Fogli e Parole d'Arte

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il 23 ottobre 2007.

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Paolo Radi, l’addomesticatore alchemico

Paolo Radi, Sorgente

 

E’ da tanto che Paolo Radi nel suo lavoro (ormai ventennale) miete successo, con mostre in Italia, all’estero, e presenze alla Quadriennale di Napoli (2003) e alla Biennale di Venezia (2006). Molti hanno parlato di lui, e sicuramente molte cose sono state dette. Non posseggo tutto questo materiale, e non posso interloquire direttamente. Mi limiterò dunque a dire la mia, da fruitore dilettante in materia, e dalla specola della mia pratica di altre arti, quali la scrittura e la psicologia. Sarò dunque impressionistico e fenomenologico, a partire dal dato testimoniato da questa mostra romana intitolata dall’autore ‘Alzando lo sguardo’.

Un titolo in una mostra è talora un pretesto talora una dichiarazione di poetica; spesso un’agnizione a posteriori sul proprio percorso, tra volontà e intuizioni ‘in fieri’, essendosi che sempre l’arte, pur cercandosi ‘progettuale’, finisce per essere un ‘trobar’

(‘clus’ o ‘leu’, chiuso o aperto nel linguaggio, come dicevano i poeti provenzali), ma sempre un’arte del trovare. Si inventa imbattendosi, mentre la tecnica e i modi progettano il percorso di questo rinvenire. Picasso docet.

Verso quale dove e per quale perché Radi alza dunque lo sguardo. Il pretesto superficialmente è ‘engagé’. Trovandosi a passare per i vicoli del ghetto romano Radi ha trovato nel cielo imprigionato tra i palazzi, sulle orme del notorio tragico rastrellamento nazista, la porta stretta di una pietas che mette in sincrono la ricerca interiore di un personale altrove della memoria con l’altrove del rispetto dell’alterità e con la memoria collettiva della ferita all’umano, troppo umano. E da lì lo sguardo verso un cielo di fuga dimenticato, verso un cielo di valori salvifici, di luce.

E dalla luce come ricerca oltre la parola vorrei cominciare, con un’alzatina retorica sempre a prestito dal regno della poesia, citando il dantesco culmine della ‘Commedia’, dove dice “l’intelletto si profonda tanto che la memoria dietro non può ire”. Alludo, per la sfera aniconica e oggettuale del lavoro radiano, al lavorìo di va e vieni tra epifanicità archetipale e occultamento. Quello di Radi - per lavorare di sponda tra il titolo della mostra attuale e le precedenti titolature - è uno sguardo ‘oltre lo sguardo’, uno sguardo mentale, interiore; “in-visione”, per usare un titolo di una mostra del 2006.

Si badi bene, uno sguardo mentale, ma materico; non concettualismo. Le estroflessioni radiane hanno certo infatti parentela con il minimalismo concettuale di Castellani e Bonalumi, ma non giocano né sulla serialità matematizzante del primo né hanno il mosso dinamismo lineare e il colorismo dell’altro. Sono stratigrafie esistenziali, forme dell’esperienza. Radi è materico, ma di una materia che si svapora in trappole, filtri, stratigrafie. Per parafrasare un celebre assioma del regista cinematografico Tarkovskij, si tratta di scolpire il tempo, di oggettualizzare il ‘tempo vissuto’, in filtri e stratigrafie. Di avvolgerne la scheggia feritoria nella perla traslucida e protettiva di oscillazioni indefinite; un “Indefinito continuo”, per parafrasare un altro suo titolo, nella mostra del 2007. Perché in-videre, vedere dentro - per giocare un po’ sulle parole - è un gioco al massacro (non a caso arriva oggi a confrontarsi con l’esterno-interno della shoah), un gioco inviso e ostico, nell’impermanenza del continuo. E’ un cortocircuito dell’esserci, un ‘Corpo circùito’ (… o circuìto ?), per usare il titolo della mostra del 2006. Bisogna circuire con cautela il corpo luminoso dell’esserci, per non fare cortocircuito, Bisogna molecolizzarne le particole in ‘Tempora’ (titolo dall mostra del 1999), per riuscire a distillarne l’alchemico ‘corpo sottile’ (cfr mostra del 2005…’La luce dei corpi sottili’). E dunque, nell’invidia del tempo, inviso ma anche cercato alla permanenza, bisogna ricordare, attivare le ferite in abbagli di luce, ma anche attenuare la luce in filtri e stratigrafie, in amichevoli trappole, che ne addomestichino la forza feritoria in curve e dissolvenze, in morbidezze oggettuali diafane.

Penso ai rigonfiamenti anellidi e metallici - archetipali e incombenti, inquietante ‘presenza’ - delle opere grandi e aniconiche della seconda sala (a cui le foto del catalogo non rendono giustizia), che grandi superfici siliconate o in perspex (‘Il paradosso della superficie’, secondoil bel titolo del 2013) intrappolano e filtrano, trattenendo e deviando l’impatto della luce, o della ‘illuminazione’, deviandone l’epifania in morbide curve centrifughe, in una diaspora di velature.

Interno della galleria annamarra con le opere di Radi

Ma penso anche ai documenti della deportazione ebraica nel ghetto di Roma (dove la galleria e la mostra si situa), così come appaiono in ‘Testa di cielo’, ‘Fuori in alto‘, ‘Verso altro tempo‘, ‘Accecante chiarezza‘, ‘Tra ascesa e attesa‘, dove le foto di cieli e vicoli teatro della tragedia - intrappolati da palinsesto di morbida carta e filtri di pallida protezione annebbiante, - hanno la fuga della luce cielare (costretta nella prigione dei vicoli), una luce che esplode in tagli verticali, feritori e per niente consolatori, come a rompere ogni filtro e superficie con fontaniani inquietanti sfondamenti in un oltre dilagante. Solo che mentre l’oltre fontaniano è buio abisso, qui l’oltre è luce esplosa in avanti, abbaglio della rivelazione.

Il ‘paradosso della superficie’ (altro titolo del 2013) allora non si fa, come in Fontana ‘ profondeur de la surface ‘ ma stratigrafia della rivelazione; luce che - sempre per parafrasare la ‘Commedia’ - ‘ penetra e risplende, in una parte più, e meno altrove ’.

Radi è insomma un artista spugnoso, un pescatore di luce, che si intride per irradiare, ma con la sapiente prudenza che si addice ad un pescatore di soli, a uno che vuole che il limite sia manifesto, ma ‘custodito’, unico modo perché possa essere ‘presenza’. Un moderno addomesticatore alchemico della materia della convivenza.

 

Scheda tecnica

Alzando lo sguardo, galleria Annamarra contemporanea, via Sant'Angelo in Pescheria, 32, Roma.
Dal 2 ottobre al 30 novembre 2013, mart-sab ore 15.30 – 19.30.

 

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