Fogli e Parole d'Arte

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1973-2635
il 23 ottobre 2007.

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La (mancata) tutela del patrimonio artistico nazionale

Io nacqui veneziano … e morrò per la grazia di Dio italiano …
I. Nievo (Le confessioni di un italiano)

 

Pochi anni dopo il 150° anniversario della nascita dello Stato italiano potrebbe essere interessante indagare su un fenomeno considerevole, “una pagina nera” della nuova giovane entità politica appena costituitasi: la vendita all’estero di opere d’arte. Si tratta di verificare se è fondata l’impressione che numerose opere di grande e anche di grandissimo valore di artisti italiani, soprattutto pitture, siano finite all’estero negli anni immediatamente successivi all’unificazione, oltre a quelle “perdute” negli anni di poco precedenti. Opere vendute da privati a collezionisti o direttamente a musei stranieri.

Giustamente viene sempre ricordato il sacco napoleonico e la mancata restituzione di tanti capolavori, ma se tale spoliazione indigna, dobbiamo anche chiederci come siano arrivate in Europa tante altre opere dell’arte italiana che di quel saccheggio non fanno parte (escluso quelle che sicuramente si trovavano già fuori d’Italia prima dell’Ottocento, portate o vendute dagli stessi artisti, oggetto di regalo tra principi, commissionate da re o imperatori, ecc.).

Sappiamo che molte sono state vendute da privati neo-italiani a stranieri. Perché lo Stato non ha comprato queste opere e ha lasciato che abbandonassero il Paese? Avrebbe potuto partecipare alle aste o acquistare i dipinti dagli aristocratici eredi, dai galleristi o collezionisti, anche senza ricorrere a diritti di prelazione o simili. Non è accaduto. Sembra anzi che al contrario sia aumentato il fenomeno negativo. Possiamo ipotizzare che i proprietari siano stati spinti alle vendite anche dal timore suscitato dagli avvenimenti nuovi, imprevedibili, e tumultuosi, che potevano portare ad alienazioni forzose o addirittura a confische?

Di sicuro non c’è stata la sensibilità di fermare l’emorragia di capolavori ed è mancata la consapevolezza della perdita; non c’è stato un rinnovato amore e orgoglio di patria sull’onda di un possibile entusiasmo per l’unità raggiunta.

Non si tratta di opere secondarie di autori cosiddetti minori ma di opere fondamentali di maestri di valore assoluto.

Molte opere nel ’700 e nei primi anni dell’’800 sono andate “disperse” dopo la soppressione di enti religiosi: quelle non divenute proprietà dello stato sono passate di mano in mano spesso per uscire dai confini nazionali, e non è semplice in tutti i casi seguirne le tracce. Non possiamo attribuire il fenomeno a un ritardo storico nella formazione della consapevolezza del problema: è infatti indubbio che essa fosse presente, almeno da parte di menti illuminate, se già durante la Restaurazione, Canova si impegnò come “ambasciatore” della cultura nel compito di recupero delle opere trafugate da Napoleone, riuscendo a riportarne indietro una buona parte. Lo stesso artista, anni prima, con motivazioni intelligenti, moderne e attuali, aveva implorato l’imperatore francese di lasciare i “monumenti” in Italia, poiché essi “formano catena e collezione con infiniti altri che non si possono trasportare”. La considerazione che non sia giusto e sia un comportamento barbarico sottrarre e appropriarsi delle opere d’arte che appartengono ad un’altra nazione, era già stata svolta nel 1796 da Quatremère de Quincy, teorico e critico d’arte, amico del sommo scultore, e aveva inoltre trovato l’appoggio di numerosi artisti.

Morte di Procri, di Piero di Cosimo

Esisteva una legislazione in materia. Basti pensare agli editti dello Stato Vaticano del 1802 e del 1820, sotto il pontificato di Papa Pio VII, che stabilivano con severità e in modo particolareggiato norme per la tutela del patrimonio artistico: divieto di scavi non autorizzati, divieti di vendite all’estero, formazione di una commissione di vigilanza. Gli editti stabilivano le pene pecuniarie e detentive per i trasgressori (venditori, mediatori, e persino gli operai imballatori erano considerati complici e dunque soggetti a multe e “pene corporali”). Le leggi descrivevano in modo dettagliato tutte le possibili operazioni illegali ed elencavano le varie tipologie di opere (pitture, sculture, parti di architetture, affreschi, ecc.) e anche prodotti delle arti minori, per i quali si proibiva l’“estrazione”, cioè l’esportazione.

Nella illustre tradizione vaticana si ricorda la nomina di Raffaello a sovrintendente alle antichità e la lettera del medesimo artista, redatta da B. Castiglione, indirizzata a Leone X, nella quale si lamenta la distruzione degli antichi edifici, avvenuta non solamente a causa del tempo e dell’incuria, ma spesso dovuta alla sottrazione di materiali per l’edificazione di nuove costruzioni e si esorta alla conservazione dei monumenti (nello spirito della concezione rinascimentale dell’arte e della vita). Lo scritto viene “riscoperto” in epoca neoclassica quando l’amore per l’antico e la ricerca archeologica si fondono in un circolo virtuoso e si condizionano reciprocamente. Tali principi purtroppo non hanno costantemente ispirato l’operato del medesimo Stato della Chiesa.

Il caso della collezione Campana è straordinario e ha dell’incredibile. Giampietro Campana, direttore del Monte dei Pegni a Roma dal 1833, era riuscito a mettere su un ricchissimo “museo personale” che comprendeva migliaia di opere: vasi, bronzi, gioielli, monete, terrecotte, vetri, pitture italiane della fine del Medioevo e del primo Rinascimento (centinaia), pitture italiane dal ‘500 al ‘700 (centinaia), maioliche e oggetti vari.

Accusato e riconosciuto colpevole di malversazione di fondi pubblici fu arrestato. In seguito al dissesto finanziario la sua collezione venne sequestrata dallo Stato e posta in vendita nel 1858.

Solo le monete sono rimaste a Roma, il resto è finito a Londra, New York, in Russia e in Francia. Una parte è stata venduta nel 1861 e nel 1862, quando già si era costituito il Regno d’Italia, ma Roma non ne faceva ancora parte.

Sarebbe eccessivamente lungo l’elenco di opere che hanno lasciato il nostro Paese nel periodo storico preso in esame. Ne nominiamo solo alcune appartenenti alla National Gallery di Londra, come esempio, con l’indicazione dell’anno di vendita avvenuta in Italia e luogo di provenienza, in estrema sintesi.

Annunciazione, di Filippo Lippi

Filippo Lippi, Annunciazione, 1861. Baldovinetti, Dama in giallo, 1866. Matteo di Giovanni, S. Sebastiano, 1895. A. e P. del Pollaiolo, Martirio di S. Sebastiano 1857. Piero di Cosimo, La morte di Procri, 1862. A. Verrocchio, Tobiolo el’angelo, 1867; P. Uccello, La battaglia di S. Romano (uno dei pannelli), 1857; tutte opere provenienti da Firenze.

Perugino, San Michele, 1856; Mantenga, La Vergine, il Bambino e santi, 1855; provenienti da Milano.

Antonello, Ritratto d’uomo, 1883 da Genova.

A.del Sarto, Ritratto di giovane, 1862 da Pistoia.

C.Tura, La Vergine e il Bambino in trono, 1855 da Bergamo.

Moretto, Ritratto virile, 1876 da Brescia.

Pisanello, Madonna e santi, Antonio Abate e Giorgio”, 1862 da Ferrara.

Michelangelo (attribuzione non unanime), Il seppellimento di Cristo, acquistato a Roma e venduto al museo nel 1868.

E ancora: Signorelli, Circoncisione, Adorazione dei pastori, 1882; Cosmè Tura, S.Girolamo penitente, 1867.

Di alcune altre opere si fornisce a titolo indicativo solo la data di acquisizione da parte della National Gallery: Giovanni Bellini, Il sangue del Redentore, 1887; G.B. Cima, “S.Gerolamo,1882; Angelico, Cristo in gloria, 1860; Duccio, La trasfigurazione, 1891; Sassetta, S. Francesco ripudia il padre, 1934; Piero della Francesca, Natività, 1874; Guardi, Palazzo Ducale, 1909.

Furono comprate intere collezioni (ad es. la Lombardi Baldi a Firenze nel 1857). Eastlake (morto a Pisa nel 1865), direttore del museo dal 1855, acquistò qualche centinaio di dipinti di cui la maggior parte in Italia.

Il nuovo Stato non si preoccupò di dotarsi di una legge sulla tutela dei beni culturali; mantenne le norme vigenti nei vari Stati, precedenti l’unificazione, e le leggi spesso trovavano un’applicazione simile a quella delle grida manzoniane. Per avere una legge generale e organica bisogna aspettare il 1909 con la Legge Rosadi (preceduta dalla legge Nasi del 1902, ancora parziale). Il giovane Regno aveva una carta costituzionale d’impronta liberista: l’art. 29 dello Statuto Albertino definisce la proprietà privata inviolabile e ne prevede una limitazione a favore dell’interesse pubblico in modo generico.

Per favorire la libertà di gestione delle proprietà private infatti fu inoltre eliminato l’istituto del “fedecommesso”, un vincolo nelle successioni ereditarie, che imponendo integrità patrimoniali aveva evitato smembramenti nelle collezioni personali.

Una ricerca sommaria come questa, che recupera informazioni già note, senza approfondimenti specifici, e che si limita alle opere della sola National Gallery di Londra, mette in evidenza l’“enormità” del fenomeno. Non sembra azzardato poter concludere che l’inadeguatezza della classe politica e dirigente italiana nella tutela (e oggi nella valorizzazione) del patrimonio artistico è antica quanto lo Stato.

 

 

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