Fogli e Parole d'Arte

Rivista d'arte on line, ha ricevuto il codice ISSN (International Standard Serial Number)
1973-2635
il 23 ottobre 2007.

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Andrea Bonavoglia (Roma)
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Dal Medioevo alla Maniera. Tesori riscoperti della Collezione Sanna di Sassari.

Fig. 1È ricchissima, seppur parziale, la collezione dei dipinti raccolti dal politico e imprenditore Giovanni Antonio Sanna (1819 - 1875, Fig. 1) nel XIX secolo e da lui donati alla Città di Sassari, esposta da poche settimane alla Pinacoteca Mus’a (Fig. 2, detta erratamente “al Canopoleno”)1 di Sassari, nella mostra “Dal Medioevo alla Maniera”, comprendente le due mostre congiunte “Tesori riscoperti della Collezione Sanna” e “Il ‘500 ai raggi X”. Una vera perla nella perla, un gioiello dentro un gioiello: incastonata nella Sassari medievale, dentro la ex monumentale Casa Professa gesuitica (scorcio del XVII secolo), dentro sale che hanno visto crescere e formarsi sino al 1976 (nel suddetto Convitto “Canopoleno” personaggi come la generazione dei Berlinguer, dei Segni, Togliatti e altri), si vede una preziosissima raccolta di opere riesposte al pubblico per la prima volta in nuova sede e nuova luce, restaurate e riviste sotto ogni minimo aspetto. Da troppo tempo, infatti, giacevano nel Museo Sanna (visitato quasi solo per la sua eccelsa raccolta archeologica), ingiustamente dimenticati, seppur conosciuti nell’ambiente degli studiosi d’arte di tutta Italia.

Fig. 2La prima sala, come illustrato dalle direzioni “indicative” dei gestori dell’esposizione, è quella dove una volta si avevano le cucine e ora la sezione che parte dal Medioevo e porta alla Maniera (sala seguente). In questa sala, ora non risuonano rumori di piatti e grida di camerieri e cuochi, ma il silenzio assordante di capolavori eccelsi. Un trittico supremo, parte di uno smembrato altare, qua chiamato per le peculiarità iconografiche Trittico dei libri (XIV sec., Fig. 3) attira subito il visitatore, ed è sempre stato annoverato fra i pezzi migliori della collezione Sanna: i tre santi (Nicola, Antonio abate e Lorenzo con un Salvator mundi all’apice) di questa meravigliosa tempera su tavola (attribuita a Mariotto di Nardo), fanno da ciceroni all’intera mostra. Ci portano alla deliziosa tempera su tavola Madonna col Bambino di Bartolomeo Vivarini, quattrocentesco dipinto (è firmato 1473), straordinario nella sua delicata e finissima fattura; eccelsa sublime commistione di ieratica, seria sacralità, realismo composto eppure così acceso di vita fiamminga si trovano invece nell’olio su tavola con la Santa Lucia di Gerolamo Giovenone (1490 ca. – 1555), che quasi blocca il visitatore con la sua bellezza, senza che egli nemmeno sappia di volgersi verso l’antico chiostro seicentesco dei gesuiti, connesso, un tempo, con l’adiacente chiesa monumentale rinascimentale di Gesù-Maria, già della Compagnia di Gesù (dove si ammirano le straordinarie pale d’altare del giovane gesuita fiammingo Giovanni Bilevelt). Degno di nota in questa sala è inoltre anche il Compianto sul Cristo morto di Bernardino Lanino (XVI secolo).Fig. 3

Qua il grandioso excursus sulla Sardegna non può essere ignorato. I più eccelsi maestri sardi (o in Sardegna operanti) recentemente elogiati anche da “noti” studiosi come V. Sgarbi, si mostrano alla vista del ricco San Sebastiano del Maestro di Ozieri (XVI sec.) e alle altre tavole dello stesso misterioso geniale pittore. Non era certo oriundo del piccolo paese sardo, ma lì ha lasciato gran copia dei suoi capolavori (da questo il nome): rinascimento e minuzie fiamminghe, maniera e anticipazioni lampanti e geniali ed echi di dettagli nordici, composti insieme con una sapienza descrittiva unica, lo rendono ancora enigmatico, oggetto di studi approfonditi lungi dall’esser conclusi. Si ammirano dunque la sua Crocefissione (XVI secolo,  Fig. 4) tema presente in diverse versioni coeve (in una il Cristo è accompagnato dalla Madre e da San Giovanni e inserita in uno sfondo agreste), la Incredulità di san Tommaso (Fig. 5) e la Salita al Calvario (palesemente ispirata allo Spasimo di Sicilia di Raffaello) – pezzi stupendi e ancora misteriosi e oggetto di analisi e ricerca.Fig. 4

Da questi, si passa ai simulacri lignei medievali. Fra tutto, primeggia il San Nicola di Bari (XV secolo) e il Cristo crocefisso, già esposto alla venerazione nella parrocchia cittadina di San Donato e ceduto allo Stato nel primo ‘900 (Fig. 6). Il primo, stupendo pezzo della statuaria medievale di Sardegna (avara nei suoi “lasciti”), si nota per il particolare “incolonnamento” del corpo statuario e la stola incrociata al davanti (prerogativa di sacerdoti e non vescovi che permette di dare al simulacro forse diversa primigenia utilizzazione – gli studi al riguardo sono infatti in corso). Appartenente alla bellissima chiesa medievale di San Nicola di Trullas2 presso il borgo di Seméstene, è in temporaneo deposito a Sassari. Così è altrettanto enigmatico, ricco e realistico il più antico Cristo crocefisso di Sassari, forse l’opera del genere più antica nell’Isola (XIII-XIV secolo), realistico nell’anatomia e nella cruda e solitaria drammaticità della morte. Altri frammenti di simulacri e ornamenti lignei provengono dalla bella chiesa abbaziale vallombrosana di San Michele di Salvennor3 : un frammento ligneo intagliato dell’originale copertura medievale e due Teste di santi (XVI secolo ca.) sempre lignee. Fig. 5

Degno elemento di chiusura dell’esposizione in questa prima sala, è lo straordinario Santo diacono e martire (Fig. 7, Enrico Costa nell’ultimo ‘800 lo identificava come San Pancrazio, mentre è assai inverosimile una sua identificazione con Santo Stefano avanzata recentemente). Eseguito dal celebre quanto inidentificato Maestro di Castelsardo, proviene dalla chiesa cittadina di Sant’Antonio abate, già officiata dai serviti.iv Eseguito alla fine del XV secolo, probabilmente è stato eseguito dalla bottega del Maestro, su suo disegno. Il santo è raffigurato in piedi, con la lunga dalmatica di gusto medievale, il manipolo, il libro dei Vangeli e la palma. Straordinario il ricchissimo fondo oro dalle raffinate e superbe ornamentazioni delle vesti, eseguite con rara diligenza (a riprova della grande perizia tecnica dell’illustre Maestro), così come è splendido e delicato l’”accasciarsi”morbido e languido della tunica emergente dalla dalmatica ai piedi del santo (vicino alla quale si trovano due piccoli oranti). Manca per ora la Madonna dell’uva del Mabuse, esposta alla mostra Scusate se parlo di Maria, della quale già si è data notizia.

Fig. 6La seconda sala, quella che è stata – ai tempi d’oro del Convitto Nazionale Canopoleno – la Sala d’Udienza, si sposta verso il pieno Rinascimento e la prima Maniera, con la splendida Madonna col Bambino copia da A. Dürer (autore ignoto, olio su tavola, XVI secolo), il Ritratto di giovinetta attribuito a Piero di Lorenzo di Cosimo (un delicatissimo olio su tavola databile al periodo di transizione fra XV e XVI secolo) e il Riposo durante la fuga in Egitto di Francesco Vanni (olio del XVI secolo).

Alla Maniera piena si passa per una Madonna con Bambino e angeli del XVI secolo (olio su tavola di anonimo pittore tardo manierista) e una superba Santa Caterina d’Alessandria (XVI secolo), di pittore manierista d’area nordica, dove la santa in abiti scomposti e con la classica ruota spezzata sotto la mano sinistra risalta luminosa su un fondo scuro che mostra ancor meglio il fine incarnato e la vivacità coloristica delle vesti.

Nell’ultima sala, la più scenografica, con la sua serie di colonne centrali che la dividono in due piccole pseudo-navatelle voltate con eleganti campatelle crocierate e con le tracce di antichi affreschi ottocenteschi, già ingresso principale della Casa professa gesuitica e poi refettorio del Convitto Canopoleno, ci accompagna al termine della visita una stupenda miscellanea con alcune sorprese. Ancora si fa presente la martire Caterina d’Alessandria, in una tela lombFig. 7arda ad olio databile al periodo tra XVI e XVII secolo. Ma le due degne tele con l’Adorazione dei pastori (olio del XVII secolo) di Leandro Bassano e il delicatissimo Cupido dormiente, olio d’ignoto coevo alla tela del Bassano, assieme ad altri stupendi pezzi, non possono distogliere dal piccolo ma importantissimo Perdono dell’adultera attribuito al Tintoretto (olio su tavola) e dal Sant’Agostino attribuito al Guercino (o forse alla sua bottega – olio su tavola). Sull’attribuzione dei due pregiatissimi dipinti non ci si può ancora aprire del tutto, poiché sono ancora necessari confronti, analisi e comparazioni approfondite da parte degli studiosi e dei curatori della mostra. Così infatti afferma A. Casula, della Soprintendenza ai Beni Culturali di Sassari e Nuoro, aggiungendo che appena si è fatto in tempo a restaurare le preziose cornici delle opere e le medesime stesse prima dell’esposizione e sarà necessario ancora molto tempo per lo studio delle opere del Tintoretto e del Guercino. Meticoloso, aggiunge, è stato inoltre il lavoro di studio “ai raggi X” (da qua il titolo dato alla parte cinquecentesca della mostra) cui sono stati ben sottoposti i dipinti del Maestro di Ozieri analizzati nella profondità degli strati cromatici, con strumenti d’indagine multispettrale, riscoprendo pentimenti, correzioni, mende, lacune, ritocchi postumi, tanto da far pensare a diverse mani e non a un solo autore.

 

 

Didascalie delle immagini

Fig. 1 – Ritratto di Giovanni Antonio Sanna (Sassari 1819 – Roma 1875).

Fig. 2 – Pinacoteca Comunale di Sassari Mus’a (già sede del Convitto Nazionale Canopoleno).

Fig. 3 – Trittico dei libri (San Nicola di Bari, Sant’Antonio abate, San Lorenzo), attrib. a Mariotto di Nardo, XIV secolo, tempera su tavola, m. 0,80 x 1,30 ca.

Fig. 4. – Maestro di Ozieri, Cristo Crocefisso, XVI secolo, olio su tavola, m. 0,48 x 0,48 ca.

Fig. 5 – Maestro di Ozieri, Incredulità di san Tommaso, olio su tavola, m. 0,48 x 0,53 ca.

Fig. 6 – Anonimo, Cristo Crocefisso, legno intagliato, XIII-XIV secolo ca., m. 1,70 ca., già della chiesa di San Donato di Sassari.

Fig. 7 – Maestro di Castelsardo, Santo martire e diacono (San Pancrazio?), tempera su tavola, XVI secolo, m.1,10 x 50 ca. Sassari, chiesa di Sant’Antonio abate.

 

Note al testo

1 Seminario-Convitto, oggi Convitto Nazionale, fondato nel 1611 dall’arcivescovo Antonio Canopolo e allogato dal 1788 nell’antica Casa professa gesuitica di Sassari. Il “Canopoleno”, che prende il nome dal fondatore, si è spostato tra il 1974 e il 1976 in nuova sede, cedendo poco dopo quella antica allo Stato che dopo un accurato restauro vi ha collocato gli Uffici della Soprintendenza e la Pinacoteca Comunale che ospita la Mostra.

2 Già badia camaldolese, ora resta la bella chiesa medievale citata nel testo (XII secolo). La zona è stata studiata approfonditamente dal medievista G. Deriu. Cfr. G. Deriu - S. Chessa, Semestene ed il suo territorio dal Basso Medioevo agli inizi dell'Epoca Contemporanea, Sassari, 2003, pp. 59-60 (in particolare n. 2 pag. 60).

3 Seconda abbazia vallombrosana di Sardegna sita presso lo scomparso centro di Salvennor, ora mostra solo la chiesa (XII secolo) e pochi ruderi del monastero.

4 La tavola era stata un tempo inserita al centro della tela raffigurante la Comunione di Santa Giuliana Falconieri del napoletano Gerolamo Ruffino (1734), esposta nella cappella omonima della chiesa di Sant’Antonio abate.

 

 

Scheda tecnica
La mostra, permanentemente unita a quella già allestita nelle altre sale del palazzo (dal Medioevo all’età contemporanea), è aperta dal lunedì al venerdì dalle 9.00 alle 13.30; l’apertura serale è prevista il lunedì e il martedì dalle 15.00 alle 17.00.
L’ingresso è in Piazza Santa Caterina, mentre l’ingresso per i disabili e nella retrostante Via Canopolo 7.
Per info: 079-231560; Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. E' necessario abilitare JavaScript per vederlo. – Sito web: www.pinacotecamusa.it  L’ingresso è sempre gratuito.

 

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