Fogli e Parole d'Arte

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I predatori dell'arte perduta, di Fabio Isman

"That belongs in a museum", è una frase ripetutamente usata da Indiana Jones nei suoi film avventurosi: il reperto archeologico appartiene a un museo, cioè allo Stato, cioè a tutti. Come Indiana Jones, anche Fabio Isman, pressoché unico giornalista italiano ad occuparsi dell'argomento, combatte contro razziatori e predatori dell'arte perduta a modo suo, pubblicando un libro documentario in cui racconta trent'anni di furti e circa dieci anni di guerre contro i ladri di archeologia.
Tuttavia, il sentimento suscitato dalla lettura de "I predatori dell'arte perduta" può essere ambivalente, perché da un lato si prova disagio nel leggere i dati inquietanti e tragici del saccheggio cui il patrimonio archeologico italiano è stato sottoposto tra gli anni Settanta e il 2000, mentre dall'altro si dovrebbe provare soddisfazione nel sapere con quali sofisticate tecnologie e abilità i carabinieri hanno saputo rintracciare molte opere sottratte o clandestine.
Questo secondo aspetto, la soddisfazione, è spesso proposto con evidenza nei discorsi delle autorità e delle istituzioni, ad esempio - nel corso di una presentazione del libro di Fabio Isman a Roma - da parte del generale Nistri, e viene spesso ribadito dai funzionari del Ministero e del Governo. Nel 2007 il Ministro Rutelli apparve in televisione col celebre cratere di Eufronio, restituito dal Metropolitan Museum di New York, e fu il momento di maggior entusiasmo.

Può darsi che ci si debba accontentare così, ma davanti alle cifre è difficile trovare eufemismi o interpretazioni benevole: gli oggetti trafugati noti sono enormemente di più degli oggetti ritrovati, un rapporto circa di 40 a 1. E a questo dato oggettivo va aggiunto un dato statisticamente e razionalmente probabile, che gli oggetti trafugati ignoti, cioè di cui non sappiamo nulla, siano a loro volta in un numero enormemente superiore al precedente.
Scrive Isman a pag. 67: "Anche per questa gracilità dello Stato e del Paese nel settore, in Italia è avvenuta la Grande Razzia. Cioè il sistematico saccheggio del sottosuolo della penisola, che dal 1970 a metà degli anni 2000, ha coinvolto forse 10.000 persone, e milioni di reperti. E' un fenomeno senza uguali in nessun paese occidentale: se non per la quantità di oggetti spariti, almeno per la for
ma organizzata e capillare in cui è accaduto; e nel nostro, senza precedenti in alcuna stagione. Una depredazione di massa che, dopo aver arricchito vari grandi musei al mondo e alcune collezioni straniere formate, o irrobustite, nel dopoguerra, è sfociata in una serie di processi, soprattutto a Roma, nel quasi assoluto disinteresse dei media, almeno italiani. E ha portato ad alcune clamorose restituzioni".
E' chiaro che stiamo parlando di oggetti scavati dai tombaroli e non dichiarati allo Stato (la legge italiana da un secolo considera patrimonio pubblico tutto ciò che si trova sottoterra), ma anche di oggetti rubati nei siti archeologici che - come tutti purtroppo sappiamo - sono stati, e sono molto spesso, privi di custodia. Fabio Isman racconta episodi incredibili riferiti direttamente dai protagonisti, storie di predatori, poi storie di ricettatori, che diventano infine storie di g
randi musei del mondo ingenuamente coinvolti negli affari malavitosi. Lo stile di Isman è giornalistico, la narrazione rapidissima, e se il lettore di fatto non può conoscere tutti i riferimenti di cronaca, può ugualmente procedere, la chiarezza dell'esposizione lo sostiene.

Protagonisti sono, più che i carabinieri tenaci e preparati, i trafficanti e i tombaroli che annoverano, come in tutte le professioni, la vecchia scuola, i giovani, i nuovi venuti. Alcuni di loro potevano diventare dei personaggi di cronaca alla pari di un Vallanzasca, di un Cavallero, di un Riina, ma per motivi poco chiari i giornali non si sono mai molto occupati di loro.
Ecco una descrizione (pag. 118) dei metodi di lavoro di questi moderni avventurieri: "Di solito agiscono squadrette da tre a sei persone. Se non trovano nulla, il capo garantisce alle famiglie il pane quotidiano, con dei sussidi. Tecnologicamente sono assai avanzati, e si forniscono dei più moderni prodotti anche all'estero. Quanto mai cauti, usano un cifrario, un ruspante codice segreto. Se al telefono pronunciano le parole 'Pietro' e 'porto' ('Pietro ha portato qualcosa?') significa che la merce sarà nel luogo concordato; se parlano di 'Pietro' e di 'posto', chiedono un incontro [...]"

Sarà appena il caso di ricordare che anche qui, nell'ipotesi di un divieto delle intercettazioni a scopi investigativi, le possibilità di lavoro dei carabinieri risulterebbero sciaguratamente ridotte. Per non dire poi dei disegni di legge, sistematicamente elaborati ma mai presentati alla votazione, che prevedono la disinvolta vendita o il noleggio di opere riposte nei depositi dei musei, come se il deposito di un museo fosse un luogo di dannazione, e non il cuore stesso della struttura museale.

In merito alla situazione attuale, secondo Isman il peggio è passato, perché i sistemi di controllo e la giurisdizione sono cambiati negli ultimi anni e una qualche paura della pena si è determinata e innescata anche in questo mercato ad altissimo reddito e - un tempo - a bassissimo rischio.
Le storie raccontate quindi apparterrebbero al passato, e speriamo davvero che sia così, perché i personaggi descritti sono personaggi normali, non molto diversi da quella innumerevole quantità di gente che in Italia, tanto per dire, non dichiara il proprio vero reddito e non paga le tasse che dovrebbe pagare, oggi come ieri. La vera pecca del nostro paese sta nell'omertà di fondo, per cui chi sa di un reato minore non lo denuncia quasi mai, e nella scarsissima concezione del bene pubblico, solo da risibili minoranze inteso come bene di tutti.
Ne ha scritto e ne parla sempre con grande lucidità uno dei pochi personaggi italiani di caratura internazionale, Salvatore Settis, di come davanti alla questione dei saccheggi pubblici non si ponga tanto il problema di scoprire e punire, quanto di prevenire. E tra le prevenzioni fondamentali, insieme all'educazione civica, ne esiste una semplice e rapidamente fattibile, purché alimentata da personale specializzato con adeguati stipendi: la catalogazione. Nel libro di Isman l'assenza di dati certi rispetto al patrimonio culturale italiano ritorna spesso come constatazione, unita anche a un certo punto con la cosiddetta leggenda urbana sulla sua consistenza. In effetti è diventato quasi un luogo comune per molti italiani citare come dato ufficiale la percentuale altissima, oltre il 60 percento, dei beni mondiali che sarebbero in possesso del Bel Paese. Isman ci ricorda, al di là del risvolto comico di una simile stima priva di qualunque metodo, che l'equivoco sarebbe sorto quando l'Unesco stimò che il 60% dei furti di opere d'arte dichiarati al mondo era italiano: come dire che tanti sono i ladri, tanti sono i tesori!


Scheda tecnica
Fabio Isman,
I predatori dell'arte perduta. Il saccheggio dell'archeologia in Italia, 2009, Milano, Editore Skira, pagg. 256, EAN 9788861309494, € 19,00

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