Fogli e Parole d'Arte

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il 23 ottobre 2007.

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Ai Weiwei a Berlino, tra arte e politica

Fig. 1

La grande sala centrale del Martin-Gropius-Bau di Berlino è coperta da alcune migliaia di sgabelli di legno, più o meno uguali, di pari altezza, di simile forma: sedile rotondo e tre gambe incastrate. Gli sgabelli appartengono alla produzione artigianale e popolare della Cina degli ultimi secoli, erano e sono tuttora in uso nelle campagne e nei villaggi, e l'artista cinese Ai Weiwei insieme ai suoi numerosi collaboratori li ha raccolti e accumulati, a migliaia (Figg. 1 e 2). Sono la testimonianza tangibile ed umile di una Cina che scompare, e costruiscono, qui, un singolare e imprevedibile strato legnoso sovrapposto al pavimento. Peraltro non è possibile usarli e neppure toccarli, a differenza di quanto Ai ottenne all'edizione del 2007 di documenta a Kassel, dove il suo migliaio di sedie antiche cinesi era dislocato qui e là nei vari padiglioni e poteva essere usato dai visitatori. Fig. 2

Prima della sala centrale – che resta l'area di maggior impatto della mostra berlinese – Ai ha anche incastrato decine di biciclette moderne (Fig. 3), appendendole come un enorme lampadario al soffitto dell'ingresso e creando un adeguato oggetto introduttivo alle singolari collezioni di oggetti della mostra “Ai Weiwei – Evidence”, in programma fino ai primi di luglio.

Di formazione fotografo e designer, Ai Weiwei ha raggiunto la fama internazionale, e la ricchezza, da circa un decennio e la sua attività non si è interrotta davanti alla palese e propotente ostilità che il governo cinese gli manifesta. L'artista, che collaborò come consulente di De Mouron e Herzog alla progettazione dello stadio olimpico di Pechino, accetta gli inviti europei ad allestire mostre (fu invitato anche alla Tate Modern di Londra nel 2010), ma – come a Berlino – non sempre può partecipare di persona ed è costretto a una laboriosa gestione da lontano delle sue cose. Ai è infatti considerato un nemico dello stato cinese, un sovversivo, e paradossalmente la notizia che non è potuto venire a Berlino finisce per essere più importante della mostra stessa; accade quindi sempre più spesso che di Ai si parli più per i fermi di polizia, per il ritiro del passaporto, per le incarcerazioni, che per la produzione artistica.

Tuttavia, Ai sembra trarre vantaggio dalla sua condizione e lancia sfide sistematiche al governo, trasformando la sua vita, e le cose della sua vita di dissidente, in arte. Si ricordi che “evidence” in inglese vuol dire tra l'altro “prova” in senso poliziesco investigativo. Nasce da qui una sensazione se vogliamo un po' sgradevole, e cioè che l'artista alla fine stia sfruttando il suo nemico e che senza quel nemico la sua ispirazione possa venir meno. In altri termini, Ai sembra ormai chiuso in se stesso, nemico di tutti, sprezzante verso il suo paese ma anche verso gli altri, un prigioniero che ostenta di essere prigioniero. La sua rabbia si manifesta ad esempio in una serie di fotografie in cui i più celebri luoghi della terra (come il Colosseo, la Torre Eiffel, ecc.) sono usati da sfondo per il suo dito medio alzato, in primissimo piano. Fig. 3

C'è anche la cella in cui fu incarcerato per quasi tre mesi, riprodotta in scala esatta ma in materiali diversi (compreso il marmo), e ci sono gli oggetti più svariati appartenenti alle sue disavventure giudiziarie che qui si trasformano in oggetti di cristallo, di metallo, di pietra. C'è persino la multa colossale di vari milioni di Yuan che lo stato gli ha somministrato per evasione fiscale (ovviamente ritenuta pretestuosa da Ai e dai suoi sostenitori) e che Ai paga a rate; attaccate come carta da parati alle pareti della mostra ecco allora una incredibile quantità di cambiali/banconote da lui stesso disegnate e validate, equivalenti una per una ai soldi affidatigli da amici e sostenitori.

Nella mostra sono esposti alcuni esempi di opere palesemente surrealiste costruite dal giovane Ai negli anni 90, che confermano anche l'attuale modus operandi, una sorta di metamorfosi cui Ai sottopone gli oggetti del mondo come quelli della sua stessa vita; preleva frammenti di edifici crollati, vasi rotti, tondini di ferro, statue di case antiche, e li ripropone in una sua personale replica, creando modelli lucidi e perfetti di ciò che invece è ormai logoro e devastato (Figg. 4).

E' un'idea di arte rigenerante, quasi una seconda vita che l'artista offre e procura alle cose. Tuttavia, se il discorso è di grande interesse per la storia cinese – che vede nell'attuale boom industriale una terribile occasione di distruzione del mondo antico -, appare meno valido per la storia privata di Ai. Forse, esporsi davanti al pubblico esibendo se stessi è prerogativa ed elemento intrinseco del fare arte, ma in questo caso, come già detto, lascia perplessi.

Fig. 4

Fig. 5

Naturalmente, molti pezzi sono memorabili. Oltre agli sgabelli, i vasi smaltati e lucidi, alcune casse di legno di rigorosa perfezione formale, le centinaia di gamberi in porcellana smaltata, le statue dorate dello zodiaco cinese (Fig. 5), sono strepitosi per l'impatto visivo, per la forza costruttiva che manifestano. Speriamo solo che la polizia lasci in pace Ai nei prossimi anni, e che l'artista possa ancora lavorare su temi meno ossessivamente privati, più universali, come sa fare e come – in fondo - dovrebbe sempre fare.

 

Scheda tecnica

Ai Weiwei – Evidence, Martin-Gropius-Bau, Berlino.

Dal 3 aprile al 7 luglio 2014; aperto dal mercoledì al lunedì dalle 10 alle 19, chiuso il martedì; dal 20 maggio apertura fino alle 20. Ingresso € 11, ridotto € 8, gratuito fino a 16 anni.

Didascalie delle immagini

Fig. 1 e 2, Ai Weiwei, Stools, 2014 © Ai Weiwei.

Fig. 3, Ai Weiwei, Very Yao, 2009 © Ai Weiwei.

Fig. 4, Ai Weiwei, Han Dynasty Vases with Auto Paint, © Ai Weiwei.

Fig. 5, Ai Weiwei, Golden Zodiac, 2011 © Ai Weiwei.





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