uomo; così nel dipinto così nella vita. Lo Studio di testa femminile (Niobide) di Enrico Murtula ci porta direttamente due secoli avanti, ma non allontana dal collegamento donna-fede che ancora lega i dipinti della prima sezione della mostra. Altrettanto devote sono infatti le benestanti donne sarde dello stesso Murtula raffigurate in La carità (metà del XIX secolo), dove il nitore e le nette brillanti campiture di colore delle vivaci vesti sarde (straordinaria la resa del bianco lucente della camicia e il damasco grigio-blu del grembiule della donna al centro della composizione) fanno da contraltare alla povera donna, in abiti scuri e laceri inginocchiata ai piedi di una sacra edicola. Un bimbo collega le due ricche signore alla povera vecchia, e pare quasi simbolo di cuore puro, ardente e innocente, come il corpetto rosso fuoco del suo abitino tradizionale. La purezza di cuore del fanciullo è ombra di quella delle signore, che portano il loro aiuto alla donna povera. La carità della donna si manifesta dunque in una scena dal complesso gioco di emozioni, tutte interiori, apparentemente celate dietro una scena che ad un primo approccio può apparire come un dipinto folkloristico tipicamente sardo, sgargiante nei suoi vivaci colori.


Fig. 2

Il delicatissimo disegno a matita su supporto pergamenaceo della Niobide e le pietose matrone sarde fanno così da degni ambasciatori al superbo dipinto ad olio di Antonio Ballero, Processione notturna (1928), dove una massa di donne, compatta come un esercito schierato per la battaglia, incede recando lumi accesi verso un’immaginaria chiesa. Il ricordo va al Munch della Sera sul viale Karl Johan, ma qua non si trova una muta processione di anime morte che inerti seguono la massa che si getta muta nell’oblio; le donne di Ballero seguono la strada della vita, e la illuminano con le torce della millenaria fede sarda, accendono la grande tela di colori, non lividi e spenti ma caldi, suadenti, pare quasi di sentire le preghiere e i canti, e ritornano alla mente le parole del Valery sulle manifestazioni religiose sarde: “Il sensualismo religioso assomiglia a quello dell’Italia, e la musica, gli splendidi paramenti, le immagini della Madonna e di santi vestiti riccamente, le rappresentazioni drammatiche di diversi soggetti delle Scritture, vi suscitano lo stesso fervore e gli stessi trasporti”.3

Dalla preghiera al lavoro il passaggio è breve. Le Raccoglitrici di olive di Libero Meledina, sorprendentemente vicino alle Spigolatrici di Millet, mostra idealmente le stesse donne che la sera prima avevano accompagnato sino a notte fonda una processione, lavorare chine sul terreno, silenziose. Madri, mostrano il loro viso alla madre terra, che offre il cibo come la Madre celeste offre le sue grazie. Che si veda come sacralizzazione del lavoro o ritorno a pagane venerazioni, le raccoglitrici mostrano ad ogni modo un altro lato della femminilità: dopo quello sacro e quello squisitamente mitologico della Niobide, mostrano il lato della forza, del lavoro. Anche questa è la donna. Forte e paziente, alta su una nicchia o china sotto un olivo mentre ne raccoglie i preziosi frutti.

La dissolvenza della figura femminile, però, avanza man mano che ci si addentra tra le numerose sezioni della mostra. La Pasife e il toro (1955), olio di Fig. 3Mauro Manca, ammorbidisce i toni picassiani che permeano l’opera, evitando un’eccessiva scomposizione della figura così da conservare ancora intelligibile la figura femminile e quella taurina (ma una certa geometricità è innegabile comunque). Due forze vicine, quella del toro e della donna; allegoria quasi del maschio “dominatore” e della donna “dominatrice e battagliera” che piega al suo erotico volere, al gioco sessuale dove è lei a primeggiare, a comandare: è il gioco della vita, sulla quale la donna ha piena autorità. In quest’opera maschio e femmina si fondono dunque interiormente, ma visivamente è Pasife che tiene in scacco la bestia. La pulsione sessuale è evidente: la forza con la quale la donna trattiene il toro è la stessa forza femminile che genera la vita. Nei Gremi di Sassari di Fabio Lumbau,4 il non-finito dello sfondo e la scarsa cura dei dettagli nelle figure femminili che, al contrario di quelle maschili, non sono rese con la stessa ossessione fisionomista (i gremianti che banchettano dinanzi ad una tavola apparecchiata paiono quasi ritratti dal vero e non pare azzardato accostarli alla produzione di una certa statuaria romana dell’enfatica età flavia), le donne sono singolarmente poste in secondo piano. La grandiosa festa dei Gremi di Sassari, del resto, è sempre stata prettamente maschile, e le donne sono impietosamente ma realisticamente ritratte come “serve”, piccole eminenze grigie

dietro grossi uomini avvinazzati e ridanciani, ma anche come “autrici” della straordinaria natura morta raffigurata sul tavolo. Sul nitido vetro dei bicchieri e dei boccioni di vino pare riflettersi l’ombra di quelle donne che, nel silenzio e nel lavoro quotidiano, hanno lavorato per la buona riuscita della festa e non solo. Se la bellezza delle donne non si vede nei loro visi, si vede nella cura con la quale hanno allestito la tavola. Ancora un altro aspetto del femminile: il servizio silenzioso e produttivo, il contributo giornaliero a quella vita maschile che, spesso forte, ha invero bisogno dell’occulto costante supporto muliebre.

Ultima opera della nostra breve presentazione, è la composizione di Maria Lai, Gabbia 1 (1999), intreccio di fili ed elementi metallici inseriti in una cassa, forse simbolo del groviglio di passioni che vivono e si intrecciano nel cuore di una donna. L’”artista dei nastri”, recentemente deceduta (aprile 2013), mostra qua un esempio della sua complessa arte, contrastata negli anni di studio non per i contenuti delle sue opere, ermetiche per alcuni, poetiche per altri, però sempre cariche di vita e forza morale, ma perché frutto di una “donna”, parto artistico femminile che nel mondo dell’arte, dominato dall’uomo, appariva come un tabù. Maria Lai ha avuto però la forza di affermarsi, serena forse come la Vergine dell’Uva o la Vergine che riposa durante la fuga in Egitto, e ha portato il nome di Maria dal mondo solo celeste a quello terreno. Con lei, dunque, si chiude il percorso della mostra, ricca di moltissime altre opere di celebri artisti e artiste: Edina Altara, Floria Riccio, Costantino Spada, Marco Moretti, Vittorio Calvi.

Fig. 4

 Singolare scelta dei curatori è stata quella di intervistare i passanti per le vie cittadine, chiedendo loro opinioni sulle loro opere esposte. Domanda costante è stata: “Si tratta di un’opera realizzata da un uomo o da una donna”? Curiose e varie le risposte, ma spesso azzeccate: la maggior parte degli intervistati hanno riconosciuto un uomo dietro quelle donne, hanno visto l’artista uomo, non l’artista donna. Segno che ancora non si comprende appieno che l’arte non può essere solo maschile. Ha anche un altro lato, e se la donna non crea l’arte, la donna la ispira, distruggendo stereotipi e creando nuovi mondi, che parlano nuovi linguaggi e vivificano un lato dell’arte troppo spesso dimenticato.

Scusate se ho parlato di Maria, ma l’ho fatto per costringere a rivedere il vecchio detto secondo il quale dietro ogni uomo sta una donna: no. Assieme ad ogni uomo, sta sempre una donna; assieme ad ogni donna, sta sempre un uomo.

 

Note al testo

1 Si tratta di un vastissimo palazzo su due livelli forse di origine medievale ma rinnovato totalmente nel XVI secolo, recentemente restaurato (2000), un tempo adibito a Monte frumentario. Sulla semplice facciata risalta ancora lo stemma della Corona d’Aragona, ma delicati elementi classicheggianti di gusto primoseicentesco ne hanno ingentilito alcuni tratti. Appena di fronte, il visitatore può ammirare l’ingresso della cappellina gotico-aragonese della Madonna di Loreto, un tempo annessa alla scomparsa Porta di Rosello. Non lontano, si ammirano anche la monumentale fontana rinascimentale del Rosello (eretta sotto il governo di Filippo III) e la seicentesca chiesa barocca della SS.ma Trinità, eretta dall’Ordine dei Trinitari.

2 Ritirato dal Comune dopo le Leggi eversive che decisero la soppressione dei conventi.

3 Antoine-Claude Pasquin (1789-1847), meglio noto come Valery, bibliotecario di Versailles, visitò la Sardegna nel 1834.

4 Corporazioni di mestiere di origine medievale che, ancora oggi, per sciogliere un antichissimo voto formulato alla Vergine Assunta, svolgono ogni anno (14 agosto) una processione con monumentali colonne istoriate e decorate (che sostituiscono gli antichi ceri medievali) sino alla nominata chiesa di Santa Maria di Betlem. I gremianti si distinguono per gli antichi abiti spagnoli seicenteschi, rimasti intatti e in uso sino ad oggi.

Didascalie delle immagini

Fig. 1 - Palazzo della Frumentaria dopo i restauri.
Fig. 2 - Scusate se parlo di Maria. Manifesto della mostra.
Fig. 3 - Jan Gossaert, Madonna dell'uva. Olio su tavola, 49 x 57 cm., Museo Sassari Arte.
Fig. 4 - Il palazzo della Frumentaria nell'ultimo XIX secolo (disegno di Enrico Costa)

Scheda tecnica

Il Palazzo della Frumentaria, Via delle Muraglie 1, Sassari (Fig. 4), è visitabile spesso solo in occasione di mostre. In questo caso, l’esposizione sarà aperta tutti i giorni sino al 30 settembre 2013. Orari: Da lunedì a sabato 10.00-13.00/16.00-20.00
Per info: Ufficio Turistico Comunale, Settore sviluppo locale e politiche culturali- Palazzo Infermeria di San Pietro, Largo Infermeria di San Pietro. tel. 079 279 954 / 960 – mail: Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. E' necessario abilitare JavaScript per vederlo.



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