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Il buono, il brutto e il cattivo

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Howard Burton è un regista, uno studioso di molte discipline e uno scrittore; ha fondato con la moglie Irena la piattaforma online Ideas Roadshow  [Ideas Roadshow is dedicated to taking culturally curious armchair travellers on a captivating journey through the story of art and the art of beauty.] e al suo interno Exploring Art History, con articoli e film di Storia dell'Arte.

Burton ha gentilmente consentito a Fogli e Parole d'Arte la pubblicazione di questo suo articolo del 17 agosto 2026, tradotto in italiano da Andrea Bonavoglia con l'aiuto di Claude.


 

 

On The Ground

 

The good, the bad, and the ugly

 

 

I nostri ultimi pezzi settimanali si sono occupati delle gioie uniche provate nel conoscere l'arte del Rinascimento italiano dal vivo: di come, in qualche modo inspiegabilmente, nessuna ricerca preliminare possa adeguatamente preparare all'esperienza travolgente di trovarsi davanti a un capolavoro artistico.

Ci sarebbe molto altro da dire nel merito naturalmente, — c'è sempre molto altro da dire nel merito — ma il pezzo di questa settimana riguarda un tipo piuttosto diverso di reazione emotiva: in primo luogo, le gioie e le frustrazioni provate nell’incontrare personalmente quei capolavori.

Devo cominciare con un'ovvietà: l'Italia è satura di turisti, in particolare d’estate, il che chiaramente mette una tensione tremenda su tutto e su tutti, uno stato di cose considerevolmente aggravato dal caldo, apparentemente senza fine e devastante per la mente, a cui siamo tutti sottoposti in questi giorni. Il piacere di vagare senza meta per strade sconosciute in cerca di incontri fortuiti è ormai cosa del passato: ogni visita, apparentemente ogni ora, oggi deve essere pianificata nel dettaglio per evitare lo scenario terrificante di ritrovarsi bloccati in qualche piazza arsa dal sole, incapaci di raffreddare a sufficienza il proprio cervello surriscaldato, per trovare la strada di ritorno verso la salvezza.

Sulla via del Duomo di Santa Maria Assunta a Spoleto, alle 7 del mattino.

Continuiamo a girovagare, Irena ed io, ma quasi tutte le nostre passeggiate esplorative sono ora limitate tra le 6 e le 8 del mattino, quando il caldo è ancora gestibile e le strade sono spesso deserte. Ci è sempre piaciuto alzarci presto e guardare le città che lentamente si risvegliano, ma questo è ormai praticamente l’unica opzione esplorativa rimasta a nostra disposizione.

Salendo verso il cuore medievale di Perugia, alle 7 del mattino.

Le temperature serali tipicamente non scendono sotto i 30 gradi fino alle 20 circa (no, dico a voi americani, non ve lo "traduco in Fahrenheit": è ora che impariate il modo in cui il resto del pianeta Terra misura la temperatura, tanto più che le vostre azioni sfrenatamente egoistiche stanno giocando un ruolo non trascurabile nel farla aumentare pericolosamente), e la prospettiva di girare tra folle rumorose e fumanti di stranieri, che masticano aggressivamente le loro pizze su viuzze lastricate disseminate di rifiuti, non è particolarmente allettante. Per usare un eufemismo.

Dovrei aggiungere, per completezza, che la stragrande maggioranza di questi stranieri è in realtà italiana. Naturalmente ci sono innumerevoli tedeschi, inglesi, americani e persino qualche francese qua e là — per non parlare, ovviamente, degli onnipresenti olandesi (mi chiedo se sia rimasto qualche olandese nei Paesi Bassi: non c'è un solo posto in cui sono stato in Francia o in Italia che non sia assolutamente saturo di targhe olandesi) — ma come la RAI ci informa costantemente, circa 27 milioni di italiani sono attualmente in vacanza in questi giorni. Noi non-italiani tendiamo a dimenticarcene, perché se qualcuno chiacchiera correntemente in italiano concludiamo sconsideratamente che dev’essere "del posto". Ma ad agosto, il più delle volte, semplicemente non è così.

Il che equivale a dire che bisogna essere piuttosto privi di empatia per trascurare come tutto ciò debba essere enormemente gravoso per chi vive in una "destinazione turistica" — come dire praticamente ovunque in Italia (curiosamente, le strutture istituzionali che stabiliscono fino a che punto un luogo sia o non sia "pieno di turisti", sono esse stesse orientate al turismo: tutte le guide turistiche che ho visto indirizzano entusiasticamente i propri lettori verso destinazioni "meno turistiche", o anche "genuine" e "vere scoperte"). Incredibilmente, la maggior parte degli italiani riesce a sopravvivere a questo incessante assalto straniero senza intaccare la propria salute mentale e il proprio senso dell'umorismo. Francamente, non so come ci riescano.

Questo, dunque, è il punto di partenza fondamentale per ciò che segue: non è certo un'esagerazione dire che l'intero paese è sotto assedio, dal punto di vista turistico, e non è affatto chiaro come lo dovrebbe affrontare. Alcuni, come il mio collega Michele Dantini, scrittore d'arte su Substack, ritengono che sia giunto il momento di un'azione drastica per fermare l'"overtourism", e sostengono fermamente l'implementazione universale di un approccio tipo "chilometro zero" ai viaggi. Personalmente, non ne sono convinto, né sul piano teorico né su quello pratico. Ma capisco bene perché lo proponga. E sono profondamente solidale con la sua più che evidente frustrazione.

Insomma, le cose sono complicate. A parte gli ovvi interessi economici in gioco per un paese il cui PIL ha una componente turistica così ampia, ci sono anche preoccupazioni culturali più ampie. Dopo tutto, la ragione principale per cui così tante persone si riversano sui lidi italiani è che si sentono motivate a interagire personalmente con aspetti vitali della sua impareggiabile e secolare magnificenza culturale. E per quanto tediosa possa sembrare a me e a voi certa gente, mentre vaga senza meta per i musei incollata al telefono per poi occasionalmente spuntar fuori e bloccarci la vista dei capolavori circostanti con un selfie prolungato, vale la pena di ricordare che perlomeno costoro sono entrati in un museo.


Turisti in visita alla Galleria delle Carte Geografiche del Vaticano

In altre parole, questi sono i turisti buoni. Sono motivati, per quanto superficialmente e sbrigativamente, a migliorare almeno un poco le proprie vite entrando in contatto con alcune tra le più celebrate creazioni artistiche della storia. Non stanno semplicemente sprecando il loro tempo fornicando a Ibiza. Voglio dire che se allontanassimo queste persone, sarebbe di sicuro una perdita irrimediabile per tutti.

E un numero significativo di istituzioni culturali italiane, bisogna ammettere, fa proprio questo.

Qualche giorno fa eravamo a Spello, il cui principale vanto culturale, il punto di riferimento che ne fa una destinazione per qualsiasi turista interessato all’arte, sono gli affreschi del Pinturicchio nella Cappella Baglioni della Collegiata di Santa Maria Maggiore.



L'Annunciazione del Pinturicchio nella Cappella Baglioni, Santa Maria Maggiore, Spello

Realizzati nel 1501 da Pinturicchio, e bottega, all'apice della sua fama (suoi gli affreschi negli appartamenti papali di Alessandro VI, a Siena nella libreria Piccolomini, e ancora molti altri), sono opere d'arte davvero meravigliose, meritevoli di uno sguardo attento e prolungato. Ma è esattamente ciò che i responsabili degli ingressi a Santa Maria Maggiore tengono a evitare. Ai visitatori vengono fatti pagare 3 euro a testa per entrare nella chiesa, per il resto decisamente poco impressionante (all'interno ci sono altri due affreschi che, francamente, avrei potuto dipingere io, attribuiti incredibilmente al Perugino), prima di essere informati che sono autorizzati a restare nella cappella per appena dieci minuti. Peggio ancora, fotografare è rigorosamente e ferocemente proibito (l'ho verificato girando discretamente un breve video dall'altra parte della chiesa: mi sono subito trovato di fronte un guardiano che, notata la mia trasgressione attraverso una delle numerose telecamere lungo le pareti, agitava il dito).

Ma perché?

Ebbene, non c'è alcuna ragione, naturalmente. Se non, forse, quella di assicurarsi che la chiesa possa in qualche modo estrarre ulteriori entrate dagli appassionati d'arte attraverso la "concessione in licenza" delle immagini, tramite rapaci estorsori di proprietà intellettuale come Getty e Alamy (una noiosissima pratica diffusa in tutta la penisola italiana, che coinvolge molte delle sue istituzioni culturali più rinomate, come la Galleria degli Uffizi). È, in breve, semplicemente vergognoso. Il Pinturicchio merita di gran lunga di meglio. E naturalmente, anche voi.

Sembra che persino Finestre sull'Arte — dove ho trovato questa immagine — abbia avuto difficoltà a ottenere una foto decente, ad alta risoluzione, della Cappella Baglioni.

Nel poco tempo che ci siamo stati, abbiamo assistito a diversi episodi ugualmente esasperanti in tutta la Toscana e l'Umbria, occasioni in cui i turisti sono chiaramente visti come nient'altro che strumenti generatori di entrate, da spennare per bene il più rapidamente e sbrigativamente possibile.

Ma questo, va detto, non è affatto la fine della storia. Tutt'altro.

L'altro giorno, ad esempio, abbiamo visitato la Galleria Nazionale dell'Umbria a Perugia. È semplicemente un museo fantastico. Non solo ospita molta più arte meravigliosa di quanto avessi ingenuamente immaginato (e intendo davvero molta di più — è ciò che accade quando secoli della più alta produzione artistica si combinano con curatori innovativi e motivati), ma francamente non ricordo di aver avuto un'esperienza museale migliore in nessun altro luogo.



Una delle ampie sale della Galleria Nazionale dell'Umbria a Perugia, con molta luce naturale e illuminazione aggiuntiva dove necessario. I cuscini lussuosi sul davanzale ombreggiato e fresco sono un ulteriore tocco premuroso.

Dalla collocazione giudiziosamente distanziata delle opere, all'illuminazione accuratamente studiata, alle didascalie scritte con cura, agli avvincenti allestimenti multimediali, alle frequenti occasioni per sedersi comodamente e dialogare in silenzio con l'arte, ai controlli climatici meravigliosamente e uniformemente appropriati (sì! l'Italia è capace di fare l'aria condizionata come si deve!), non posso che raccomandare vivamente questo museo. Ogni direttore di museo dovrebbe visitare questo posto: sta, semplicemente e silenziosamente, definendo lo standard di ciò che dovrebbe essere una galleria di alta qualità.

Ebbene, potreste dire, è una questione di scala. Il museo di Perugia è nazionale, mentre la collegiata di Spello che vi ha tanto infastidito è ovviamente piccola e in difficoltà. Un po' di comprensione per i luoghi più piccoli.

Ma questo argomento semplicemente non regge. A parte l'ovvia osservazione che molti musei più grandi sono incorreggibilmente pigri, ugualmente avidi, e mantengono il loro predominio solo grazie al valore inestimabile delle loro collezioni di livello mondiale (sì, mi riferisco proprio a voi, Gallerie degli Uffizi), ci sono anche molti musei più piccoli che abbiamo incontrato di recente e che sono accoglienti, intimi e — semplicemente — deliziosi, come il Museo Nazionale d'Arte Medievale e Moderna di Arezzo, il Museo Civico di Sansepolcro e il Museo Diocesano di Cortona.

Una delle visite più illuminanti che abbiamo fatto finora è stata alla piccola cittadina di Monterchi, per vedere il Museo della Madonna del Parto, un'ex scuola che contiene esattamente un'opera: l'incantevole affresco restaurato della Madonna del Parto di Piero della Francesca, un tempo custodito in una chiesa vicina. Devo confessare che all'inizio ero piuttosto scettico riguardo alla prospettiva di un intero museo dedicato a una sola opera, ma si è rivelato davvero memorabile: un'occasione unica per comunicare silenziosamente con una delle opere d'arte più commoventi che si possano incontrare.



Il Museo della Madonna del Parto, un'ex scuola a Monterchi.

Madonna del Parto di Piero della Francesca, ca. 1460.

E poi c'è stato il Museo della Basilica di Santa Maria delle Grazie a San Giovanni Valdarno: un posto pittoresco e fuori mano che tuttavia contiene una meravigliosa Annunciazione del Beato Angelico e alcune opere avvincenti dello Scheggia e di altri. Anche qui eravamo presenti proprio all'apertura, quando la donna all’ingresso ci ha informato, mortificata, che non sapeva come accendere le luci (era, a quanto pare, il suo primo giorno). Così abbiamo girovagato, soli e al buio, per una quarantina di minuti, premendo il naso contro le opere circostanti. Alla fine, ovviamente, ha risolto il problema (credo abbia in realtà chiamato qualcun altro che sapeva dove si trovavano gli interruttori giusti), quindi abbiamo trascorso metà del nostro tempo al buio e l'altra metà alla luce. Quando finalmente ce ne siamo andati, la donna si è profusa in scuse per l'inconveniente, ma non ce n'era bisogno. Ci siamo divertiti moltissimo. Quando le luci si sono finalmente accese, abbiamo potuto verificare le nostre previsioni fatte al buio; anzi, probabilmente abbiamo finito per vedere molto di più in questo modo rispetto a quanto avremmo visto se tutto avesse funzionato perfettamente fin dal nostro arrivo.

Sia il Museo della Madonna del Parto sia il Museo della Basilica di Santa Maria delle Grazie costano all'incirca il doppio della collegiata di Spello, ma non ci siamo sentiti per nulla spennati. Non è una questione di soldi. È una questione di esperienza.