Fogli e Parole d'Arte

Rivista d'arte on line, ha ricevuto il codice ISSN (International Standard Serial Number)
1973-2635
il 23 ottobre 2007.

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Andrea Bonavoglia (Roma)
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Quando il gioco vale la candela. Il gioco della Dama nell'arte

 

Mi dispiacerebbe di morire per non giocare più a Dama”
(battuta attribuita a Spartaco Tintori, maestro di Dama)

 

Dei giochi da tavoliere, nei quali l’abilità prevale sulla fortuna, in parte o in assoluto, praticati da tempi immemorabili dalle più antiche e importanti civiltà, restano testimonianze letterarie, materiali, artistiche. 

    dama italiana

I Proci ingannavano l’attesa della decisione di Penelope, giocando con le pedine sulla soglia della reggia di Ulisse; i Romani oziavano col ludus latrunculorum sui marmi del Foro, su uno dei quali ancora oggi resta incisa una scacchiera (la tabula); gli Egizi rammentavano le “ore liete” trascorse in vita con la Senet, nelle pareti delle loro dimore funerarie.

Nessuno dei giochi attuali (tra i quali gli scacchi e la dama, ma sarebbero tanti altri: backgammon, go, filetto,ecc.) può vantare tale antichità: si tratta di antenati di quelli odierni codificati in tempi relativamente recenti. Se i pezzi usati erano uguali tra loro o si riducevano a due tipi, allora possiamo pensare che quei giochi siano stati, in molti casi, più vicini o simili all’idea della dama piuttosto che agli scacchi.

La dama purtroppo è stata, ed è tuttora, ingiustamente considerata il parente povero degli scacchi. Si è anche determinata una rivalità che non ha ragione di esistere: i due giochi hanno caratteristiche simili nella strategia e nella tattica, nella loro logica e interno funzionamento.

Il pensiero comune del conoscitore superficiale è che in entrambi l’obbiettivo sia quello di mangiare, si dovrebbe dire catturare, i pezzi dell’avversario, mentre questo è solo il mezzo e lo scopo ultimo è un altro: si tratta di non lasciare scampo al re “nemico” negli scacchi e non lasciare mosse all’“avversario” nella dama (tanto è vero che in tutti e due i giochi si può vincere con un minor numero di pezzi). Ma è bene ricordarlo, il risultato corretto della partita è il pareggio.

Nel passato (alcuni decenni fa) solo la minoranza di una minoranza (le classi sociali privilegiate) poteva dire di conoscere le regole degli scacchi. La dama invece era un gioco popolare (come la briscola o la scopa).Tutti, anche i più poveri, potevano procurarsi il materiale occorrente. La semplicità e l’esiguità delle regole consentivano il passatempo a tutte le età, vecchi e bambini compresi. Esse però hanno altresì contribuito alla falsa credenza della facilità del gioco e della sua “inferiorità” rispetto agli scacchi. In molte rappresentazioni artistiche i bambini sono protagonisti. Giocano tra loro, ma più spesso un vecchio gioca con un bambino. Mentre il bambino è un maschio o, quasi altrettante volte una femmina, il vecchio è più frequentemente un uomo.

La dama diviene il gioco che unisce l’anziano al bambino, di solito il nonno al nipote, si allude così al passaggio di esperienze fra generazioni diverse accomunate dalla libertà dal lavoro. Il vecchio che ha insegnato a giocare viene però quasi sempre rappresentato concentrato e impegnato mentre il bambino aspetta spensierato che gli tocchi di muovere.

Sono poche in proporzione le opere artistiche con bambini giocatori di scacchi. La possibilità della dama di essere giocata a livelli di profondità e complessità molto diversi ha generato imprecisioni concettuali negli aforismi, favorevoli o sfavorevoli, anche di grandi menti (B. Russell, E. A. Poe, ecc.).

La dama è, solo teoricamente e grazie a ultra perfezionati programmi di computer, un gioco “finito” nel quale l’esito corretto della partita è il pareggio. In pratica è assai difficile riuscire a pareggiare con un campione, anche per giocatori molto esperti. Le prime mosse possibili sono solo sette eppure con la terza mossa, la seconda del bianco, risultano già centinaia di posizioni diverse.

Se l’etimologia del nome Dama è semplice (signora, padrona) non altrettanto è capire il motivo per cui è stato scelto. Siccome un gioco del Re esisteva già, gli scacchi, allora, ed è l’ipotesi per ora più accreditata, si sarà deciso di chiamare il gioco, che stiamo considerando, della Regina, detta anche Donna negli scacchi.

Il gioco ha la sventura di avere regole diverse in vari Paesi (la situazione oggi si sta evolvendo e definendo positivamente verso un’unificazione di fatto con la dama internazionale e la dama inglese che sono giocate dappertutto) e parallelamente ha pure nomi diversi.

La parola dam nelle lingue germaniche significa diga. Nelle lingue scandinave, in olandese, in tedesco (damm) tuttora il gioco ha un nome con quel significato: dam, damspel, damspiel, damspil, ossia gioco della diga. In francese dame è diga, in una delle accezioni, derivante dal nederlandese. Amsterdam, diga sul fiume Amstel, Rotterdam, ecc. sono esempi dell’importanza della parola in quel particolare territorio. Diga poi è il termine usato per indicare una formazione delle pedine.

Il termine avrebbe anche potuto imporsi grazie alla sovrapposizione dei due significati espressi da parole approssimativamente omografe e omofone. Curioso (e determinante?) è il caso del francese dove ha tutt’e due i significati.

Non possiamo analizzare a fondo l’etimologia dei vari nomi assunti nel tempo e nei vari paesi (ché condurrebbe a una parentesi sproporzionata). In America Checkers deriva dagli scacchi, e così anche in molte lingue slave a partire dal russo; più interessanti sono altri nomi e soprattutto che il gioco fosse chiamato “tavole” in Italia fino al Cinquecento: un termine che sottolinea l’importanza della scacchiera/damiera (e che potrebbe essere utile per comprendere l’idea della pittura di Niccolò di Pietro di cui parleremo).

In Gran Bretagna il termine Draughts al singolare significa colpo d’aria (ma è vicino anche a “bere”). È allora collegabile alla parola “soffio”(ora abolito dal regolamento), il nome usato per indicare la sottrazione di una pedina che non ha effettuato la presa. Si può ipotizzare che il modo particolare di catturare i pezzi (diverso dagli scacchi dove il pezzo che cattura prende il posto di quello catturato) abbia fatto pensare al soffiare del vento. In qualche modo anche il termine “tiro” (cioè, combinazione) è semanticamente accostabile a corrente d’aria, ecc..

Non è altresì possibile affrontare qui una Storia della Dama. Il gioco, nella forma più somigliante a quella odierna, si pensa si sia formato come evoluzione del gioco romano e “fusione” di questo con influssi orientali nei secoli alto medievali in Europa. Lo rintracciamo col nome di Dama a partire dal Trecento.

I primi trattati specifici e sistematici sono spagnoli del Cinquecento e del Seicento, poi seguirono nel Settecento i trattati francesi e quello dell’olandese Van Embdem sul gioco alla polacca, la dama sulla damiera di 100 caselle. Nell’Ottocento è soprattutto la scuola inglese che emerge, con il contributo più moderno, nello studio teorico-pratico della dama su 64 case.

dama polacca o internazionale

Le opere artistiche con soggetto damistico sono numerose. Di particolare bellezza è l’anfora a figure nere di Exechias (VI sec. a.C. con Achille e Ajace che giocano a dadi o alla Petteia, la dama d’allora) che fissa la struttura tipica dell’immagine dei due giocatori contrapposti di profilo, in questo caso curvi sul piano di gioco, con tutte le simmetrie (e naturali e armoniose eccezioni) della scena. Un’impostazione adottata dopo millenni da Cezanne per i suoi giocatori di carte.

Nel Medioevo sono gli scacchi che predominano in modo quasi assoluto: in palazzo Davizzi-Davanzati, fine del Trecento, a Firenze, non è facile distinguere tra gli scacchi e la dama anche se il testo che l’opera illustra, Lacastellana di Vergy, un poemetto medievale di origine francese molto conosciuto, parla di scacchi. Questi sono il gioco di corte, di nobili e regnanti o anche di soldati che aspettano il proprio turno sulle panche dei corpi di guardia. Ciò prosegue anche nell’epoca rinascimentale.

Le immagini del Trecento e del Quattrocento con scacchiere coi pezzi però non chiaramente decifrabili di solito si riferiscono agli scacchi: è così secondo i testi a cui le opere s’ispirano; ne sono un esempio un’illustrazione della novella settima della settima giornata di Boccaccio e l’affresco del gioco delle signore in palazzo della Bicocca degli Arcimboldi a Milano.

Fa eccezione un’opera singolare: una tavola di piccole dimensioni, forse parte della predella di un polittico smembrato, dipinta tra il 1405 e il 1410 da Niccolò di Pietro Gerini. Essa ha per protagonista sant’Agostino che gioca su una scacchiera con i pezzi che hanno la forma e la disposizione che fanno pensare alla dama. Tale interpretazione, riferita a mille anni prima (anacronistica?), del pittore o suggerita da un teologo, nasce dalla lettura delle Confessioni e illustra un momento importante della conversione del santo: Agostino si intrattiene con Alipio, quando riceve la visita di Ponticiano, africano anch’egli, che vedendo un libro “su una tavola da gioco”, e scoprendo che sono le Lettere di san Paolo si congratula e racconta dei prodigi e della vita di sant’Antonio eremita. Ciò desta grande meraviglia e profonda impressione. Nella tavola in realtà sembra di leggere il nome di Possidio, un altro discepolo, autore di una biografia del Padre della Chiesa. La damiera è disegnata con una prospettiva inversa, il lato distante è più lungo, smentendo la prospettiva “corretta” ma ancora empirica degli elementi architettonici. Il santo è in posizione dominante e più grande secondo una gerarchia d’importanza che gli si vuole attribuire.

È nel Seicento che la dama compare sicuramente nell’arte.

Infatti dovendo raggruppare le pitture e i disegni con tale contenuto possiamo affermare che i periodi principali per diffusione, numero e importanza di opere sono due: il Seicento e l’Ottocento (che detiene il maggior numero), anche ci sono diverse opere settecentesche e del Novecento (di cui alcune più vicine ai giorni nostri e di difficile valutazione). Il soggetto in questione viene trattato di rado nella scultura (talvolta con lavori bizzarri): l’esempio più noto è rappresentato da due sculture del 1859, che riscossero al tempo un certo successo, dello stesso autore, John Rogers, che scolpì anche dei giocatori di scacchi.

Nel Seicento spicca tra le altre la figura di un pittore, Michiel (o anche Michail) Sweerts che ha trattato il soggetto in due opere: Giocatori di dama (vedi figura) e Un uomo euna donna giocano a dama. I protagonisti sono un gruppo di agghindati giovinetti nella prima e nell’altra floridi e facoltosi borghesi (nell’uomo è ravvisabile una somiglianza con l’autore?). L’artista è stato recentemente rivalutato dalla critica; gli sono state rese la paternità di opere attribuite ad altri, Poussin e Vermeer, e giustizia critica per la loro bellezza e per l’influenza che possono aver avuta su un nome di tale grandezza come l’ultimo menzionato.

Michiel Sweerts

Sweerts è autore di una serie di quadri, Le sette opere di misericordia, un’apprezzata Pestilenza in una città antica e intensi ritratti di vecchi, un giovane con turbante che offre dei fiori (un’opera tra Caravaggio e Vermeer). Le sue figure sono spesso malinconiche ed egli stesso si è ritratto nella veste della malinconia pensoso e assorto. I suoi personaggi spesso indicano qualcosa, a volte un teschio (vanitas ricorrente nel ‘600 ). Usa spesso cartigli , biglietti (con la firma) più o meno abbandonati, ad. es. nell’autoritratto uno di essi è in grande rilievo. E sembra infine affidare a un biglietto l’ultimo messaggio prima della fuga. Un biglietto tenuto da un personaggio addobbato all’orientale sul quale è una scritta il cui senso è: vedete la strada di salute per mano di Sweerts?

Il pittore dalle native Fiandre (Bruxelles,1618) si reca a Roma nel 1646, e vi resta dieci anni; esegue lavori in contatto con i bamboccianti con i quali condivide alcuni temi che però tratta in modo classicheggiante, subisce anche come tanti altri l’influsso di Caravaggio. Tornato in patria mette su una scuola di pittura.

Lavora a Bruxelles e a Amsterdam, poi nel 1662 abbandona la vita di artista di successo per una crisi religiosa. Parte per la Cina con i missionari di una confraternita (di gesuiti francesi?), ma viene cacciato dalla compagnia pochi mesi dopo, forse quando si trova in Persia o in Palestina. Prosegue il viaggio da solo fino in India dove muore misteriosamente a 46 anni nel 1664.

A Roma nel Seicento il tema era trattato dai Bamboccianti e dal loro capofila, che ebbe molti seguaci e imitatori. Loro stessi giocavano come appunto testimonia il disegno di Pieter Van de Laer. Il gioco molto popolare si mescolava al divertimento sfrenato (non richiede necessariamente la concentrazione e l’intellettualità degli scacchi) dei rituali bacchici a cui gli artisti di quella cerchia anti-accademica si abbandonavano. I membri dell’associazione si definivano bentvueghels e si davano soprannomi o nomignoli. Dopo parodistiche cerimonie d’iniziazione procedevano in processione per rendere dissacrante omaggio al luogo di culto: il Mausoleo di Santa Costanza dove i mosaici e i rilievi del sarcofago di Costantina consistevano in tralci d’uva e vendemmie di putti nudi.

Tra i disegni della vasta produzione del Bamboccio, come già anticipato, ve n’è uno con giocatori di dama: Bentvueghels in una taverna romana (1625). In una grande stanza, a piano terra, chiusa da una porta di cui si vede il retro, gli avventori si divertono sguaiatamente nel disordine provocato dai propri eccessi. Alcuni gesticolano vistosamente, altri bevono in modo smodato, fumano, inneggiano alla crapula, nel mentre uno disegna nel muro delle figure che sembrano svelare un destino di morte, inconsci fantasmi, o una realtà che si vuole fuggire (vedi figura).

Pieter van de Laer

 

Per Angelo Caroselli (1585-1652), che dedica alla dama due pitture, questo gioco largamente praticato nella Roma del Seicento, passatempo di personaggi ai margini della legalità (lenoni, mezzane e via dicendo), era anche metafora di inganni e gioco d’amore e tali paiono gli ambiti di significato delle due opere. Un autore, Caroselli, poco amato dalla critica: accusato come falsario e di non riuscire, o non volere, sublimare in denuncia sociale un’umanità di esclusi, prossima agli ambiente di rioni malfamati, taverne o addirittura bordelli coi loro equivoci personaggi.

Altri pittori seicenteschi sono Rutilio Manetti (1571-1639), senese e Mattia Preti (1613-1699), detto il Cavalier calabrese; autori che hanno in comune una permanenza a Roma, l’ascendenza di Caravaggio e infine due opere simili con soldati e donne che giocano a dama (la prima conservata nella collezione del palazzo Chigi-Saracini, l’altra a Oxford).

Completa il panorama dell’epoca l’olandese Jacob Ochtervelt (1634-1682) con Unuomo e una donna giocano a dama: un’opera simile a quella di Sweerts per l’impostazione e i protagonisti borghesi, qui, ancora più prosperosi e uno squarcio di cielo in alto a destra (solo il punto di vista è più ravvicinato e nelle nuvole sembra nascosto un volto o la forma di qualcosa).

La maggior parte dei lavori artistici dedicati alla dama sono sicuramente dell’Ottocento e in specie della 2° metà del secolo. L’elenco degli artisti è lunghissimo: prevalgono gli “anglosassoni” (inglesi e americani in primis, irlandesi e scozzesi) poi non mancano francesi, italiani, russi, ecc.. I nomi più famosi: Gustave Courbet, Honoré Daumier, Louis Léopold Boilly, per l’inizio dell’’800.

Courbet dipinge I giocatori di dama nel ’44, negli stessi anni di due celebri e originali autoritratti (il disperato e quello col cane nero). L’atteggiamento conviviale e sorridente coinvolge i due che vagamente somigliano all’autore. Il personaggio a destra si presenta con una foggia d’indumenti, veste e copricapo, d’altri tempi.

Daumier (1808-1879) tratta a più riprese il soggetto con il suo inconfondibile realismo “deformante”.

Boilly, oltre ad alcuni disegni, dipinge nel 1803 la famiglia intenta al gioco e nel 1808 “La partita di dama al caffè Lamblin” coi personaggi nel caratteristico abbigliamento stile impero e con modi più neoclassici rispetto alla grazia anche frivola di precedenti lavori (esempio eclatante, “L’oiseau privé” gli procura un’accusa di oscenità che rischia di trascinarlo in giudizio durante la Rivoluzione).

Nella pittura “etnica” americana si distinguono: Charles Deas (1818-1867) coi nativi americani (pellerossa); James Henry Moser (1854-1913) con “due bambini giocano a dama”; Harry Herman Roseland (1867?-1950) in particolare che a più riprese affronta il soggetto con afro-americani poveri che occupano momenti di riposo con la dama. È la stessa vecchia serva che a volte legge il futuro a eleganti signore bianche nei tarocchi, nelle foglie del tè, che poi gioca con la nipote o s’impegna, inforcati gli occhiali, nell’analisi, giocando col vecchio consorte quasi non accorgendosi del compagno che vinto dalla stanchezza sembra assopirsi.

Sempre in America e sempre nell’Ottocento particolare è la figura di George Caleb Bingham (vedi figura), che svolge il nostro tema nel 1850. Bingham è un artista statunitense molto attento ai valori luministici, famoso per i suoi battellieri, conducenti battelli a remi sul fiume Missouri, e per scene di caccia, visti anche come momenti di conquista dei selvaggi e sconfinati paesaggi del nuovo mondo. L’abilità dell’artista di rendere l’ambientazione di pitture di genere, soprattutto momenti di riposo e conversazione, è prodigiosa.

George Caleb Bingham

 

Nel Novecento l’artista che in almeno sei quadri tratta il tema è Henri Matisse (1669-1954) con le sue odalische , la famiglia del pianista, ecc.

In ambito francese sembrano annunciare Matisse lo svizzero di nascita Felix Valloton (1865-1925) e Edouard Wuillard (1868-1940), di lui contemporanei, entrambi Nabis (quasi a far pensare a una valenza simbolica del gioco) anche se spesso nel soggetto prevale la rappresentazione della vita quotidiana senza sottintesi. Mentre Vuillard riprende la scena dall’alto, da una finestra, un punto di vista inconsueto, Valloton mostra due donne giocatrici inopinatamente nude.

Felix Valloton

 

Matisse, esponente dei Fauves, fa uso di forme semplificate e accostamenti di colori puri, accesi e forti, che si allontanano dalla resa sfumata della visione naturalistica per conseguire un valore simbolico e decorativo, nel senso più alto, al fine dell’armonia della fusione di colore e composizione. E in parte forse la damiera doveva riuscire una forma congeniale.

Nell’Ottocento assai diffusa e la dama esotica e orientalista: Jean Léon Géròme, noto pittore di nudi femminili alla Ingres, disegna “Due albanesi giocano a dama” nel 1896 (nel quadro del 1859 non è facile individuare se la partita sia di dama o di scacchi), Aloysius O’Kelly (1853-1936), irlandese, studia a Parigi e viaggia poi in Egitto e negli Stati Uniti, dipinge una partita di ambientazione araba. Così anche Rudolf Ernst con “I giocatori”; Eugéne Alexis Girardet con “Coffee house marocchina” del 1874, Charles-Marie Lhuiller (1824-1898), “Il caffè turco”. L’elenco potrebbe continuare con la dama in Senegal e in Algeria.

Al Settecento si annovera Gaspare Traversi (1722-1770) con una movimentata partita e Michel Barthelemy Ollivier (1712?-1784), francese, pittore di corte, che rende l’atmosfera tipica dell’intrattenimento galante di giovin signori e damine, di un passatempo aristocratico grazioso e gentile quanto malizioso. Al 1720 pare risalire un disegno attribuito a William Hogarth con quattro gentiluomini intorno a un tavolo.

Bartel Van der Kooi (1768-1836) disegna nel 1791 “Giocatori di dama in una locanda”; al trattato di Ephrain van Embdem (Verhamdeling over het damspel del 1785) è legato un disegno dal titolo “Ik heb Dam!” (del 1800 ca., forse un’edizione successiva?) in cui la scena, al lume di due candele, appare cupa, quasi lugubre (vedi figura).

Ephrain van Embdem

 

Appartengono a tale secolo diversi disegni e stampe, forse più frequenti rispetto alle pitture. Alcune ancora rococò (Marin Louis Bonnet, 1736-1793) o documentaristiche.

Nel secolo successivo le stampe assumono un carattere spesso caricaturale: ne sono un esempio Thomas Busby (un’incisione del 1825) e Theodore Lane (1800-1828), vignettista e pittore di situazioni comiche, morto giovanissimo per un incidente. In questi lavori i giocatori si beffano dell’avversario che non trattiene rabbia e disappunto o che in conseguenza della bad move (la vignetta di Lane) perde vistosamente il controllo, oltre alla partita e alla parrucca, mentre anche i pezzi volano per aria.

Theodore Lane

Sono scenette esilaranti: un effetto dovuto anche al cortocircuito tra il titolo e l’immagine. Nel medesimo ambito s’incontrano numerose versioni dei Giocatori di dama del 1860 dello scozzese John Burnett (o Burnet) (1784-1868) dove il fortunato indica la damiera ridendo. Nello svolgimento del gioco in effetti capita che la sconfitta sia improvvisa e clamorosa. In queste vignette l’atteggiamento del vincitore varia dall’apparente indifferenza di una soddisfazione contenuta o dissimulata, al sorriso bonario, fino al ghigno dell’aperta presa in giro; quello dello sconfitto va dall’espressione un po’ ebete di chi ancora non ha ben compreso cosa stia accadendo allo stupefatto, fino all’ira selvaggia che giunge a brandire la damiera sulla testa dell’avversario. In una, “La dame soufflé”, caricatura apparsa su un giornale francese, è evidente il sottinteso ironico amoroso basato sul doppio gioco di parole: un giocatore s’adira per la soffiatura di una dama (il pezzo) e non si avvede che gli stanno “soffiando” la dama (la moglie) e che due ciuffetti di capelli gli s’impennano in modo per lui poco lusinghiero.

Nel Novecento sono dei surrealisti che trattano il soggetto: Leonor Fini (1907-1996), in modo fiabesco, sognante e impalpabile, e Jean-Pierre Alaux ( n. 1925) con una visione onirica che discende da Dalì.

Il filone principale, il tipo di rappresentazione che gli artisti più spesso hanno adottato, è quello del gioco dei bambini. Esso annovera tra coloro ancora non ricordati: John Haines Williams (1836-1908), inglese, con due opere; Horace Boylston Dummer (1878-1945), con due versioni simili (1891-92); Vittorio Reggianini (1858-1939), Felix Ehrlich (1866-1931), Charles Hunt (1803-1877), inglese; Samuel Joseph Clark (1834-1926), i britannici Henry Edward Spernon Tozer (1864-1938-40) e Harry Brooker (1848-1940); Francis Coates Jones (1857-1832), pittore americano che segue e studia l’arte francese e si “specializza” nella rappresentazione di un delicato mondo femminile di alto rango (con due opere), C. L. Wilson Nursey (1820-1873), inglese ; Ivan Petrovich (o Piotr) Pnin (quadro del 1824), Robert Gemmel Hutchison (1855-1936), con più lavori; William Henry Knight (1823-1863), con uno splendido quadro del1846 . Sono tutti autori dell’’800 che testimoniano la grande diffusione del gioco soprattutto nella seconda metà del secolo.

Non a caso i paesi dove il gioco è più praticato sono pure quelli dove troviamo le opere a esso relative: Gran Bretagna, Stati Uniti, Francia, Olanda, Italia, Russia. Concludiamo con un elenco di ulteriori autori. Thomas Faed (1826-1900), scozzese, artista di ambienti poveri, Victor Marais Milton, pittore della vita gaudente ed elegante di alti prelati, Johann Mertz, olandese, Charles Ayer Whipple (1859-1928), americano; Adolph Ivanovich Gebens (1819-1888), russo; Arthur Burdett Frost (1851-1928), americano; Henry Alexander Ogden (1856-1936), americano, illustratore di vicende storico-militari; Thomas Pollock Anshutz (1851-1912), americano; Carl Schweninger Junior (1854-1903), austriaco; Johann Mertz (1819-1891) olandese; ecc. per dare un’idea della vastità del fenomeno.

La centralità del gioco nelle opere varia molto: si va dall’autoritratto con la damiera tra gli oggetti di contorno, dalla damiera nella natura morta del Seicento o cubista, a giocatori con inquadrature diverse via via sempre più distanti, dal busto, al piano americano, alla figura intera, fino a gruppi di maggiore complessità; da giocatori marginali nella scena al protagonismo totale.

Di solito in queste opere, l’interesse più forte è rivolto alla psicologia dei personaggi che si amplia nella descrizione delle situazioni e dell’ambiente: dai sentimenti che il gioco provoca, alla partecipazione degli astanti, dal sentirsi protagonisti di fronte a un pubblico di conoscenti, al determinarsi di condivisione dello stare insieme. Dalla curiosità e all’arguzia dell’aneddoto, alla socializzazione come apprendimento di modelli di comportamento, al fare parte di un gruppo (fino all’espressione più poetica, quella della riunione di familiari e amici intorno al fuoco).

Quasi sempre il pittore non cura di rendere una posizione realmente verificatesi o verosimile, nella migliore delle ipotesi si preoccupa dell’orientamento della damiera. Nel dipinto di Moser (vedi figura) con i due bambini, la posizione dei pezzi corrisponde all’espressione psicologica di chi sta muovendo e anche le pedine catturate si trovano disposte come avviene nella pratica del giocare, anche se la bambina  gioca in modo poco naturale stando completamente di lato rispetto alla propria base.

James Henry Moser

 

Sarebbero da considerare le damiere artistiche e le pedine intagliate o decorate con rilievi di notevole pregio storico-artistico, come quelle in avorio, provenienti da Colonia e dall’Europa del nord, conservate al Museo del Bargello.

Sarebbe altresì da indagare la committenza (o piuttosto il mercato a cui si rivolgevano) di queste opere damistiche, quei (pochi) casi in cui ci sia stata: già i bamboccianti, in anticipo di due secoli, liberamente sceglievano i soggetti, per poi cercare degli acquirenti.

La Dama è un gioco tanto conosciuto e popolare quanto negletto nella considerazione comune; ma infine ricco di sorprese. Solo chi lo conosce profondamente può apprezzarne e comprenderne la bellezza. Allora diventa una passione e non un semplice passatempo. In tal senso possiamo concludere con le parole dell’abate Lanci, orientalista e biblista. Michelangelo Lanci di Fano pubblica a Roma nel 1837 il Trattato teorico-pratico del giuoco di Dama e nell’introduzione scrive: “La quale abitudine fanciullesca del giuocare a Dama tolsi io pur dal collegio, né so farmene pentimento s’ella mi fu così stretta all’animo che mi accompagnò passo passo verso i vecchi anni che annovero”. 

 

 

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