Fogli e Parole d'Arte

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il 23 ottobre 2007.

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Un ricordo molto personale di Umberto Eco.

Per una volta, la morte di un grande personaggio è servita in Italia a parlare di cultura, senza strascichi di pettegolezzi, banalità o altre insulsaggini. Umberto Eco è stato nella seconda parte del Novecento uno degli italiani più illustri e universalmente noti, un uomo la cui incredibile erudizione non diminuiva la sorprendente vena umoristica e creativa. Unirsi ora al coro di chi elogia e celebra Eco senza conoscerne più di tanto le caratteristiche di studioso e di scrittore potrebbe sembrare inutile, ma la mia stima per il "professore" è tale che preferisco azzardarne anche io un ricordo molto personale.

Non ho mai avuto l'onore di stringere la mano di Umberto Eco, ma allo stesso tempo ne conservo un ricordo "fisico" davvero speciale, una dedica personale scritta di suo pugno sulla prima pagina del Pendolo di Foucault, che mi inviò per posta (in anticipo sull'uscita nelle librerie) come ringraziamento per un libro particolare che a mia volta gli avevo fatto avere qualche settimana prima. Era il 1988, avevo 32 anni e Umberto Eco già da molto tempo era per me una sorta di idolo, di modello impossibile da raggiungere, ma da tenere presente come riferimento estremo, summa assoluta delle conoscenze che un uomo può raggiungere. La mia tesi l'avevo scritta seguendo il vangelo del suo ancora utilissimo Come si scrive una tesi di laurea, e nel 1980 ero stato uno dei primi curiosi acquirenti del Nome della Rosa.

Eco era un grande studioso, davvero di tutto; ricordo bene quanto mi avesse sorpreso leggere una sua disquisizione sull'entropia, che rivelava non solo quanto avesse capito a fondo quel concetto, ma anche quanto gli fosse familiare nella sua componente termodinamica, un ambito nel quale in teoria il semiologo Eco non doveva essere esperto. In una intervista anni dopo lo sentii dire che di matematica capiva poco, e questa modestia me lo rese ancora più simpatico; difficile oggi non sentir vantare le proprie conoscenze persino dal più grezzo dilettante di un settore specialistico per il quale la prima virtù di riferimento sarebbe l'umiltà.

Ho scritto di Eco molte volte in passato, recensendo alcuni suoi libri di ambito storico-artistico e citandolo di frequente all'interno di saggi argomentati soprattutto sul mondo contemporaneo. Nella mia biblioteca possiedo e ho letto una quarantina di libri suoi tra narrativa e saggistica, probabilmente neppure il 50% della sua produzione complessiva; e se non sempre sono riuscito a capirne alcuni aspetti filosofici o semiologici, ho sempre notato e ammirato quanto Eco cercasse di essere chiaro. Seppur nato ad Alessandria, laureato a Torino, docente a Bologna, residente a Milano, Eco non era italiano come studioso, nel senso che invece di ammantare di chiacchiere e di pseudo-cultura affermazioni banali, cercava di dire cose complesse nel modo più chiaro, alla maniera anglosassone. Ma certamente se avesse potuto scegliere, avrebbe scelto di essere parigino, città per la quale aveva un culto particolare e nella quale ha costruito molti scenari dei suoi romanzi.

  

Che cosa resterà di Eco? Per quanto riguarda la letteratura sembra una risposta facile, resteranno i primi due romanzi (dei sette complessivi), storie postmoderne di altissimo livello, e forse anche il penultimo, il Cimitero di Praga; gli altri romanzi invece peccano probabilmente di eccessive diramazioni e di non sempre chiare trame narrative. Poi, per restare sulla letteratura con le raccolte di articoli e interventi sui giornali, i Diari Minimi e le Bustine di Minerva, spesso esilaranti, pungenti, per non dire genialmente in anticipo sui tempi, non potranno essere dimenticati.

Ma soprattutto restano per gli specialisti e gli studiosi il Trattato di Semiotica, Apocalittici e Integrati, Opera Aperta e La Struttura assente. In questi volumi, che sono soltanto un po' invecchiati e mantengono, soprattutto A & I, una straordinaria capacità di coinvolgimento in argomenti apparentemente leggeri, si trova l'Eco più informato, più teorico e in definitiva più originale, colui che seppe affrontare le letture di Charlie Brown e dei cartoni animati dal punto di vista dell'intellettuale, del filosofo, del sociologo e del semiologo, oltre che dell'uomo comune.

Personalmente mi sono sempre piaciute molto le raccolte di saggi, come le lezioni americane dette le Passeggiate nei boschi narrativi, oppure Sugli specchi, e soprattutto un geniale incontro con l'America negli anni Settanta, Dalla periferia dell'Impero. Quest'ultimo andrebbe riletto e ristudiato oggi per accorgersi che Eco quarant'anni fa aveva già capito molto della strada che l'Occidente stava prendendo.

Le scorribande nel mondo dell'arte, di cui ho scritto abbondantemente a suo tempo, sono preziosissime, in particolare le belle edizioni della Storia della bellezza, Storia della bruttezza e Vertigine degli elenchi.

Posso aggiungere infine un sentimento finale, e cioè che la morte di Umberto Eco mi ha colpito come quella di un parente o un amico, un qualcosa che avevo provato solo pochissime altre volte in passato, sin da quando ero ragazzo, con la tragica morte di altri personaggi pubblici molto stimati e amati, i due Kennedy, Willy Brandt, Federico Fellini. Si vede che qualcosa della vita di questi grandi uomini riesce ad entrare nel cuore di tanti, creando la memoria foscoliana di un'immortalità diffusa, di una vita che continua nelle vite degli altri.  

 

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