Fogli e Parole d'Arte

Rivista d'arte on line, ha ricevuto il codice ISSN (International Standard Serial Number)
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il 23 ottobre 2007.

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Distruggere l'arte, distruggere il passato

Qual è il senso della distruzione delle opere d’arte?
Damnatio memoriae? Aniconismo e iconoclastia?

Esiste una differenza moderna negli scopi della deprecabile pratica di distruggere opere d’arte? O il significato è il medesimo, dall’età antica a oggi?
La damnatio memoriae esiste da sempre: vi sono esempi nell’arte egizia, nell’arte costantinopolitana, ecc. sino ad arrivare alle statue-ritratto dei vari dittatori, distrutte dopo la loro destituzione, nella foga delle rivolte o delle rivoluzioni vittoriose. È un fenomeno attinente alla vita politica e presenta solo secondariamente, o in casi particolari, aspetti religiosi.

L’aniconismo nasce dal divieto religioso della rappresentazione per figure antropomorfe o zoomorfe. Caratterizza l’arte islamica ed ebraica ed è una delle ragioni dello sviluppo straordinario, nella produzione artistica di queste civiltà, del decorativismo geometrico o naturalistico, della ricerca formale nei grafismi della scrittura.
Dal rifiuto dell’immagine umana si può giungere alla distruzione di opere nelle quali queste compaiono, ed è appunto l’iconoclastia.
L’iconoclastia più nota, per durata e ripercussioni, è stata quella promossa dall’imperatore bizantino Leone III, nell’VIII secolo d. C., e poi ripresa da dei successori, con la motivazione esplicita di combattere l’idolatria, l’adorazione di immagini ritenute sacre. Con tutta probabilità, oltre tale scopo dichiarato, si cercava di fronteggiare la propaganda islamica e soprattutto di limitare il potere dei monaci e dei monasteri, che quelle opere detenevano e gestivano.

Distruzioni meno note di opere d’arte religiosa hanno riguardato la Riforma protestante e in particolare alcune correnti o fedi di chiese riformate.
L’aspetto curioso è che questa lotta distruttiva ha riguardato spesso opere d’arte della propria religione, “giustamente”, dal punto di vista degli iconoclasti, considerate più pericolose rispetto a quelle appartenenti ad altre fedi e ad altri fedeli: infatti quegli “adoratori in errore” possono, alla fin fine, “sbagliare” nel modo che ritengono più opportuno; senza contare che occorre entrare in possesso delle opere per disporne la soppressione, e ciò può avvenire ad es. con conquiste territoriali o nel caso di un’autorità centrale che decida la linea dell’intolleranza verso i culti delle minoranze.
Il buon senso, o interessi prevalenti o l’impossibilità di contrastare la tradizione prenderanno il sopravvento e l’iconoclastia sarà sconfitta e i fedeli potranno venerare, anziché adorare (ammessa una determinante differenza tra i due termini), le immagini dei santi o della divinità.


Il terzo millennio si apre, a partire dal famigerato 2001, con le eclatanti devastazioni dei Buddha di Bamiyan e delle Torri gemelle di New York.
Le gigantesche statue dei Buddha afgani raffiguravano un filosofo, più che il fondatore di una religione, ma forse sono l’ultimo esempio di una vera, e sia pure assurda, motivazione pseudo religiosa.
Le Twin Towers erano architetture non sacrali, ma con un carattere estetico e simbolico. Edifici svettanti nel profilo della città oltre i 400 metri di altezza rappresentavano una sfida alle possibilità costruttive ed erano un simbolo del progresso tecnologico, del benessere economico, occidentale in particolare. Allo stesso tempo, erano oggetti fragili: le immagini delle pareti rocciose vuote e delle torri colpite e fumanti, prima della caduta, sono destinate a rimanere impresse nella memoria di tutti.
Sappiamo che cosa ci fosse prima in un caso e cosa accadrà dopo nell’altro. Avevano in comune le dimensioni gigantesche, dominanti.

Ora, nel 2015, a fare le spese della dissennatezza e della ferocia al potere, è la volta di statue di arte assira in Iraq. Un intento inedito muove la neo iconoclastia esibita?
Quelle statue appartengono a una religione? Anche se corrispondessero a una visione religiosa, essa è tramontata: il pensiero religioso si è evoluto in altre forme. Se anche esprimevano una religiosità non è una religione concorrente. Tali opere hanno un valore storico e artistico. La religione che l’ha ispirate, se così fosse, è scomparsa. 
L’atto inconsulto delle distruzioni è più, o forse solamente, comprensibile alla luce di una strategia della comunicazione. Nell’epoca del villaggio globale e della civiltà dell’immagine.
La violenza dell’azione a cui si assiste dal vero, ma anche filmata o fotografata, è una pratica artistica. Sono le performances o gli happenings di alcuni esponenti della Body Art, come Marina Abramovic e Hermann Nitsch, le cui operazioni “sanguinanti” illustrano bene quanto sia viva l’attenzione di un pubblico che ha visto di tutto e che a tutto è assuefatto. L’impatto emotivo è garantito.

Come pubblico disposto a “farsi violentare”, su una comoda poltrona, dal cinema di Tarantino ed epigoni, come fruitori artistici di performances sado-masochistiche, siamo ormai da tempo avvezzi al linguaggio della violenza nell’espressione artistica.
Allora a dettare le attuali distruzioni non sarà solo il fanatismo religioso che dovrebbe limitarsi alla pura distruzione. Fondamentale sarà la ripresa dell’azione aberrante, che ottiene due risultati: l’adesione di una minoranza (di potenziali proseliti o sostenitori) e il terrore di una maggioranza (di nemici).

Queste distruzioni avvengono più che altro perché sono filmate e possono essere diffuse, al mondo intero? Avrebbero senso restando sconosciute? Sono teatro, un orrendo teatro-verità.
Non c’è la flagranza della corporeità, certo. Ma con l’essenziale consapevolezza della differenza tra finzione e realtà. Che fa inorridire.
Un “teatro della crudeltà” nel quale lo spettatore non ha via di scampo, “teatro come la peste”, che libera forze oscure, energie sotterranee, per usare le parole di Artaud (Il teatro eil suo doppio). Visioni che “non lasciano intatti, che scuotono alle fondamenta dell’organismo e segnano un’impronta incancellabile”.
Per un assurdo capovolgimento, si va dal teatro, che imita la violenza della vita per condannarla, alla violenza della vita che si fa teatro per imporsi.
Per Aristotele la tragedia suscitando “pietà e terrore” porterebbe a una benefica “catarsi”. Quale effetto avranno invece (su di noi) le atroci violenze delle “tragedie” odierne trasmesse dalla televisione? Come ne usciremo? Più umani o peggiori?

 

 

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