Fogli e Parole d'Arte

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il 23 ottobre 2007.

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Arte dell’Olocausto: testimonianze artistiche dall’inferno dei lager nazisti.

 

 fig. 1 fig. 2

fig. 3 fig. 4

 L’anno 2015, da poco iniziato, celebrerà due importanti ricorrenze: il centenario della Grande Guerra (l’Italia è entrata a far parte del conflitto il 24 maggio 1915) e il 70° Anniversario della Liberazione dei campi di sterminio tedeschi, tra cui quello di Auschwitz-Birkenau, il più grande, liberato dalle truppe sovietiche dell’Armata Rossa il 27 gennaio 1945. Questa giornata, chiamata “Giorno della Memoria”, è stata assunta come riferimento dalle nazioni per commemorare tutte le vittime dell’Olocausto. Ricordare per non dimenticare, affinché le nuove generazioni non cadano nell’errore di farsi coinvolgere in guerre inutili e distruttive come quelle già vissute. Per onorare a tale appuntamento le istituzioni pubbliche, le varie associazioni che si richiamano alla difesa dei valori di libertà, democrazia, dignità dell’essere umano, promuovono specifiche iniziative tra cui pellegrinaggi laici verso i campi di sterminio. Ogni singolo cittadino sensibile a tali tematiche, se crede, può contribuire come può alla buona riuscita di questi progetti.

“La guerra, pazzia bestialissima” soleva dire Leonardo da Vinci. Donne, uomini, bambini strappati brutalmente alle loro case, ai loro affetti, ai loro sogni, deportati in massa dai nazisti verso i disumani luoghi dell’olocausto, per essere sistematicamente eliminati con i metodi più abominevoli. Stiamo parlando di circa 15 milioni di esseri umani! Una meticolosa regia di morte che è riuscita a trasformare la proverbiale sistematicità teutonica in un letale strumento di sterminio. Più o meno la stessa cura (forse il confronto è un po’ raccapricciante) con la quale viene oggi sistemata la legna nella legnaia di casa, come ho potuto constatare durante una recente visita al campo di concentramento di Ebensee in Alta Austria. (Fig. 1) Fa un certo effetto vedere tante graziose villette e vari spazi ludici, costruiti proprio sul luogo di prigionia dove un tempo sorgevano le baracche degli internati e nel quale persero la vita più di 8000 persone. (Figg. 2, 3) Osservando il camino del forno crematorio di Mauthausen, mi sono poi chiesto quante vite umane siano passate per quello stretto passaggio sotto forma di fumo, prima di disperdersi nel vento. (Fig. 4) Dedico dunque a tutti loro questo mio breve contributo sull’arte dell’Olocausto, rivolgendo un particolare pensiero a tutti gli artisti che hanno seguito quella tragica sorte.

A seguito della liberazione dei campi di concentramento tedeschi da parte delle nazioni alleate (maggio 1945), alcuni sopravvissuti, nonostante le precarie condizioni di salute, iniziarono fin da subito a raccogliere documenti, manufatti e testimonianze di vario genere che in qualche modo, potessero raccontare ai posteri gli orrori vissuti durante la prigionia. La ricerca riguardava anche i lavori artistici realizzati da pittori e scultori, professionisti o dilettanti, internati o transitati dai suddetti campi nel periodo che va dal 1939 al ’45.

 fig. 5

fig. 6

L’espressione “arte dell’Olocausto” (schizzi, dipinti, piccole sculture, ecc.) si riferisce dunque alle opere d’arte realizzate proprio in loco; una sorta di arte clandestina nata in ambienti di forzata costrizione (campi di concentramento, rifugi, prigioni, nascondigli, ghetti, ecc.), situazioni nelle quali “l’artista e la vittima erano una cosa sola”. Siamo comprensibilmente in presenza di lavori eseguiti clandestinamente, con materiali e mezzi di fortuna. In molti casi le opere non erano firmate per cui l’artista esecutore resta sconosciuto. Ad oggi sono stati recuperati circa 30.000 disegni, alcuni dipinti, numerose piccole sculture ed altri oggetti come bambole e burattini. Tra i vari esponenti di questa particolare forma d’arte che si è sviluppata in condizioni proibitive, possiamo citare l’artista ceco Leo Haas (1901-1983) che dopo la liberazione, ritrovò a Terezin 400 disegni clandestini da lui nascosti nelle pareti dei dormitori dietro ad alcune piastrelle; (figg. 5, 6) Zoran Mušič (1909-2005), pittore e incisore sloveno, realizzò circa 200 disegni durante la prigionia nel lager di Dachau tra il 1943 e il ’45, di questi ne sopravvissero solo 36, alcuni dei quali nascosti ironicamente in una copia del libro Mein Kampf di Hitler; (figg. 7, 8) Esther Lurie (1913-1998) a sua volta, aveva nascosto 200 disegni ed acquarelli in alcuni appositi vasi di terracotta nel ghetto di Kaunas (Kovno) che poi venne dato alle fiamme dai nazisti; dopo la liberazione, nel 1945, ne erano rimasti solo undici. (figg. 9, 10)

fig. 7

fig. 8

fig. 9

 

fig. 10

Come si evince dal “Dizionario dell’Olocausto”,1 l’Arte dell’Olocausto “può essere suddivisa in cinque categorie principali: ritratti e autoritratti, oggetti inanimati (compresi paesaggi e nature morte), arte documentaria, caricature e arte astratta o non figurativa.” Alla prima categoria appartenevano l’artista ebreo tedesco Felix Nussbaum (1904-1944) e l’artista cecoslovacca Dinah Gottliebova (1923-2009): questa ad Auschwitz realizzò per ordine di Josef Mengele alcuni ritratti di zingari prigionieri, destinati ad un suo libro da pubblicare. (figg. 11, 12) Alla seconda sono stati ricondotti numerosi disegni provenienti dalle soffitte del ghetto di Theresienstadt. Nella terza categoria troviamo le miniature di Karl Schwesig (1898-1955) che illustrano scene di vita quotidiana degli internati nei campi di Gurs e Noé. (figg. 13, 14) L’artista ceco Rudolf Cisar realizzò un taccuino di schizzi satirici ad inchiostro, riferiti alla vita nel campo di Dachau. L’elenco degli artisti appartenenti alla quarta e quinta categoria potrebbe continuare. L’arte documentaria riguardava in genere scene interne al campo come appelli, torture, selezioni, immagini di cadaveri, fili spinati, baracche, ecc. Inutile ricordare che la maggior parte di tali realizzazioni artistiche andò distrutta (bombardamenti, umidità, muffa, furti, usi impropri come carta per accendere il fuoco, carta igienica, ecc.).

fig. 11    fig. 12

fig. 13 

fig. 14

Un respiro artistico assai più ampio riguarda invece l’”Arte sull’Olocausto”. In questo gruppo rientrano le opere d’arte che hanno a loro volta per tema l’Olocausto, con la sola differenza che sono state prodotte per la maggior parte dopo il 1945, anche da artisti non direttamente coinvolti nelle vicende sopra descritte. Ciò non toglie che entrambe le categorie abbiano svolto un importante ruolo per la conoscenza dei fatti, come riferisce Sybil Milton: «Ciò che unisce l’arte creata durante l’Olocausto e quella successiva, è che entrambe soddisfano il bisogno di dare significato alla sofferenza umana attraverso l’espressione creativa dell’arte e della letteratura.»2 Di ben altro avviso era il comandante del campo di Auschwitz, Rudolf Hoss, che nell’Ordine n°24 dell’8 luglio 1942 dichiarò: «I prigionieri devono essere usati per lavori utili, l’arte conduce a uno spreco irresponsabile di materiali difficili da ottenere.»3

Questo breve sguardo dato all’arte dell’Olocausto, non fa altro che rialzare un piccolissimo lembo del grande velo che copre le disumane vicende legate alla realtà nazista. Abbiamo anche compreso come certi assoluti, se acquisiti con cieco fideismo, possono degenerare in forme di inaudita crudeltà. Per questo un doveroso ringraziamento va agli ex deportati che, con grande forza di volontà, hanno avvertito la necessità di raccontare ai giovani studenti le loro tragiche esperienze.

Dobbiamo considerare l’Olocausto un fatto storico definitivamente superato? Ci auguriamo di sì, quanto meno nei termini di come abbiamo visto attuare i pazzi progetti dell’eugenesi e della soluzione finale. Un pericoloso crescendo di tensioni interetniche, razziali e religiose (fomentate in parte dagli assoluti assunti da certe forme di monoteismo) sta però minando alla base le regole della comune convivenza civile, mentre la parola “guerra”, torna ad essere pronunciata da più parti come metodo utile a risolvere i problemi. Ma la “guerra giusta”, lo sappiamo, non esiste. La guerra è solo una “pazzia bestialissima” ed una volta iniziata assume esiti disordinati, imprevedibili, portando indistintamente distruzione, disperazione e morte per tutti.

fig. 15

 

Note con rimando automatico al testo

1 Dizionario dell’Olocausto, a cura di Walter Laqueur, in collaborazione con Judith Tydor Cavaglion. Edizione speciale per il gruppo editoriale l’Espresso S.p.A., pubblicato su licenza speciale di Giulio Einaudi editore S.p.A., 2012, p. 40.

2 Ivi, p.40

3 Ivi, p.44

 

Didascalie delle immagini

Fig. 1 – Campo di concentramento di Ebensee (Alta Austria). Abitazioni civili e ripostigli con la legna.

Figg. 2, 3 – Ebensee. Spazi adibiti ad attività ludiche sul luogo dove un tempo erano allestite le baracche dei prigionieri e le strutture del campo.

Fig. 4 – Campo di concentramento di Mauthausen. Camino del forno crematorio.

Fig. 5 – Leo Haas, “Terezin”, disegno, (1943).

Fig. 6 – Leo Haas, “Bambini ebrei che marciano in Terezin”, disegno, (1942).

Fig. 7 – Zoran Music, disegno, realizzato dall’artista in Dachau. (1945).

Fig. 8 – Zoran Music, disegno, realizzato dall’artista in Dachau (1945).

Fig. 9 – Esther Lurie, “Quattro aviatori ebrei”, disegno, (1942), Ghetto Fighters’ House Museum.

Fig. 10 – Esther Lurie, “Cancello principale del ghetto di Kovno”, disegno, (1942), Ghetto Fighters’ House Museum.

Fig. 11 – Dinah Gottliebova, “Ritratto di una zingara” (1944), acquarello eseguito su ordine del Dr. Josef Mengele, collezione Archivio Museo di Stato Auschwitz-Birkenau.

Fig. 12 – Dinah Gottliebova, “Ritratto di una zingara” (1944), tempera su carta, KL Birkenau (1944), collezione Archivio del Museo di Stato Auschwitz-Birkenau.

Fig. 13 – Karl Schwesig, “Il campo di Noé” (1941), acquarello su carta.

Fig. 14 – Karl Schwesig, “Prigionieri spagnoli al lavoro nel campo di Noé”, (1941-1943), disegno su carta. Ghetto Fighters’ House Museum.

Fig. 15 - Il minuscolo album da disegno con copertina in legno, che ripropone una scena mitologica con Prometeo, fu realizzato da un artista ceco di nome Tadek nel 1944, internato nel campo di concentramento di Gusen. Museo del lager di Mauthausen.

 

 

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