Fogli e Parole d'Arte

Rivista d'arte on line, ha ricevuto il codice ISSN (International Standard Serial Number)
1973-2635
il 23 ottobre 2007.

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Il velo e lo sguardo

 Quel ch’i’ più desïava in voi m’è tolto:
sì mi governa il velo
che per mia morte, et al caldo et al gielo,
de’ be’ vostr’occhi il dolce lume adombra
.”1

 

Il velo come simbolo appartiene a varie culture con significati diversi e anche, talora, contraddittori. In alcuni casi, è collegato allo sguardo, nell’ambigua possibilità di vedere non visti o di essere visti non vedendo.Il peccatore nel Giudizio di Michelangelo

Il velo, secondo una fin troppo semplice spiegazione, protegge la testa dal sole dei deserti mediorientali, là dove nacquero grandi religioni. La naturale protezione dal sole è certo un segno di rispetto verso Dio che è luce, sole invitto, per un contatto non immediato e diretto, inoltre esprime la volontà di separatezza nei confronti del mondo, della corruzione della vita di tutti i giorni. Di conseguenza il copricapo, come la kippah ebraica, ricorda all’uomo la modestia che sempre deve improntare la sua vita; è come la mano di Dio che gli rammenta di non alzare con smisurata ambizione lo sguardo al cielo, dimenticando la propria umana e terrena sostanza. Nel rito romano il Sacrificante officiava “velato capite”: e così sono raffigurati Augusto, Pontefice Massimo, ed Enea nei rilievi dell’AraPacis.

Il velo separa la testa, luogo del pensiero, vaso spirituale, dall’esterno e getta un’ombra sullo sguardo e l’uomo può osservare con gli occhi seminascosti, sottraendosi così allo sguardo dell’”altro” che rifiuta di farsi oggetto per noi e anzi ci fa oggetti suoi, secondo una fenomenologia bene illustrata da Sartre.

Sulla problematica del “guardare”, è interessante notare anche la proposta e la riproposta (citazioni?) da parte di artisti fiorentini, della figura di uomo che si copre un occhio, e non semplicemente il volto; un gesto naturale di disperazione, ma che esprime anche l’ambivalenza, di fronte all’orrore che si presenta alla vista, di non voler vedere e insieme di non poterne fare a meno. In Donatello è un commensale nel Banchetto di Erode, nel Beato Angelico è Giovanni Gualberto nella Crocifissione della Sala capitolare di S. Marco, in Michelangelo è un peccatore nel Giudizio Universale della Sistina.

A volte il mantello sul capo (quando non appartiene a veste monacale) ha un significato “negativo”, o non positivo, indicando nelle immagini allegoriche vizi o azioni spregevoli che si compiono di nascosto, mentre il velo, trasparente, o analoga stoffa con la medesima funzione e spesso completamento dell’abito femminile, ha solitamente connotazioni opposte caratterizzando la modestia, l’anima serena, la pudicizia, le virtù nella riservatezza. Ed è alla virtù, infatti ad esempio, che Salomè rinuncia con la danza dei sette veli offrendosi nuda allo sguardo di Erode.

Nella Calunnia di Botticelli sono ammantati il livore e la Penitenza (o il Rimorso). Nel Compianto sul Cristo morto dello stesso autore, la donna si copre interamente la testa quasi a voler scomparire in un ripiegamento totale in se stessa, quasi ad annullare il giorno, la luce, nel nero e nel niente, nel lutto più tragicoi2, come Cristo che più non vede. Come Edipo che si acceca per non vedere più, non avendo “visto” prima.

La figura velata, o col capo coperto, spesso acquista un alone di mistero e ne è un esempio la Maddalena del Savoldo della National Gallery di Londra, con lo splendido e lunare manto argenteo.

Nell’Incontro di Gioacchino e Anna alla Porta aurea di Giotto, compare l’enigmatica figura di una donna velata di nero, unico personaggio a essere disposto frontalmente, in mezzo ad altri di profilo, ma col viso diviso a metà dal mantello. Un personaggio difficile da interpretare, col velo vedovile o del lutto, che rappresenta una nota scura e inquietante nell’ambito di una scena serenamente luminosa e relativa ad un evento felice. Ma è l’immagine di un autore che con opere come questa, e del ciclo a cui questa appartiene, segna l’inizio di una poetica degli affetti comunicati attraverso lo sguardo.3

Il Nilo nella Fontana dei Quattro FiumiNella Fontana dei Fiumi di Bernini, il Nilo, secondo una discutibile leggenda, poco ricordata a dire il vero, si coprirebbe il volto per non vedere la chiesa del rivale Borromini (tra l’altro di alcuni anni successiva); leggenda che ripete quella del Rio della Plata che si proteggerebbe col gesto della mano dal possibile crollo della medesima opera che ha di fronte. Il Nilo le volge le spalle e ha perciò poco motivo di velarsi lo sguardo, mentre il drappo che nasconde la testa, e di cui sembra volersi liberare, allude, com’è risaputo, alle sue sconosciute sorgenti. Un’iconografia mutuata dal Danubio? Cesare Ripa, nell’Iconologia, testo coevo, fondamentale, a proposito del Danubio (nella medaglia di Traiano), scrive: “Copresi il capo, percioche non si sapeva di certo l’origine del suo nascimento…”.4

Nell’opera sono presenti anche gli elementi acqua, protagonista, e l’aria, alla quale può alludere proprio il mantello che copre la testa del fiume africano, ricordando il drappo tipico dell’arte romana che, gonfio di vento, descrive un ampio cerchio intorno alle figure: ad esempio le personificazioni dell’aria e dell’acqua della Saturnia Tellus nell’Ara Pacis.

Bernini, nei disegni del Catafalco del duca di Beaufort e nel Monumento funebre di Urbano VIII, rappresenta la morte in forma di scheletro alato col capo coperto da un mantello (come già aveva fatto Michelangelo nel Giudizio Universale) dorato, ché l’uomo viene spogliato delle ricchezze e il fasto è solo apparente e caduco, come spiegano i commentatori. Ma qual è il significato generale? Il mantello nasconde la morte in modo che possa aggirarsi tra gli uomini ed è collegabile al freddo, alla notte e può anche voler dire che l’uomo non può conoscere il momento della propria morte e del suo misterioso arrivo.5

Saturno-Crono, sovente raffigurato col capo coperto, ha come attributo la falce, con la quale ha evirato il padre-cielo, ed è per alcuni aspetti assimilato alla morte (con cui condivide tale strumento che diventa poi quello della raccolta delle messi nell’età dell’oro) dal momento che il suo divenire ad essa conduce. Il Tempo col proprio manto svela la verità o copre le vicende umane vanificandole o portandole alla conclusione.

Il Cristo VelatoAncora in tema “funerario”: nella settecentesca Cappella Sansevero a Napoli, il Cristo velato di Sanmartino e la Castità di Corradini presentano corpi interamente velati. In queste opere il soggetto può costituire un pretesto al servizio del virtuosismo tecnico degli scultori, ma ciò avviene all’interno di un complesso di lavori a carattere ermetico-alchemico di grande suggestione visiva e profonda significanza simbolica, per le quali si ipotizza la scoperta e l’utilizzazione di un procedimento chimico di marmorizzazione della materia.6

Dalla morte alla vita: nell’allegoria di Luca Giordano, La nascita dell’uomo in Palazzo Medici-Riccardi, compare una figura interamente velata, con la testa e dunque lo sguardo (che non vede?) rivolto verso l’alto o all’indietro nella direzione da cui proviene un contatto o un presagio, in un mito che parla dell’origine della vita; secondo i critici è Demogorgone (padre degli dei) o Lucina (dea del parto)7 tra la Fortuna, da cui riceve qualcosa, e la Natura, alla quale consegna qualcos’altro. Essa appare come l’espressione di un essere vivente nel momento di passaggio dall’idea dell’esistenza alla sua nascita materiale e concreta, con l’indeterminatezza dell’aspetto, del sesso, ecc., resa dal velo che connota, e nel passato più di oggi connotava, il nascituro.

Per finire, tra i significati più vari presi in considerazione, quello meno superficialmente allegorico, più intimo e profondo, più antico e “religioso”, pare inerente a una ricerca spirituale in rapporto all’atto del vedere. Persone con la testa completamente coperta si possono osservare in un rilievo votivo di età augustea e su un sarcofago del II sec. d.C. che illustra cerimonie dei Misteri Eleusini8, e ciò fa pensare a un iniziato che solo alla fine del rito potrà giungere al disvelamento, alla ri-velazione, alla Visione.

 

Note al testo

1 Petrarca, Lassare il velo o per sole o per ombra, dal Canzoniere, Torino, 1964

2 Ammantata è la persona disperata e così viene rappresentata Venere addolorata per la morte di Adone. “Facevasi oltre di ciò un simulacro di Venere simile a quello che nel monte Libano si vedeva, il quale aveva un manto d’intorno che cominciando dal capo lo copriva tutto, e pareva stare tutto mesto, sconsolato, e con mano pure avvolta nel manto sosteneva la cadente faccia; e, come dice Microbio, credeva ognuno che lo vedeva che le lagrime gli cadessero da gli occhi.” V. Cartari, Le immagini de i Dei de gli antichi, Vicenza, 1996.

3 A. Tomei, Giotto, Firenze, 1996.

4 Cesare Ripa, Iconologia, Milano, 1997.

5Iam veniet tenebris Mors adoperta caput”: Tibullo, Elegie (I,1), Milano, 1988.

6 Nicola Pezzella (L’enigma delle velate, rivista Graal, n. 2) fa riferimento alle ricerche di C. Miccinelli e ipotizza per il Cristo velato l’uso di un “modello” assolutamente straordinario. Sul significato della Sindone, anche M. Calvesi, Arte ealchimia, Firenze, 1986

7 R. Milleu, Luca Giordano a Palazzo Medici-Riccardi, Firenze, 1965.
Curiosa la descrizione che Boccaccio, un autore ricordato per aver trattato di Demogorgone nella Genealogia degli dei pagani, fa di se stesso in una delle Epistole (a Petrarca?) che bene si attaglia alla misteriosa figura. “Io dunque, suddito vostro, in tenebre d’ignoranza ravvolto, essere rozzo, inerte e indigesta mole, informe, vivente senza titolo, trovandomi tutto ‘l corso della mia vita da’ giuochi della Fortuna sconquassato, di miseria ammantato, sempre in andirivieni labirintici…” nella traduzione del testo G. Boccaccio, La letteratura italiana. Storia e testi, vol. 9, Milano-Napoli.
“…dichiamo de’ suoi simulacri, li quali erano tenuti sempre tutti coperti, da gli Ateniesi però solamente, come scrive Pausania, onde appresso di costoro la statoa di Lucina poteva così essere un pezzo di legno o di altra materia senza figura alcuna, come formato in donna o in altra cosa, poiché stava sempre coperta né si vedeva mai.” (1556) V. Cartari, op. cit.

8 Nicola Turchi usa a corredo illustrativo del testo le due opere (il rilievo e il sarcofago di Terra nova) e ricorda l’etimologia del termine: “I misteri… dal greco μυειν, chiudere (gli occhi e la bocca)” N. Turchi, Storia dellereligioni, Firenze,1954.

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