Fogli e Parole d'Arte

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il 23 ottobre 2007.

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Intervista a Paolo Berdini

 

Paolo Berdini è diventato un personaggio pubblico quando ha accettato l’incarico di assessore all’urbanistica nel comune di Roma, dopo l’elezione di Virginia Raggi a sindaco, nel 2016. Per gli addetti ai lavori, ma anche semplicemente per chi si prende a cuore le sorti delle nostre città, Berdini è peraltro da molti anni un ben noto protagonista della battaglia contro la speculazione edilizia, contro le cattive amministrazioni e contro la cementificazione del territorio italiano. E’ stato consulente all’urbanistica della Regione Lazio e di vari comuni laziali negli anni Novanta, è autore di progetti, redazioni e studi per vari enti pubblici, ha scritto numerosi libri dal titolo esplicito come La città in vendita (2008), Breve storia dell’abuso edilizio in Italia (2010), Le mani sulla città (2011), e ha lavorato con Italo Insolera per la nuova edizione di Roma moderna, (2011), un grande libro noto a tutti gli studiosi di architettura. Infine, ha fornito contributi importanti al dibattito sulle nostre città collaborando come giornalista presso numerose testate.

Tra mille cose, Berdini nel 2009 ha anche partecipato a un seminario presso l’Università di Tor Vergata dal quale è stato tratto un libro, Ripensare la città, pubblicato nel 2010 dalle Edizioni Punto Rosso per la cura di Emilio Baccarini, Aldo Meccariello e mia. In occasione del convegno, di qualche presentazione del libro e in seguito per email, ho quindi avuto modo di conoscere Berdini personalmente, di apprezzarne la disponibilità e la simpatia, e soprattutto di restare ammirato per la sua quasi sterminata cultura in materia urbanistica.

Quando Berdini ha accettato di fare l’assessore a Roma, di fatto il sogno (o l’incubo) di chiunque in Italia si occupi di città, sono stato contento da una parte, ma anche molto sorpreso per due motivi: che lui avesse stima del M5S, e che il M5S avesse stima di lui. Quando si è dimesso, al termine di un anno vissuto pericolosamente, devo confessare che il mio primo sentimento è stato di sollievo.

Non è tuttavia soltanto per motivi politici, o per capire meglio che cosa sia successo in questi mesi, che gli ho chiesto di concedermi un’intervista, ma in primo luogo per arrivare a capire un problema che credo sia fondamentale: cosa si può fare per salvare le nostre città? E qual è il ruolo effettivo di un assessore, può cambiare qualcosa, può intervenire sull’esistente, può modificare in meglio le destinazioni economiche?

Paolo Berdini

Intervista

AB: Hai spesso accusato il neoliberismo di essere la causa dei mali attuali della società e quindi anche del degrado urbano. Per come sembrano andare le cose, in Occidente non si profila il ritorno a una qualche forma di socialdemocrazia, quanto piuttosto una sovrapposizione, se non un’integrazione, della concezione economica neoliberista con diffusi sentimenti nazionalistici. Qual è il tuo sentimento su questo problema?

PB: E’ un quesito centrale poiché è del tutto evidente che il pensiero unico neoliberista sia ancora saldamente egemone in occidente e nel mondo intero. La elezione di Donald Trump alla presidenza degli Stati Uniti è iscritta in questo dominio. Ne’ segnali forti arrivano dalla cultura del socialismo riformista che pure nel ‘900 è stata capace di fornire prospettive politiche e sociali.

Ma se guardiamo con occhio maggiormente distaccato a quanto avviene non possiamo negare che le contraddizioni generate dall’attuale sistema economico aumentano di numero e di intensità. Faccio soltanto due esempi. Il degrado ambientale sta arrivando, come affermano molti scienziati e come denuncia sistematicamente papa Francesco, ad un punto di rottura mettendo a repentaglio la stessa sopravvivenza del genere umano. D’altro campo, il crescere delle disuguaglianze sociali tra un ristrettissimo numero di persone o gruppi e la totalità della popolazione mondiale apre spazi di azioni importanti. Ripeto, se è vero che non si vede all’orizzonte una alternativa credibile è innegabile che la cultura critica verso questo sistema dominante si diffonde sempre più e sta assumendo caratteri di lettura sistematica dei fenomeni in atto. Manca ancora una struttura di pensiero unitaria, ma la strada mi sembra ormai tracciata e non tarderà a portare i suoi frutti.

AB: In termini pratici, cosa si può realmente fare per salvare le periferie italiane dal degrado? E’ lo Stato che deve intervenire, o le Regioni, o i Comuni?

PB: Ciascuna istituzione per la sua parte, verrebbe da dire. Ma è certo che spetta allo Stato centrale fornire il quadro logico e legislativo complessivo e –soprattutto- risorse economiche adeguate. Spendiamo troppo poco per le nostre città e anche i recenti provvedimenti destinati alla riqualificazione delle periferie sono inessenziali per risolvere un problema che è diventato gigantesco.

Le motivazioni profonde della crescita del fenomeno delle periferie va rintracciata nella enorme sproporzione tra i valori immobiliari delle città maggiori e quelli dell’hinterland. Le cinture urbane torinesi, di Milano e Roma e di ogni altra città si riempiono delle famiglie che non riescono più a sostenere i livelli dei costi delle abitazioni e della vita. Mancano case pubbliche e politiche per reintrodurle a partire dal riuso delle proprietà pubbliche abbandonate come le caserme. In Francia è noto che nel cuore di Parigi sussiste ancora e talvolta si amplia l’offerta di alloggi da destinare alle famiglie povere: ecco un altro compito esclusivo dello Stato, quello di delineare politiche abitative in grado di contrastare i fenomeni in atto. O, ancora, il compito di potenziare e costruire un sistema di trasporti urbani e metropolitani moderni e non inquinanti. Dal canto loro, regioni e comuni devono moltiplicare gli sforzi per dare concreta attuazione a alle sempre più urgenti politiche statali.

AB: Da studioso e consulente, autore di ampi studi e di piani urbanistici, l’esperienza di assessore nel più grande e importante comune italiano ti ha comunque fatto scoprire qualcosa che non sapevi?

PB: La questione nodale più negativa dell’esperienza da assessore a Roma ha riguardato proprio l‘assenza del ruolo dello Stato nel definire un destino per la capitale. Roma versa in uno stato di profondo degrado e inizia addirittura ad avvertire segni di declino, se leggiamo con attenzione l’abbandono in atto di alcuni importanti gruppi privati del settore della comunicazione come Sky o Mediaset. A fronte di ciò non c’è stata mai il minimo riscontro da parte delle strutture centrali dello Stato a ragionare insieme al comune di Roma su un progetto per il futuro della città.

A Londra e Parigi lo Stato sta invece investendo in infrastrutture di trasporto, nuove università o centri di ricerca per cifre importanti: un miliardo all’anno su un periodo quindicennale. Dobbiamo prendere esempio da quei paesi. Se lo Stato si disinteressa della sua capitale provoca un danno all’intero sistema paese poiché le capitali sono lo specchio della salute delle nazioni. Nei decenni passati, grazie all’azione della sinistra e di uomini eccezionali come Antonio Cederna, era stato costruito un sistema legislativo e finanziario che ha parzialmente aiutato Roma a risolvere alcune contraddizioni urbane. E’ mancato allora e deve essere risolto con urgenza oggi, il coinvolgimento dello Stato centrale nella definizione dell’assetto della capitale.

AB: Al termine della tua esperienza nella giunta Raggi, puoi elencarmi e commentare in modo sintetico le cose che come assessore all’urbanistica pensavi di poter cambiare, in meglio naturalmente, nell’amministrazione romana?

PB: Il principale obiettivo era quello di costruire quel segnale culturale di discontinuità nel governo urbano che la città attendeva da decenni. La privatizzazione della città, e cioè l’abbandono di un ruolo guida da parte della pubblica amministrazione ha prodotto i guasti che sono sotto gli occhi di tutti: una periferia sempre più grande e sempre più invivibile, priva di qualità e bellezza. Bisognava dunque riportare le politiche urbanistiche nel più assoluto e rigoroso rispetto delle leggi. Invece, nella vicenda dello stadio della Roma, la più grande speculazione fondiaria in atto in Italia. La giunta Raggi ha compiuto un inaccettabile voltafaccia rispetto alle promesse elettorali lascandomi solo nella battaglia di contrasto agli speculatori. Per questo motivo ho dato le dimissioni.

Su altri fronti i risultati sono stati migliori. Sul recupero delle periferie a partire dalla piena utilizzazione del patrimonio pubblico siamo riusciti ad ottenere circa 30 milioni di finanziamento statali. Sul piano della legalità, gli appalti di affidamento dei lavori pubblici -dopo la scellerata fase di “Mafia capitale” in cui si affidavano lavori per importi notevoli a trattativa privata con le imprese amiche e conniventi- è stato sostituito da un sistema trasparente apprezzato dalla stessa Anac di Raffaele Cantone. Infine, nell’obiettivo di ridurre il grave disagio abitativo (Roma vanta il triste primato di circa 50 occupazioni abusive da parte di famiglie di senzatetto per una quantità di popolazione di circa 5.000 persone) avevamo costruito insieme all’Ater e all’assessore regionale Refrigeri un piano di lavoro per spendere i circa 200 milioni statali. Alcuni risultati ci sono stati, come si vede. Ma è mancato l’obiettivo fondamentale. Occorreva cioè dare il segnale che si chiudeva la fase della speculazione selvaggia e della contrattazione urbanistica fuori da ogni regola e da ogni trasparenza. Purtroppo la giunta Raggi ha preferito piegarsi all’eterna mano morta romana.

 

 

 

 

 

 

 

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