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il 23 ottobre 2007.
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Il Guggenheim di Bilbao
Se c’è un edificio moderno conosciuto da tutti e considerato quasi una bandiera dell’architettura contemporanea, questo è sicuramente il Guggenheim Museum di Bilbao. Stravagante e bizzarro, enorme e affascinante, il museo progettato da Frank Gehry è diventato non solo l’icona di un’epoca e di uno stile, ma anche il riferimento economico per quelle città che aspirano all’effetto Bilbao, appunto, vale a dire una forte accelerazione turistica legata alla presenza di un edificio eccezionale. Gehry e la città basca, letteralmente rinata dopo la creazione del museo, sono stati gli artefici di una svolta effettiva nel rapporto tra l’architettura moderna e la popolazione.
Canadese di nascita ma californiano di adozione, ebreo molto attento alle problematiche razziali più che religiose, impegnato politicamente a sinistra, amico di mille artisti famosi, Frank Goldberg poi ribattezzatosi Gehry è un personaggio notevole sotto tutti gli aspetti. La sua biografia, scritta dal giornalista Paul Goldberger e pubblicata negli USA nel 2015, appare nel 2018 anche in Italia per i tipi di Safarà e grazie alla paziente traduzione di Matteo Zambelli. Il libro si presenta in un anomalo formato trapezoidale, che vorrebbe sin dal principio dirci della non regolarità e non conformità alle regole del protagonista. Si tratta in ogni caso di una edizione sufficientemente ricca di immagini e sicuramente utile per descrivere l’opera dell’architetto americano, che è sicuramente uno dei più rappresentativi e celebrati della storia recente.

La casa di Gehry a Los Angeles
Ho accennato al paziente lavoro del traduttore perchè in effetti il principale difetto del volume di quasi 500 pagine sta nel linguaggio ridondante e giornalistico di Goldberger e nell’eccesso di informazioni che ci vengono fornite, elementi che possono essere in qualche caso accattivanti, ma più spesso dispersivi. La biografia è di fatto talmente completa da apparire paradossalmente troppo minuziosa, ma si legge come un lungo, lunghissimo racconto denso di nomi, di luoghi, di opere; forse Goldberger voleva strafare, o forse la sua ammirazione per l’architetto gli ha fatto credere che anche il minimo dettaglio sia importante.
Tuttavia, l’abbondanza di dati è utilissima per entrare nel clima dell’architettura degli anni Settanta e Ottanta in America, per vivere da dentro le storie dei molti studi di architettura in cui Gehry ha lavorato, compresi quelli di cui è stato titolare, e dei rapporti complessi con i clienti, generalmente personaggi ricchi o ricchissimi o stravaganti o indecisi. Le prime opere dell’architetto sono analizzate con attenzione e forniscono già alcuni elementi per definirne lo stile, che dapprincipio si basò molto su materiali insoliti, recupero di strutture, accostamenti bizzarri di volumi e oggetti. Di queste, è famosa la sua stessa casa, reinventata grazie all’inserto e all’aggiunta di oggetti architettonici sghembi, irregolari, eppure in qualche modo funzionali. La logica che stottintendeva le prime scelte dell’architetto era in effetti coerente, basata sull’idea che l’architettura ci deve incantare e stupire, ma deve restare qualcosa di utile.
Sin dal principio, Gehry è stato più un architetto-scultore che un costruttore, o forse meglio più un artista creativo che un progettista, e questo aspetto esce fuori dalla biografia in modo progressivo, anche se non mancano le contraddizioni inevitabili nel corso di una vita lunga e produttiva come quella di Gehry, che tra l’altro non ha ancora smesso di lavorare nonostante si stia avvicinando al meritato traguardo dei 90 anni di età.

Il museo Vitra in Germania
Una sensibile avversione ai cosiddetti rigori razionalisti si avverte più nell’autore del testo che nell’architetto, insieme a una qualche confusione tra razionalismo, postmodernismo e decostruttivismo. Goldberger ci fa capire che Gehry non vorrebbe essere considerato un esponente di stili, quanto piuttosto un professionista a sè, e probabilmente questa illusione appartiene un po’ a tutti gli artisti che non si accorgono, o fingono di non accorgersi, che ciò che fanno non è soltanto frutto della loro individualità, ma anche del contesto in cui vivono.
In ambito teorico, Golberger insiste nell’ormai stereotipata accusa di noia verso lo stile di Mies e di Gropius, mentre la minimizza verso Le Corbusier forse perchè Gehry ne fu un entusiastico ammiratore. Di fatto, l’autore insiste in quell’autentico equivoco storico, per non chiamarlo damnatio memoriae, che vede nei funzionalisti razionalisti solo l’aspetto monotono e piatto della progettazione architettonica culminato nel nefasto International style. Goldberger dimentica il ruolo politico, sociale ed economico che il razionalismo ebbe al suo tempo, configurandosi come il principale strumento di emancipazione di intere classi sociali, e finisce per credere che la fantasia decostruttivista sia la risposta creativa alla noia funzionalista, piuttosto che la replica capitalistica e consumistica del tempo presente alle utopie socialiste del Novecento. La mancanza di spirito storico-critico nel libro di Goldberger può in certi momenti essere irritante, soprattutto quando il biografo cerca di farci vedere nei progetti di Gehry per i milionari americani suoi clienti una qualche componente più artistica e motivata, che riscatti le ingenti ed eccessive somme di denaro usate per progetti privati lussuosissimi e colossali.
La figura di Gehry esce comunque da questo libro a tutto tondo, un uomo dotato di una capacità lavorativa impressionante, in grado di vedere ben oltre lo sguardo miope dei suoi clienti, determinato da sempre a diventare un grande architetto, schivo di carattere ma intenso nelle amicizie e nelle relazioni. Goldberger sottolinea più volte una certa ritrosia e insicurezza di Gehry nell’affrontare situazioni a rischio, tanto che spesso l’architetto abbandona lavori, commissioni, o persone piuttosto che cercare compromessi. L’impressione tuttavia è che l’uomo sia dotato di un ambizione fortissima e che l’insicurezza nasca più da un maniacale perfezionismo piuttosto che da un carattere fragile.

La Walt Disney Opera a Los Angeles
Di certo, la vicenda professionale di Gehry è impressionante, con incarichi e risultati sempre in progresso, sempre di maggior peso, sino alla svolta epocale della Disney Opera di Los Angeles, che segna il passaggio da opere ancora volumetricamente contenute alle dimensioni colossali dei grandi musei, dei grattacieli, dei palazzi. E’ proprio dal progetto per la vedova Disney, che diventerà realtà addirittura 15 anni dopo, che nasce lo stile del Guggenheim; il museo di Bilbao è di fatto una variante più complessa del progetto californiano, questa volta eseguito in tempi meno lunghi e alla fine prima della stessa Disney Opera che ne era stata la matrice.
E’ la fine del XX secolo, Gehry ha già vinto il premio Pritzker, ha progettato l’edificio più famoso del mondo, ora esce dalla cerchia degli esperti di architettura e diventa un personaggio popolare, appare in un film documentario di Pollack, appare in televisione sotto forma di cartone animato nei Simpsons, ha il mondo ai suoi piedi e il suo studio a Los Angeles si dota di oltre un centinaio di architetti. E’ amico intimo del potentissimo Philip Johnson, è riconosciuto dai colleghi come un punto di riferimento, e quando nel 2009 compie 80 anni ci sono 500 persone a festeggiarlo. Ma le opere innumerevoli costruite dopo la Disney Opera e dopo il Guggenheim, nonostante tutti gli sforzi di Goldberger per giustificarle, denotano una notevole decadenza di gusto e di controllo. L’albergo spagnolo ad Elciego del 2006, il centro di salute mentale a Las Vegas del 2009 e il Biomuseo a Panama City del 2010 non sono che esempi clamorosi di un plasticismo fine a se stesso e di un autentico disprezzo per il rapporto tra la forma e la funzione di un edificio.

L'Hotel di Elciego in Spagna

Il centro di salute mentale a Las Vegas

Il Biomuseo di Panama City
Il libro di Goldberger è prezioso per tanti aspetti e merita di essere letto per conoscere un protagonista dei nostri tempi. Un’osservazione finale tuttavia va fatta a proposito di queste notevoli e approfondite ricerche giornalistiche e documentarie: perché dopo tanto lavoro l’autore non pubblica, al termine della biografia, un preciso registro delle opere, completo di date e di cifre e di quanto serva a valutarle? Sicuramente nel corso della ricerca questo registro è stato compilato, e non si vede perché autori e editori non sappiano trovare la semplice determinazione di renderlo pubblico e disponibile.

Scheda tecnica
Paul Goldberger, Building Art. Vita e opere di Frank Gehry, cura e traduzione di Matteo Zambelli. Safarà editore, 2018, pp. 496, 35 €, Isbn: 978-88-97561-51-4