Fogli e Parole d'Arte

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il 23 ottobre 2007.

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Looted in Italy - 1

 

Fig. 1

Ormai tutti, o quasi, sanno “chi sia” e “cosa faccia” un tombarolo, una sorta di Indiana Jones irregolare. Non c'è bisogno di ricordare che lo scavo, diciamo, “a conduzione familiare” è illegale. In una intervista1 di qualche anno fa Pietro Casasanta, definito dal Wall Street Journal “Re dei tombaroli”, definisce così il concetto di scavo illecito: “Noi (i tombaroli, ndr) siamo il 118 dell'archeologia” e ancora “Questo mestiere, diciamo da archeologo dilettante, si fa per amore e per passione”.

Dopo affermazioni del genere bisogna sicuramente chiarire. Primo punto: l'archeologia non ha bisogno assolutamente di un Pronto Intervento, semmai necessita di un ricco finanziamento agli scavi regolari. Secondo punto: sinceramente, non capisco cosa ci sia di metodologico e scientifico nel trafugare reperti. Un tombarolo non è un archeologo dilettante, un tombarolo è un tombarolo. La parola stessa “archeologia” (dal greco ἀρχαῖος, antico; e λόγος, discorso, ragionamento) presuppone che ci sia una logica ed un metodo, caratteristica che palesemente manca nell'attività di tombarolo. Per cui non mi sento in vena di ringraziamenti per il “pronto intervento archeologico” perché molto è stato distrutto, come vedremo.


Fenomenologia dell'illecito

I tombaroli.

Vivendo in un territorio così ricco di storia la maggior parte di noi avrà sicuramente ascoltato qualche aneddoto sui tombaroli. Fabio Isman, nel saggio I predatori dell'arte perduta (2009), fornisce un resoconto dell'attività dei tombaroli, descrivendo anche ciò che molti ignorano: i traffici internazionali dei beni culturali.

Andiamo con ordine. Si scava di giorno, per destar meno sospetti possibili, si può scavare anche di notte (generalmente non più tardi delle 23,30) ma in luoghi appartati e nascosti e dopo aver fatto una ricognizione durante il giorno, in modo di esser sicuri di riuscire a sgraffignare qualcosa. Il periodo ideale potrebbe essere in primavera-estate.

Generalmente il gruppo è composto da tre o quattro persone, come dire “pochi ma buoni”. La coesione è importante, più persone ci sono più difficile sarà l'accordarsi sul ricavato. All'interno dell'unità, tutti si fidano di tutti, concezione cameratesca, così solidale che, se qualcuno si ferisse, nessuno saprebbe nulla.

Ovviamente ci sono tombaroli e tombaroli. Troviamo il gruppo strumentalmente avanzato e quello più “tradizionalista”, il tombarolo professionista e quello occasionale, il tombarolo che ricava molti soldi e quello che ne prende molti di meno.

Se si chiedesse ad un tombarolo il motivo per cui abbia intrapreso questa attività, tutti risponderebbero, per passione. Passione, curiosità e amore per il passato sono il carburante dello scavo illegale, col tempo poi diventa anche interesse monetario. Solitamente si iniziava a scavare fin da giovani, intorno ai 16-18 anni. Ma non ci si improvvisava, i tombaroli più anziani erano quelli che istruivano le nuove leve, un vero e proprio modello paideutico, basato sulla fiducia e sulla passione per l'archeologia e il passato.

La pistis, la fiducia, è la base del gruppo. Senza fiducia si è fuori. Quando si compie qualcosa di illegale, di segreto, si deve nascondere, ma bisogna pur comunicare, così si crea un codice particolare, fatto di frasi e parole apparentemente innocue ma che in realtà palesano. Si hanno quindi le frasi segrete, descritte da Isman, e altri codici meno elaborati, nel periodo di “splendore” dei tombaroli (anni '70-'80), frasi come “Stasera tutti a casa di Tizio”, cosicché ad un auto-invito ci si scusava rispondendo che si era ospiti di terzi (Giovanni Della Casa docet).

Come già anticipato, c'è chi è attrezzato con mezzi moderni e chi con strumenti handmade. Tutti hanno pala, piccone e scopa per pulire la superficie. C'è poi chi ha ruspe per il movimento terra e metal detector. Il metal detector, branda nel gergo, si è evoluto nel corso del tempo. Gruppi di tombaroli facevano a gara a chi l'avesse più potente, arrivando persino a raggiungere i 5 metri di profondità. Una manna dal cielo per chi non si preoccupa del metodo scientifico. Curioso è che un metal detector è facilmente acquistabile anche su internet e, ancor più curioso: navigando, ci si può imbattere in nomi spudoratamente cristallini, come “Bounty Hunter Archeology Pro”, completo non solo del metal detector ma anche di trowel (termine inglese per la cazzuola), un pennello, contenitori, schede prestampate per i reperti rinvenuti (che ben poco hanno a che fare con le schede archeologiche). Di metal detector ce ne sono per tutte le tasche, dai 70 € fino a quelli più potenti ed accessoriati, intorno ai 5000-6000 €. Anche il termine inglese per l'attività di scansione col metal detector la dice lunga, nighthawking.

I tombaroli con risorse più limitate si affidavano all'antico metodo del sondaggio meccanico. Si utilizzava lo spito, così com'era chiamato nella Tuscia viterbese, terra di Etruschi e Falisci. Lo spito consta di un tondino di metallo, lungo circa un metro e mezzo, generalmente si trattava di aste per il fissaggio delle persiane, cui si toglieva la parte terminale ricurva, per poi saldarci una piccola vite. L'uso è semplice, un manico era saldato nella parte opposta alla punta, e, con quest'ultima, si bucherellava il terreno, forandolo a piccole distanze alla ricerca di spazi aperti nella struttura tombale ma obliterati dalla concrezione terrosa.

Fig. 2

Una mano esperta può indovinare, oltre al perimetro e all'orientamento della porta di accesso, particolari impensabili come l' epoca di costruzione o il tipo di corredo.

Si può scendere anche molto in profondità, tre o quattro metri, e tutto deve essere fatto con la massima precisione e delicatezza, un lavoro “con la forza di un manovale e la precisione di un chirurgo”. Quando si arriva all'apertura della tomba, questa può anche trovarsi allagata e il lavoro si moltiplica.

Domanda che ogni tombarolo si sarà sicuramente sentito dire: “cosa hai trovato?”. Si trova di tutto, c'è chi ha più fortuna, chi meno; chi ha studiato il territorio e chi si avventura in base al proprio sesto senso.

Si possono così citare i casi più eclatanti, raccontati da Isman, come il ritrovamento del Volto d'avorio, la Venere di Morgantina, la Triade Capitolina o lo stupendo Cratere di Eufronio; e centinaia di esempi di ritrovamenti di reperti meno conosciuti, ma culturalmente significativi. Abbiamo così nel Lazio settentrionale vasi, tra cui il bucchero, o frammenti di ceramica, i cosiddetti coccetti (termine che suona dispregiativo) ma anche bronzetti, gioielli o altri accessori per la casa.

Se alcuni “predatori dell'arte perduta” (prendendo in prestito il titolo del libro di Isman), privi di quello che chiamano “passione e rispetto per la storia”, sono arrivati addirittura a frantumare i reperti per farne aumentare il prezzo in nero dei beni; c'è chi, sempre nell'illegalità, ha un minimo di rispetto – o forse è solo rispetto per i soldi – e quindi non si preoccupa di frammentare e distruggere, nell'interesse di vendere un bene che ha poco mercato e quindi un prezzo minore.

Parentesi per capire i prezzi di vendita. La leggenda che ci si guadagni molto è, appunto, leggenda, almeno così dichiara lo stesso Casasanta: “Ai 700 milioni che presi per il Volto d'Avorio vanno tolti i soldi di quelli che lavorano. Ci sono molte spese. Sei bravo se riesci a tenere la metà. E magari […] senza trovare niente. Uno scavatore costa 500 euro al giorno. Poi c'è il trasporto [...]”2 e l'accordo con l'eventuale proprietario del terreno. Si tratta ovviamente di reperti di importanza notevole, per quanto riguarda i tombaroli della domenica, la ricompensa difficilmente avrebbe potuto superare i 500 € circa. Diverso è invece il prezzo che il compratore finale doveva pagare, arrivando anche ad essere gonfiato del 20-30% in più.

Se non c'era rispetto per la cultura materiale, figuriamoci per i morti. È capitato infatti di offendere l'eterno riposo dei defunti, andando a trafugare oggetti in connessione con i relativi frammenti ossei. Se la tomba, invece, si presentava apparentemente spoglia, non veniva disturbata ulteriormente.

Come dimostrano le recenti vicende, i tombaroli e chi c'è dietro a loro, fortunatamente, sono stati smascherati, a volte anche in flagrante.

E come in ogni storia di furti, bottini e fughe, c'è anche chi fa la spia; poteva succedere anche tra conoscenti e parenti. Da precisare che, oltre che per senso del dovere, la denuncia avveniva anche per alterchi all'interno del gruppo di tombaroli, o per ricatti di una mancata o fraudolenta divisione del ricavato.

Qualche contesa sicuramente è avvenuta tra tombaroli, anche perché, specie nei paesini, tra colleghi ci si conosceva. Se la conoscenza era in senso trasversale, così non accadeva nella gerarchia verticale dei traffici di reperti trafugati. I semplici tombaroli, chi si occupava solamente del lavoro sporco, non conoscevano il compratore finale e nemmeno l'intermediario e tutte le figure connesse. Si faceva riferimento ad un contatto che, a sua volta, era in rapporto con il grande intermediario, il trafficante, che ad ogni campagna di scavo, controllava la merce. Ma nessun tombarolo avrebbe saputo qualcosa di questa figura, almeno per quanto riguarda i tombaroli comuni.

Cerchiamo di capire come funziona il meccanismo del mercato dei beni culturali.

E' possibile ricostruire il percorso grazie al contributo del Comando Carabinieri per la Tutela del Patrimonio Culturale, che in un compendio sulla legislazione di tutela del 2008 ha permesso una precisa lettura del mercato.

Si parte dallo scavo, scavo che può impiegare diversi mesi o anche di meno. Dal rinvenimento ci si preoccupa di prendere il più possibile e, contattato l'intermediario, questi si occuperà di creare falsi documenti di legittimità. Con i documenti “in regola” è possibile esportare all'estero i beni. Per il viaggio ci sono vari modi, tra cui l'uso di TIR di ditte internazionali; imbarcazioni da diporto o camion refrigeranti per alimenti, in cui i reperti sono stipati e nascosti tra le merci.

I reperti, in questo modo, passano tra Svizzera, Germania e Austria per poi essere smistati in Inghilterra verso tutto il mondo, in particolare Giappone, Australia e Stati Uniti.

 

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Didascalie delle immagini

Fig. 1, Volto d'Avorio (seconda metà del I sec. a.C.), in Italia dal 2003
Fig. 2, Venere di Morgantina (425-400 a.C.), lascerà il Getty Museum per tornare in Italia verso la fine di febbraio 2011. Sarà ospitata nel nuovo museo di Aidone (Enna)


Note con rimando al testo

1D. Preziosi, Siamo il 118 dell'archeologia, in Left, 47, 1 dicembre 2006;

2D. Preziosi, Siamo il 118 dell'archeologia, in Left, 47, 1 dicembre 2006;

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