Fogli e Parole d'Arte

Rivista d'arte on line, ha ricevuto il codice ISSN (International Standard Serial Number)
1973-2635
il 23 ottobre 2007.

Fogli e Parole d'Arte è diretta da
Andrea Bonavoglia (Roma)
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The Japanese House, a Roma

 Sale della mostra

L’architettura non è sempre stata merce buona per le grandi mostre, troppo spesso esposta riduttivamente tramite schizzi e disegni tecnici, e considerata in fondo “cosa da specialisti”. Negli ultimi vent’anni tuttavia la maggior facilità nell’acquisizione dei dati, l’avvento dei sistemi CAD per computer e un rinnovato desiderio di creare modelli e plastici per scopi tanto progettuali quanto descrittivi, hanno fornito agli studiosi e al pubblico l’elemento illustrativo più diretto e comprensibile, il modello in scala appunto. Non si tratta certo di quegli strepitosi plastici lignei o murari che in tempi lontani venivano costruiti anche per saggiare l’edificabilità dell’oggetto, ma molto più normalmente di modelli in cartone, compensato, plastica o metallo di dimensioni “portabili”.

Il MAXXI di Roma segue da qualche anno una strada espositiva interessante in campo architettonico e sembra essere riuscito a costruirsi una personalità autonoma, che lo stacchi dalla struttura roboante e (troppo) spettacolare in cui lo ha rinchiuso Zaha Hadid. Tra novembre 2016 e febbraio 2017 nella vasta e lunga Galleria 2 del museo è stata allestita una mostra di alto livello sull’architettura residenziale giapponese del secondo dopoguerra, The Japanese House, tale da consentire sia ad esperti sia a semplici appassionati un’informazione ampia e decisamente stimolante. La mostra, nata dalla collaborazione tra il MAXXI e il Barbican Centre di Londra, su invito della Japan Foundation di Tokyo, consiste di progetti particolari, destinati ad utenze non di massa, vale a dire progetti più o meno avanzati, più o meno legati a tradizione o innovazione, ma sempre progetti ideati da personaggi non comuni. E si tratta di case nel senso di case singole, non gli appartamenti in affitto dove in realtà vive gran parte della popolazione giapponese. La complessa storia sociale del Giappone, cui vanno aggiunti i disastri fisici ed economici legati alla sconfita nella Seconda Guerra, ha determinato un certo tipo di architettura residenziale individuale ed individualistica, slegata da piani urbanistici e invece fortemente connessa allo sfruttamento del terreno, alla necessità di costruire case minimali ma abitabili, alla loro progettazione come fatti unici.

La mostra romana, dotata di un catalogo ricco di contenuti storici, visivi e architettonici, propone quindi un percorso cronologico e tematico tra alcune delle migliaia – possiamo immaginare – soluzioni ideate e sperimentate da quei cittadini giapponesi in grado di costruirsi una residenza privata, grande o piccola che sia. Sono varianti sul tema, quasi un prontuario di soluzioni, a volte iper-razionali, altre volte bizzarre, qui ripetibili, là del tutto uniche. Fotografie, disegni e – come detto – modelli tridimensionali ci accompagnano allora in una visita privata alla vita di questi nostri lontani compagni di viaggio nella cultura “occidentale” e capitalistica.

Sale della mostra

I nomi degli architetti sono davvero tanti e solo alcuni noti universalmente, ma forse ha poco senso per noi cercare tendenze stilistiche che possano costruire scuole comprensibili; la sensazione è che ci sia una matrice di fondo, che potremmo chiamare genericamente “giapponese”, fatta di alcune invarianti, e su questa matrice il lavorio incessante che cerca di guadagnare lo spazio, risparmiare le altezze, ventilare una stanza, catturare la luce. Le altre migliaia di dettagli che fanno la giapponesità, purtroppo, restano oscure ai non addetti ai lavori, per quanto sia lodevole lo sforzo dei tabelloni e del catalogo nel cercare di spiegare le scelte degli architetti in relazione alle tradizioni locali. Come semplici spettatori possiamo comunque apprezzare e valutare gli aspetti funzionali e formali e metterli naturalmente a confronto con le nostre tradizioni europee e con quanti nel Giappone hanno spesso trovato un fertile terreno di ispirazione (il nome di Wright è ovviamente immediato).

La mostra si divide in 14 settori tematici, i cui titoli riescono grosso modo a dare un’indicazione dei contenuti, anche se spesso non sfuggono a un certo intellettualismo tutto europeo.

PREMESSA, JAPANESENESS, PRODUZIONE DI MASSA, CEMENTO E TERRA, DALLA FORMA CHIUSA ALLA FORMA APERTA, LA CASA COME OPERA D’ARTE, PLAY, SENSORIALE, MACHIYA, LO SPAZIO TRA CASA E CITTÀ, LEGGEREZZA, FUORI MERCATO, IMPARARE DAL VERNACOLARE, OLTRE LA FAMIGLIA

Fig. 1

La quantità dei progetti è notevole e gli autori sono tanti, tra i quali alcuni nomi sono conosciuti, come Kenzo Tange, Toyo Ito, Kazuyo Sejima e Shigeru Ban, mentre molti altri sono del tutto ignoti in Europa, o perlomeno a me. La distinzione tra maestri e giovani è peraltro difficile, e forse del tutto inopportuna; molti progetti sono stimolanti anche per noi europei, e rimandano a una possibilità di costruire case di sogno come la ebbero Scharoun, Wright, Mies, Loos, Le Corbusier nel primo Novecento. Molti altri progetti invece sono curiosi e stravaganti per noi, simili più a operazioni di design per l’arredo che a strutture architettoniche.

Ho trovato esemplari e notevoli molte cose, di cui segnalo solo una rapida sequenza del tutto soggettiva.

La Casa Saito del 1952 progettata da Kiyoshi Seike vicino a Tokyo (Fig. 1) e poi demolita. In legno, poggiata su una piattaforma di cemento, sembra il prototipo della casa giapponese come la immaginiamo; bassa, leggera, smontabile, è assolutamente perfetta per viverci in un’atmosfera rilassante e quasi irreale.

Fig. 2

Fig. 3

La Capsule Tower progettata da Kisho Kurokawa nel 1972 a Tokyo (Fig. 2) consiste di 144 capsule abitative di otto metri quadrati ciascuna, di fatto quasi degli armadi attrezzati per dormire con doccia e wc, entrati nell’immaginario collettivo come possibile forma di un futuro da incubo.

La Casa a torre di Takamitzu Azuma del 1966 a Tokyo (Fig. 3), costruita in cemento armato a vista secondo uno schema asimmetrico e brutalista, poggia su un terreno nel centro di Tokyo di appena 23 mq.; per ottenere spazi abitabili si arrotola intorno a una scala curva con i gradini a sbalzo e senza ringhiera, creando una variante moderna delle case a torre medievali.

La Silver Hut di Toyo Ito, destinata alla residenza stessa dell’architetto, è del 1984 a Tokyo (Fig. 4) e rappresenta una svolta nella carriera del maestro; trasparente per via di coperture industriali a traliccio, è stata costruita secondo una sorta di spirito ecologico, riutilizzando infissi usati e ottenendo pezzi di arredo dalle parti di automobili allo sfascio; nondimeno, appare un luogo aperto e luminoso, una via di mezzo tra un cortile coperto e un locale pop.

Fig. 4

Fig. 5

Gli Yokohama Apartments del 2009 degli architetti Nakagawa e Nishidaso (Fig. 5) sono invece una specie di comune giovanile nell’ambito, leggiamo, di un quartiere residenziale tradizionale; quattro appartamenti hanno in comune un’area di smistamento e di soggiorno, nella quale si trovano le scale di accesso alle aree private, costruite in legno secondo la miglior tradizione giapponese.

E infine un progetto del 2013 a Tokyo, Garden and House di Ryue Nishizawa (Fig. 6), che ne riassume altri presenti nella mostra, cioè un appartamento letteralmente inserito in una fessura della città, in fondo simile nella concezione alla casa a torre brutalista di Azuma. Qui tuttavia l’aspetto esteriore dei quattro piccoli piani gestiti da una scala a chiocciola è sorridente, aperto, con piante verdi che fanno da facciata e la sensazione di un oggetto d’arredo trasformato in una casa.

Fig. 6

 

La mostra, allestita da Atelier Bow Wow, è stata curata da Pippo Ciorra in collaborazione con Kenjiro Hosaka del National Museum of Modern Art di Tokyo e Florence Ostende delBarbican Centre di Londra.

  

Scheda tecnica

The Japanese House. Architettura e vita dal 1945 a oggi, presso il MAXXI, via Guido Reni, Roma, dal 9 novembre 2016 al 26 febbraio 2017. Aperto dal Martedì al Venerdì, 11.00 – 19.00, sabato 11.00 – 22.00, domenica 11.00 – 19.00. Biglietto intero 12 euro, ridotto 8 euro.

 

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