Fogli e Parole d'Arte

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Carl Andre, tra ordine e dadaismo

 

Carl Andre

L'estate 2016 a Berlino vede accostati in città alcuni tra i massimi esponenti dell'arte contemporanea e alcuni maestri del passato. Si va dalla retrospettiva tutta da vedere per alcune ore di filmati di animazione di William Kentridge nel Martin Gropius Bau, alla bella mostra spagnola sull'era di Velàzquez alla Gemaelde Galerie, alla celebrazione dell'estro di Cindy Sherman nella galleria me della Auguststrasse. Centro nevralgico dell'estate è tuttavia la Hamburgher Bahnhof, l'ex-stazione trasformata ormai da oltre un decennio in museo di arte contemporanea, che accoglie come sempre un notevole numero di mostre affiancate alle collezioni permanenti.

Le oltre trecento opere di Carl Andre in quest'ultima spettacolare sede rappresentano un omaggio importante e forse inaspettato a un personaggio di rilievo, ma non famosissimo, dell'arte di oggi. Statunitense, classe 1935, scultore e poeta, Carl Andre fa parte di quel gruppo di artisti che crearono o semplicemente rivisitarono la concezione intellettuale e minimale dell'espressione estetica, dando vita a opere basate su ripetizione, geometria elementare, uniformità di elementi. Come esempio classico del minimalismo americano si fa riferimento di solito all'opera di Donald Judd, fatta di blocchi lucidi e perfetti accostati per terra o a parete; e ciò in parte somiglia ad alcuni lavori di Andre.

L'ingresso della Hamburgher Bahnhof 

Poesie di Carl Andre

Ma in questo discusso personaggio, un po' hippy, un po' anarchico, un po' selvaggio (persino protagonista di un clamoroso caso giudiziario quando fu accusato dell'omicidio della moglie nel 1985), convive una natura diversa, dadaista, esplicitamente richiamata dai titoli delle oltre 200 poesie, dattiloscritte su fogli di carta ed esposte in ampie vetrine; le poesie consentono, insieme a una cinquantina di fotografie, di raggiungere quell'altissimo e sorprendente numero di opere presenti nel museo berlinese. Poesie dada, appunto, nel senso che assemblano parole e ripetizioni di parole senza connessione di significato.

Restano quindi una cinquantina di vere opere, di vere sculture, e in effetti si tratta di un numero comunque elevato, perché le loro dimensioni sono espresse in metri e non in centimetri e trovano nelle infinite sale della vecchia stazione trasformata in museo una sede straordinariamente adatta. In qualche caso possiamo camminarci sopra, sono lastre metalliche poggiate a terra a comporre semplici motivi a scacchiera; in altri casi ci camminiamo in mezzo, perché sono composizioni di oggetti poste sempre a diretto contatto del pavimento; in altri casi le vediamo a distanza, sulle pareti o negli angoli. Sono blocchi di pietra, di cemento e di legno, accostati o raggruppati, disposti in apparente ordine/disordine, ma qui in queste proporzioni grandiose di spazio e di vuoto le scelte di Andre si rivelano con la massima precsione: non è banale ripetizione di oggetti minimali, ma una logica rarefazione di elementi singoli, che si compongono secondo regole spesso casuali. Così dall'artista che sembrava un esponente di idee riduttive e logiche, traspare ed esce invece la natura esplosiva, irrazionale, dell'espressività.

La sala 3 dell'esposizione

Possiamo allora guardare Andre con occhi nuovi. Se poteva sembrarci emulo di Judd, dobbiamo in parte ricrederci, a partire dall'aspetto sgretolato o ruvido dei suoi materiali per arrivare alle combinazioni dei suoi oggetti primari. Combinazione è il termine che sembra più adatto, perché richiama quella singolare e modernissima forma di creazione che è data dal mettere insieme in tutte le varianti possibili alcuni, pochi, elementi. Ce lo hanno rivelato e confermato le sue poesie, fatte di frasi corrette inframmezzate a frasi nate da variazioni di parole, secondo quello spirito a caso che tanto condizionò l'arte di inizio Novecento, freudiana all'estremo. Soltanto nel caso c'è la verità.

Le opere esposte sono dislocate, come dice il titolo della mostra "Sculpture as Place", nelle sale del museo, con abbondanza di spazio tra l'una e l'altra. Andre è passato, dagli anni 60 in poi, da una ricerca scultorea legata alla forma a una basata sulla struttura, per giungere all'idea di scultura come luogo, che va intesa come una scultura-architettura che si appropria del luogo in cui sorge. La grande e splendida sala d'ingresso della stazione, con le arcate di ferro a sagomare un'alta copertura goticheggiante, riceve allora una nuova pavimentazione dalle opere di Andre; l'effetto è spettacolare senza dubbio e crea nei fatti una nuova architettura, non una decorazione della sala. Sembra difficile ora immaginare che le opere saranno tolte di qui alla fine dell'esposizione; la sala tornerà ad essere altro.


Nel procedere lungo le sale del museo incontriamo poi le combinazioni geometriche, compresi alcuni pezzi circolari a spirale ottenuti da lamine metalliche, disseminate sui pavimenti di cemento, scabri ed irregolari, delle vecchie aree di lavoro della stazione ferroviaria. Non poteva esserci destinazione migliore per questi oggetti; "la mia opera non ha significato", ha detto lo stesso Andre, "non è che la presentazione di materiali nella forma più chiara che riesco a fare".

 

Scheda tecnica

Carl Andre: Sculpture as Place, 1958-2010, fino al 18 settembre 2016, Hamburger Bahnhof - Museum für Gegenwart, Invalidenstrasse, Berlino. Ingresso al museo compresa l'esposizione, 14 euro. Apertura: martedì e mercoledì 10 – 18, giovedì 10 – 20, venerdì 10 – 18, sabato e domenica 11 – 18. Chiuso il lunedì. La mostra è stata curata da Lisa Marei Schmidt e Veronika Riesenberg

 

 

 

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