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Una casa-museo d’eccellenza: Palazzo Cozza-Caposavi a Bolsena
- Categoria: Luoghi, eventi e mostre
- Pubblicato 20 Settembre 2026
- di Maria Grazia Massafra
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Tutti i viaggiatori hanno un debito di riconoscenza con la geografia spirituale dell’Italia, quella mappa di luce, arte e rovine che, a partire dal XVIII secolo, ha trasformato il viaggio in una forma di rivelazione estetica e intima.
Conosci tu il paese dove fioriscono i limoni,
nel verde fogliame splendono arance d’oro,
un vento lieve spira dal cielo azzurro,
tranquillo è il mirto, sereno l’alloro?
Lo conosci tu?
Laggiù, laggiù
Vorrei con te, o mio amato, andare!
(da “Gli anni di apprendistato di Wilhelm Meister”, 1795)
Questa la poetica descrizione del Bel Paese di Goethe, autore del celebre “Viaggio in Italia”, resoconto del Grand Tour dello scrittore in Italia tra il 1786 e il 1788. Il Grand Tour era un viaggio intrapreso da aristocratici e intellettuali europei, principalmente nel XVII e XVIII secolo, con l’Italia come meta principale, per approfondire cultura, arte e storia. Divenne popolare tra i giovani aristocratici europei, che desideravano completare la loro educazione attraverso l’esplorazione culturale. L’Italia, con la sua ricca eredità storica e artistica, era considerata la tappa fondamentale di questo viaggio. Durante il Grand Tour i viaggiatori visitavano città storiche, siti archeologici e raccolte di opere d’arte, apprendendo le tradizioni culturali e politiche dei luoghi visitati.
Bolsena è una città pregna di storia e di eccellenze naturalistiche, ed è stata nei secoli una tappa obbligata per i viaggiatori del Grand Tour. Finché l’autostrada non ha rivoluzionato le comunicazioni nell’Italia centrale, la via Cassia è stata la principale strada di collegamento fra la Toscana e il Lazio: le poste e il cambio dei cavalli erano o a Bolsena o a Radicofani, e l’itinerario del Grand Tour passava necessariamente in questo territorio. Situata sul lago di origine vulcanica più grande d’Europa, con al centro le due isole Martana e Bisentina, oasi naturalistiche d’eccellenza, abitata fin dall’epoca Villanoviana, e poi importante centro prima Etrusco e poi Romano, parte dello Stato Pontificio fino ai secoli più recenti, Bolsena fu una meta imprescindibile per tutti i “pellegrini di bellezza”, che percorrevano questo territorio seguendo la via Francigena, di cui Bolsena è una importante tappa, anche in virtù del Miracolo Eucaristico, avvenuto nella cittadina nel 1263.

1, La facciata del palazzo
Nel centro storico della città, nella piazza detta San Rocco, dal nome dalla fontana fatta erigere dal Cardinale Giovanni de’ Medici, figlio di Lorenzo il Magnifico e futuro papa Leone X, quando era Governatore Pontificio di Bolsena (a lui si deve anche il rifacimento della facciata della Basilica di Santa Cristina), si innalza il Palazzo Cozza-Caposavi, fatto costruire nel 1561 dal Cardinale Tiberio Crispo quando era a sua volta Governatore Pontifico. Il cardinale era il figlio di Silvia Ruffini, una vedova che diventò concubina di Alessandro Farnese, il futuro Papa Paolo III. La costruzione dell’imponente edificio fu affidata agli architetti Simone Mosca e Raffaello da Montelupo, ai quali si deve l’originale impianto architettonico. Dopo la partenza del Cardinale per la Curia Vaticana, la dimora venne divisa tra i Cozza e i Caposavi, fino a quando, intorno alla metà del Settecento, le due famiglie di unirono in matrimonio, riunificando anche gli spazi. È in quest’epoca che il Palazzo beneficia di migliorie architettoniche, ad opera dell’architetto romano Carlo De Dominicis, legato da vincoli di parentela con gli architetti Filippo Raguzzini e Luigi Vanvitelli.
Il Palazzo, che un tempo era privato, oggi è aperto al pubblico come casa-museo, ma anche come residenza di charme, e offre ospitalità in alcune raffinate stanze, ricche di storia e di arte, che un tempo furono abitate dalla famiglia: una residenza d’eccellenza che nel 2019 è stata inserita da Forbes nella classifica dei 19 migliori nuovi alberghi del mondo. Nel 2014 il conte Lorenzo Cozza Caposavi e suo figlio Francesco decisero di affittare delle stanze del palazzo agli ospiti del Grand Tour “contemporaneo” che visitavano Bolsena. Da lì l’idea, che poi divenne un progetto articolato che comprendeva non solo l’ospitalità, ma anche l’apertura del Palazzo come museo di sé stesso, l’apertura dell’enoteca specializzata sui vini del territorio e il ristorante.
Il tempo si è fermato in questa dimora storica: entrando dall’imponente portone ligneo, ci immergiamo completamente in una storia d’altri tempi. Al piano terra sono esposti alle pareti i cosiddetti “cabrei”, ossia le carte topografiche che raffigurano i possedimenti agricoli della famiglia, in un censimento dei primi dell’Ottocento. Molte di queste proprietà furono donate al Comune di Bolsena prima della riforma agraria, consentendo agli abitanti di alleviare i disagi causati dai due conflitti mondiali. Tutto questo materiale è stato trovato negli ambienti del Palazzo, che non era la sede principale della famiglia, ma piuttosto il centro nevralgico dell’amministrazione dei beni agricoli e dei possedimenti tra Orvieto e Bolsena. Le varie stanze del Palazzo presentano pavimenti, soffitti, rivestimenti delle pareti e arredi che facevano parte dell’arredamento originario della dimora storica. A questi si aggiungono una quadreria di notevole valore e una collezione libraria di oltre diecimila volumi, dal Cinquecento ai giorni nostri, tra cui molte edizioni autografate dai personaggi che sono passati nel Palazzo, come Giovanni Verga e Gabriele D’Annunzio. Ci sono libri di viaggi, testi sul territorio, volumi di araldica italiana ed europea e persino il primo vocabolario della lingua italiana.

2, Sala da pranzo Austerlitz

3, orologio da mensola

4, Galleria blu
Tra le curiosità spiccano alcuni volumi dell’Encyclopédie di Diderot e D’Alembert. Nella biblioteca sono collocati i disegni di progetti, recentemente rinvenuti negli archivi di famiglia, che mostrano le sezioni architettoniche della ristrutturazione operata dagli architetti Prada e De Dominicis, che hanno dato al Palazzo l’attuale aspetto settecentesco.
La presenza in biblioteca di tanti autori, sia italiani che stranieri, è certamente dovuta all’intenso via vai di personaggi illustri che soggiornarono nella dimora fino alla metà del ‘900, quando venne realizzata l’Autostrada del Sole e Bolsena divenne secondaria rispetto a Orvieto. Furono ospiti di questa residenza Stendhal, Fellini, Moravia, Marconi e il già nominato Gabriele D’Annunzio, di cui la famiglia possiede una delle prime versioni del Piacere, autografata con lo pseudonimo “Gabriel Ariel”.
Negli anni ’70 ricordiamo il famoso gallerista romano Plinio De Martiis, che portava in questa zona artisti all’epoca sconosciuti, ma che poi sarebbero diventati famosi, come Alberto Burri, Mario Schifano, Tano Festa, Franco Angeli e l’oggi quotatissimo Cy Twombly, che proprio qui realizzò la serie di opere intitolata Bolsena. Nel Palazzo passò anche Balthus, che curò il restauro di alcune pareti, un tempo ricoperte da carte da parati, utilizzando una tecnica di tipo “compendiario”, che possiamo ancora vedere nel Salotto Cinese, nella camera da letto detta “dell’arazzo”, dove è esposto un arazzo fiammingo del XVII secolo, e nella stanza verde del Baldacchino.
Camminando nelle stanze dell’antica dimora si respira un’aria di altri tempi, anche perché gli attuali proprietari hanno cercato di mantenere il più possibile integri gli ambienti. La Sala da pranzo della battaglia di Austerlitz è arredata con pregevoli dipinti su carta raffiguranti scene della famosa battaglia, prodotte dalla manifattura parigina Zuber. Un altro cimelio napoleonico è a destra del camino: un quadro a olio nel quale viene rappresentata la tomba di Napoleone a Sant’Elena; poiché all’epoca era proibito raffigurare l’ex imperatore, la sua sagoma viene delineata dai profili degli alberi sulla sinistra, nell’atto di contemplare la propria tomba. Caratterizza questo ambiente il camino cinquecentesco, con sopra lo stemma Cozza inquartato con quello Caposavi. Tra i vari oggetti che completano l’arredo, spicca un orologio ottocentesco in bronzo dorato, esemplare molto raro, opera dei fratelli Lerolle, maestri orologiai a Parigi. Non possiamo infine trascurare il fortepiano della fine dell’Ottocento, che fu suonato anche dal maestro Mascagni.

5, Sala da pranzo Tupini

6, Camera di Stendhal
7, Stendhal si affaccia
Certamente la vera sala da pranzo di rappresentanza è la cosiddetta Galleria blu, posta al piano nobile del Palazzo. Qui si possono ammirare delle splendide vedute bucoliche del lago di Bolsena e del fiume Marta, contornate da grottesche e da trionfi di frutta e ortaggi riferiti alle quattro stagioni. Questo ambiente è rimasto intatto nel tempo, e la sua sacralità non è mai stata violata, tanto da essere illuminato ancora a candele! Bellissimo è l’esemplare di lampadario settecentesco in vetro di Murano al centro del soffitto. Sotto le vedute sono dipinti gli emblemi della famiglia Caposavi: il sole, il leone, l’aquila e la M rovesciata (che a noi può sembrare una “W”), che simboleggia il contrario di “Matti”, cioè savi, appunto “capo-savi”. Alcuni hanno voluto riconoscere come autore dei dipinti il pittore orvietano Vincenzo Pasqualoni che, formatosi a Roma all’inizio dell’Ottocento presso lo studio di Tommaso Minardi, lavorò assiduamente nel Lazio e in Umbria, anche nel Duomo di Orvieto.
Sulla Galleria blu affacciano due stanze di particolare interesse; la Sala da pranzo Tupini e la Camera di Stendhal, così chiamata perché vi soggiornò il famoso scrittore francese durante i suoi viaggi in Italia. La Sala Tupini è una piccola e intima sala da pranzo che conserva la decorazione originaria dei primi dell’Ottocento, a fasce dipinte. Alle pareti è stato appeso un servizio di piatti della storica produzione Tupini di Roma, decorato con scorci di rovine della campagna romana, che veniva utilizzato quotidianamente dalla famiglia. Sul tavolo un tipico esempio di apparecchiatura d’epoca: bicchieri in finissimo vetro soffiato, originali di fine Settecento, con le cifre della famiglia e la corona comitale, piatti della manifattura Ginori, della serie “Palme”, e posate in vermeil.

8, Cappella gentilizia

9, Salotto del Tempesta
10, Salotto del Tempesta
Stendhal ha visitato e soggiornato a Bolsena durante i suoi celebri viaggi in Italia: affascinato dalla bellezza malinconica del lago, ha descritto le sue impressioni nei suoi scritti di viaggio. Oggi possiamo ripercorrere le sue orme visitando i luoghi storici in cui ha soggiornato, fra cui appunto Palazzo Cozza-Caposavi, dove è possibile sostare, e persino soggiornare, nella stanza dove dormì il celebre scrittore. Le pareti della stanza sono decorate a mezzofresco con scene delle rovine di Pompei ed Ercolano: vediamo anche Stendhal, che si sporge da dietro una colonna per ammirare le rovine. Sui dipinti è presente una data, 1839, e la firma dell’autore, Andrea Galeotti. Architetto, pittore e decoratore cortonese, Andrea Galeotti fa parte di quella schiera di artisti minori che furono assai prolifici nella prima metà dell’Ottocento nei piccoli centri del Granducato di Toscana e dello Stato Pontificio. Al terzo piano è presente un’altra camera da letto decorata dallo stesso autore con fauni ed elementi naturalistici.

11, Sala da pranzo delle marine
Continuando a camminare per gli ambienti del piano nobile, ci imbattiamo nella Cappella gentilizia, un piccolo oratorio dove tuttora si celebra messa in alcune occasioni. Il soffitto a botte è decorato in foglia d’oro, e sull’altare è posta una pregevole tela settecentesca, che raffigura Maria dei Sette Dolori, protettrice del Palazzo. Giungiamo quindi alla famosa Sala del Tempesta, che prende nome da Antonio Tempesta, uno dei più importanti pittori romani fra la seconda metà del Cinquecento e il primi decenni del secolo successivo. I decori in prospettiva delle pareti ci conducono verso una loggia immaginaria che affaccia su paesaggi boschivi, arricchita da decorazioni che rinviano alla grandiosità dell’Impero Romano. In altrettanti medaglioni sono raffigurati i sette re di Roma, mentre le 12 tele inserite rappresentano i 12 Cesari, ossia i 12 più famosi imperatori romani. All’epoca in cui furono realizzate le opere, Antonio Tempesta era attivo ad affrescare alcuni ambienti della vicina Villa Lante a Bagnaia, e venne incaricato dalla famiglia della realizzazione di queste tele. I sette re di Roma sono un completamento più tardo della stanza, probabilmente ad opera di Pasqualoni o di Galeotti, che abbiamo già visto all’opera in altri ambienti del Palazzo. Una curiosità sono le specchiere veneziane del ‘600, nella cui cornice, in basso, è rappresentato Lucifero che osserva chi si specchia, a ricordare il peccato di vanità, già fatale a Narciso, e l’effimera caducità della bellezza.
Proseguendo l’itinerario, entriamo nella Sala da pranzo delle Marine, alle cui pareti sono esposte tele e carte dipinte con marine del Sud Italia: Napoli, Ischia, Capri e la Puglia, che ricordano il ramo della famiglia originario del Sud. Era una sala utilizzata prettamente d’inverno, dove il grande camino stemperava il freddo e i commensali attendevano l’arrivo dell’estate contemplando paesaggi marini. Sulla tavola un esempio di apparecchiatura per la prima colazione, con un servizio di piatti Ginori realizzato appositamente per la famiglia. Anche il servizio da caffè è ottocentesco, della stessa manifattura, ed è decorato con la corona da conte, in oro.
Giungiamo poi al Salotto del caminetto, sala dove sono esposte alcune opere di importanti artisti italiani. Ai lati del camino troviamo due sanguigne attribuite ad Annibale Carracci: sono i cartoni preparatori per gli affreschi di palazzo Farnese a Roma. Sul camino c’è un capriccio architettonico della scuola romana del Settecento, e in alto due chine di Antonio Tempesta, prove da mostrare al committente per la realizzazione dei 12 Cesari. Sulla consolle veneziana del ‘700 vediamo due grisaglie, opera di Baldassarre Peruzzi; sulla destra due opere di Francesco Vanni, un volto di Gesù Bambino e un putto, e sulla sinistra una Fuga in Egitto, probabilmente della scuola del Beccafumi. Di fronte al camino, una tela cinquecentesca raffigurante la discesa di Annibale, di difficile attribuzione, e infine alcune opere a tema sacro della scuola di Francesco Solimena. Completano l’arredamento della stanza alcuni oggetti in ceramica delle manifatture di Acquapendente e della manifattura dei Marchesi Misciattelli di Vasanello.

12, Salotto del caminetto

13, Salotto cinese

14, Salotto cinese (particolare)
Da questa stanza, vera e propria quadreria, si passa al Salotto Cinese. Questo salotto di ispirazione orientaleggiante, dove sono presenti oggetti prevalentemente della dinastia Qing, non poteva mancare in una casa aristocratica. Infatti, tra la fine del Settecento e l’Ottocento, era in voga presso le famiglie nobili raccogliere in un salotto ricordi ed oggetti provenienti da paesi esotici. I pannelli lignei alla parete raccontano una favola naturalistica; i vasi in legno utilizzati per le spezie provengono dalla Villa Chigi di Castel Gandolfo; un bassorilievo ligneo con le fenici simboleggia la rinascita, e ancora tanti altri oggetti “cinesizzanti” sono sparsi su tutti i mobili. L’antica ortensia essiccata posta su uno dei tavolini si dice che abbia più di cento anni: l’ortensia è uno dei simboli della città di Bolsena, e negli anni ’90 un membro della famiglia ideò, insieme al consorzio turistico dell’epoca, la prima Festa delle Ortensie, tuttora celebrata ogni anno nel mese di giugno.
Si ringraziano per le fotografie i signori Gianni Casciani e Marco Pagliani
Didascalie delle illustrazioni
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Palazzo Cozza-Caposavi, Piazza San Rocco, Bolsena. La facciata
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La sala da pranzo della Battaglia di Austerlitz
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Orologio da mensola, manifattura Frères Lerolle, Paris, sec. XIX
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La Galleria blu
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La Sala da pranzo Tupini
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La Camera di Stendhal, Andrea Galeotti, 1839
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Camera di Stendhal: Stendhal si affaccia dietro a una colonna
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La Cappella gentilizia
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Il Salotto del Tempesta
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Il Salotto del Tempesta
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La Sala da pranzo delle marine
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Il Salotto del caminetto
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Il Salotto Cinese
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Salotto Cinese, particolare di uno stipo in stile cinesizzante
