Fogli e Parole d'Arte

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1973-2635
il 23 ottobre 2007.

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La ricerca alchimistica nella maiolica lustrata


 

Fig. 1 

“L'argilla incorruttibile per l'arte” (1).

1501- 2011: la ricerca alchimistica nella maiolica lustrata
da Mastro Giorgio Andreoli a Fernando Calzolari


In poche parole questa pietra come tintura particolare trasmuta
tutti i metalli in oro molto puro e migliore che quello delle miniere del Perù.
È un rimedio a tutte le malattie alle quali l'uomo può essere soggetto”
(2)

 

Io non cerco, io trovo. Così diceva Picasso, ma in verità è sempre stata la ricerca a spronare l'uomo a vivere, a perseguire una meta. Una meta che cambia come si sposta l'orizzonte man mano che uno gli va incontro, cambiano gli obiettivi, i mezzi per raggiungerli, perché forse è di per sé stessa la ricerca ad affascinare l'uomo.

L'alchimista è uno degli esempi per eccellenza di quanto la ricerca può intrappolare l'anima, ma può liberarla al tempo stesso dalla prigione della consuetudine.

E il lustro ceramico non è che una delle strade per praticare l'alchimia.

Magistero Alchemico lo chiamarono gli addetti ai lavori: dall'alchimista egiziano Zosimo di Panopoli ad Arnaldo da Villanova trattatista del XIII secolo, fino a giungere alle ricerche di Otto e Novecento di Fulcanelli e al suo discepolo Eugène Canseliet.

Tramutare una materia umile, come l'argilla, in qualcosa di prezioso e unico quanto l'oro, fu obbiettivo dei decoratori di maiolica del Cinquecento di cui parla il Piccolpasso – trattatista e ceramista di metà Cinquecento di Casteldurante scrisse il testo ancora oggi fondamento dell'arte ceramica “Li tre libri del vasajo”(3) – ed è un processo degno dell'alchimista del Rinascimento.

Fig. 2Lustro, riflesso, riverbero, terzo o piccolo fuoco. Tanti nomi per definire la tecnica applicata su oggetti ceramici già cotti, essa consiste nell'apposizione di una mistura di metalli sul pezzo da cuocere con un processo di riduzione chimica in forno, parte fondamentale che decreta l'effetto finale del “riflesso”.

Le radici di questa pratica affondano nelle tecniche arabe – le prime prove risalirebbero al IX secolo – importate nella penisola italiana nel corso del Quattrocento grazie ai rapporti di scambio fra artisti italiani o mercanti spagnoli. Tali dinamiche si snodano fino al centro della penisola, dove il riflesso metallico trova terreno fertile in un'epoca caratterizzata da una curiosità sconfinata ed insaziabile come fu il XV secolo.

Il primo “document lustré” (4)– riferito dalla maggioranza della critica alla produzione di Deruta (5) – è una mattonella murale a rilievo raffigurante un San Sebastiano alla cui base è leggibile l'iscrizione «AD. 14 LUGLIO 1501». I toni dorati della maiolica conservata al Victoria and Albert Museum di Londra, vertono sul rubino , ma sparirà ben presto nei lustri derutesi, che vedranno la propria produzione vertere sui riverberi metallici dorati e verdi olivastro e cantaride. Nonostante il primo documento sia riferito a Deruta, è a Gubbio che viene identificato l'artista che mise mano al perfezionamento della tecnica del terzo fuoco. Mastro Giorgio Andreoli (6), che nel 1490 dalle terre del Lago Maggiore, insieme ai suoi fratelli, era sceso a Gubbio, tenne una bottega nel quartiere di Sant'Andrea specializzata nei lustri. “Della sua eccellenza nell'arte della maiolica, tanto che nessuno gli è pari”. Se il Signore eugubino, allorché ne rinnovava la cittadinanza, così elogiava il talento di Mastro Giorgio, egli viene ad oggi ritenuto non tanto decoratore di maiolica, quanto esclusivamente “lustratore”. Eccellente, senza dubbio, e fino a che non si instaura, nei primissimi anni del Cinquecento, la vague dei disegni di stile fiorentino – come i profili maschili e femminili nei piatti da pompa – più elaborati e che dunque richiedevano una mano di abile pittore, l'Andreoli si cimenta anche nella decorazione dei vasi e delle ceramiche che mette a terzo fuoco.

Fig. 3

Quando la richiesta della committenza inizia a virare sulla qualità del disegno oltre che sugli effetti cromatici, l'officina eugubina di Sant'Andrea inizia a servirsi di pittori ceramisti. Proprio nel corso dei primi due decenni del sedicesimo secolo Mastro Giorgio stipula due contratti: nel 1516 con Paolo di Deruta che da queste date sarà suo collaboratore e nel 1525 con il pittore Giovanni di Luca di Casteldurante, chiamato a decorare i vasi su cui avrebbe in seguito steso i “riverberi”.

Mastro Giorgio è la cerniera per due luoghi fertili per la pratica del lustro. “Due stili molto differenti firmati da Mastro Giorgio” scriverà Federico da Urbino (7).

Un primo contatto della bottega di Mastro Giorgio con Casteldurante, che preannuncia l'incontro del suo secondogenito – Mastro Cencio – con il Cavalier Cipriano Piccolpasso Durantino, al quale egli svelerà il segreto della tecnica.

Il Piccolpasso trattò nel secondo dei suoi tre libri dedicati all'arte del vasaio il “lustro ad impasto” – nome derivato dalla mistura di molte componenti – limitando però la spiegazione all'ottenimento dell'oro. Il procedimento per rendere il rosso rubino rimase segreto.

Fig. 4

La pratica, che tanto celebre rese Mastro Giorgio, sarà proseguita nel corso di tutto il Cinquecento dai figli ed eredi della bottega, che si applicheranno ad ampliare la gamma di toni del riflesso metallico: dai classici oro e rubino al madreperla, al verde cantaride e ai violetti. L'abilità e l'importanza del lustratore era pari a quella del vasaio, la doppia firma ne resta a fare da testimone. Autografava l'opera il maestro dipintore e così anche il maestro che applicava il lustro.

La peculiarità di Mastro Giorgio fu, insieme al perfezionamento del lustro, quella di non limitarsi ad applicare la tecnica del lustro a vasi e piatti. Dimostrazione ne è l'altare di Gubbio con la Madonna dei Raccomandati del 1511.

Dietro alla fortuna di Mastro Giorgio Andreoli di Gubbio vi era il processo chimico segreto della mistura di elementi metallici cotti in riduzione che ha come unica base teorica la ricetta di Piccolpasso. La pratica per ottenere gli effetti delle maioliche giorgiesche andò perdendosi fino all'Ottocento, secolo in cui il trattato del Durantino viene dato alle stampe. La fortuna ottocentesca vede dar lume ad un'attività cospicua nelle officine ceramiche eugubine dove torna in auge la rievocazione dello stile cinquecentesco.

Le prove si spendono, ma i risultati sfiorano appena quelli di Mastro Giorgio e del suo entourage, il procedimento del terzo fuoco cade in disuso, surclassato da un tipo di produzione che verte ad emulare i risultati candidi delle porcellane, sulla scorta della moda lanciata dalla Ginori di Doccia presso Firenze.

Proprio questa fabbrica, dal 1847, s'impegnò a riproporre la tecnica del lustro, ausiliata dal chimico Giusto Giusti, semplificando e traducendo in modo seriale una pratica che aveva invece il ruolo di rendere unico il pezzo ceramico. La Ginori di Doccia riscosse fin da subito successo coi suoi lustri metallici, nell'Esposizione di Londra del 1851 e di Parigi nel 1855. Negli stessi anni, la fabbrica pesarese Benucci e Latti, con Gai Pietro alla direzione, improntava alla ripresa della tecnica del lustratore Mastro Giorgio, vincendo la medaglia d'oro all'Esposizione Nazionale di Firenze del 1860 e stessa pratica veniva riportata alla luce dalla produzione faentina dei Conti Ferniani, con ceramisti che portano nomi importanti, quali Giuseppe Fagnani di Urbino, Francesco Ruboli di Pesaro e Achille Farina. Proprio per riesumare una peculiarità eugubina, la stessa città umbra, trova in Angelico Fabbri, decoratore in contatto con la fabbrica Ginori, una spinta a perfezionare una pratica riscoperta solo in parte.

Fig. 5L'apposizione della miscela del lustro e la cottura a terzo fuoco con l'apporto di chimici e farmacisti, fra cui lo stesso Fabbri, incontra un vivo dibattito per aggiudicarsi la paternità della riscoperta ottocentesca, inaugurazione anche e purtroppo delle numerose contraffazioni delle ceramiche rinascimentali, per facili guadagni. Da Gubbio la vague del lustro si riaccende nel resto dei centri ceramici umbri: a Gualdo Tadino con Rinaldo Miliani che “attratto dall'antica tradizione studia lustri e cura la riproduzione di maioliche istoriate allo stile cinquecentesco e lustrate alla maniera di Mastro Giorgio”, e il più noto Paolo Rubboli; a Deruta, Alpinolo Magnini, maestro ceramista di Deruta, rielaborò dopo una meticolosa ricerca e numerose prove tecniche, il “riflesso a fumo” o terzo fuoco, applicandolo alle ceramiche dipinte e celando la ricetta in tutta segretezza.

Nel corso della sua carriera d'insegnante, il Magnini lasciò in eredità la scoperta a una ristrettissima cerchia di allievi, tanto esigua che la tradizione folcloristica locale ricorda che neppure la moglie del maestro era al corrente dei prodotti che egli impiegava. Cesare Margaritelli, Tebaldo Pimpinelli e il più giovane, e suo ultimo scolaro – Magnini insegnava alla scuola serale di ceramica nel secondo Dopoguerra – Fernando Calzolari (8), proseguirono e svilupparono la tecnica del lustro.

Calzolari (1931- 2011) in primis s'impegnò con risultati rari, quanto eccellenti, nell'ottenimento del rosso rubino “al naturale”, come lo definiva, ovvero senza l'inserimento di pigmentazione rossa nella mistura, ma solo tramite la reazione per riduzione ed alcune modifiche di dosi nelle polveri usate. Difficoltoso ottenere il rosso, rischioso perdere l'intero pezzo e togliere dalla muffola nient'altro che un pezzo di carbone. Le prove si sprecarono, fino ad una notte del 1993, quando, Calzolari riuscì a sfornare un grande piatto da pompa dal colore di puro rosso rubino e riverberi violacei. Perfetto, viene da dire a guardare l'ampia tesa dipinta di girali d'acanto ripieni di un omogeneo e costante prezioso rosso sanguigno. Al centro la graziosa “Bella” – il profilo femminile memore della numismatica antica e ancor più dei ritratti di Pisanello e Ghirlandaio per ricchezza decorativa – risalta dell'aura di contorni e chiaroscuri nel così detto “blu Deruta” (9).

Emblema della produzione artistica dell'ultimo maestro del terzo fuoco è la commistione di decoro cinquecentesco, disegno rinascimentale e tecnica a lustro. Calzolari scelse inoltre formati particolari, come le anfore tornite e le brocche coi manici modellati a mano a forma di “arpie” dal plasticatore Agostino Ficola (1911-1972), di cui, quale genero, ereditò i pezzi in terracotta continuati a dipingere fino alla morte.

La raffinata tecnica del lustro rientrò nei ranghi che le spettavano, pronta ad esaltare e rendere ogni pezzo unico ed irripetibile. Riproponendo le “belle teste” dei capolavori di pittori quattro- cinquecenteschi, da Botticelli a Leonardo e Raffaello, codificò profili ritratti secondo un gusto personale ed un uso della linea mutuato da principi estetici modernizzanti.

I suoi caratteristici visi e i profili femminili hanno tratti fisiognomici dolci e leggeri: costanti i nasi smussati, le gote paffute dal dolce chiaroscuro, per il quale utilizzava una mistura di molteplici tonalità di blu, di contro all'uso diffuso e tradizionale del manganese e delle tonalità di giallo e arancio. Incorniciati da complicate decorazioni a “girali d'acanto” e racemi vegetali cinquecenteschi, il Calzolari rivela un estro creativo che va ben oltre la riproduzione antica, rileggendola attraverso un lenticolare, dettagliato e quasi ossessivo indugio sul valore decorativo fino a stipulare un accordo armonioso fra richiamo compositivo quattrocentesco, horror vacui di stampo medievale e modellati moderni.

 
Note

1) Cit. Gabriele D'Annunzio in dedica a Mastro Giorgio Andreoli da Gubbio;

2) J.J. Pauvert, L’alchimie et son Mutus Liber. Introduction et commentaire par Eugène Canseliet, Paris 1967, p. 249;

3) Cipriano Piccolpasso (Casteldurante 1524- 1579), I tre libri del vasajo: nei quali si tratta non solo la pratica, ma brevemente tutti I secreti di essa cosa che persino al di d'oggi è stata sempre tenuta nascosta del cavaliere Cipriano Piccolpasso Durantino, Roma 1857;

4) J. Giacomotti, La majolique de la Renaissance, Paris 1961;

5) Ivi, p. 62;

6) Mastro Giorgio Andreoli nacque ad Intra, vicino a Verbania, fra il 1465 e il 1470 e morì a Gubbio nel 1555;

7) J. Giacomotti, La majolique de la Renaissance, Paris 1961, p. 67;

8) Cfr. catalogo della mostra Deruta interpreta Pintoricchio, a cura di G. Ranocchia, M. R. Silvestrelli, T. Cecchetti, A. Perelli, Deruta, Museo Regionale della Ceramica 9 marzo – 29 giugno 2008, Deruta 2008 e catalogo della mostra Iridescenze. Deruta 1900- 1999. Venti lustri di lustro a cura di Sistemamuseo, Deruta 11 settembre- 31 dicembre 2009.

9) Cfr. catalogo della mostra Deruta interpreta Pintoricchio, a cura di G. Ranocchia, M. R. Silvestrelli, T. Cecchetti, A. Perelli, Deruta, Museo Regionale della Ceramica 9 marzo – 29 giugno 2008, Deruta 2008 e catalogo della mostra Iridescenze. Deruta 1900- 1999. Venti lustri di lustro a cura di Sistemamuseo, Deruta 11 settembre- 31 dicembre 2009

 

 

 

Didascalie immagini

 

Fig. 1. Maestranza derutese, San Sebastiano, maiolica lustrata, 1501, Londra, Victoria and Albert Museum;

Fig. 2. Maestranza umbro-marchigiana, Albarello decorato a lustro, XVI secolo, Deruta, Museo regionale della ceramica;

Fig. 3. Alpinolo Magnini, Piatto da pompa, Deruta, Museo regionale della ceramica;

Fig. 4. Manifattura “Maioliche Deruta”, Piatto da pompa con cavaliere, Deruta, Museo regionale della ceramica

Fig. 5. Fernando Calzolari, Brocca da farmacia lustrata, (plasticatore Agostino Ficola, 1960), 1988, collezione privata;

 


Bibliografia

- L. De Mauri, Le maioliche di Deruta, Milano 1924;

- J.J. Pauvert, L’alchimie et son Mutus Liber. Introduction et commentaire par Eugène Canseliet, Paris 1967

- G. Conti, Museo Nazionale di Firenze. Palazzo del Bargello. Catalogo delle maioliche, Firenze 1971

- J. Giacomotti, Les majoliques des Musées Nationaux, Paris 1974;

- B. Rackham, Catalogue of Italian Maiolica, Londra 1976

- F. F. Mancini, Deruta e il suo territorio, Deruta 1980;

- U. Nicolini, La ceramica di Deruta: organizzazione, economia, maestri. I documenti, a cura di G. Guaitini, Firenze 1980;

- C. Leonardi, Cipriano Piccolpasso, Urbania 1981;

- G. Bartolomei, L'arte della ceramica secondo Cipriano Piccolpasso, Rimini 1988;

- C. Fiocco e G. Gherardi, Ceramiche umbre dal Medioevo allo Storicismo, Faenza 1989;

- G. Busti e F. Cocchi, Alpinolo Magnini e la ceramica derutese del Novecento, Deruta 1991;

- G.C. Bojani, Fatti di ceramica nelle Marche dal Trecento al Novecento, Milano 1997;

- G. Busti e F. Cocchi, Maestri ceramisti e ceramiche di Deruta, Deruta 1997;

- G. Busti e F. Cocchi, Museo Regionale della Ceramica di Deruta, ceramiche policrome, a lustro e terrecotte di Deruta dei secoli XV e XVI, Milano 1999;

- Cavaliere Cipriano Piccolpasso, I tre libri del vasajo: nei quali si tratta non solo la pratica, ma brevemente tutti I secreti di essa cosa che persino al di d'oggi è stata sempre tenuta nascosta del cavaliere Cipriano Piccolpasso Durantino, facsimle del manoscritto di Cipriano Piccolpasso, a cura di C. Fiocco e G. Gherardi, R. Watson, Vendin-le-Viel, Edition “La revue de la ceramique et du verre”, 2007.

 

 


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