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Rivista d'arte on line, ha ricevuto il codice ISSN (International Standard Serial Number)
1973-2635
il 23 ottobre 2007.
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Esiste un momento in cui il mito si spoglia della sua sacralità distaccata per farsi carne, fango e cronaca.
Nell’ Andromaca – il candore del cigno di Gianni Guardigli, interpretato da Daniela Giovanetti e diretto da Valeria Almerighi, questo passaggio non è solo tematico, ma strutturale, e divide la messinscena in due movimenti speculari e dialoganti.
Nella prima parte dello spettacolo, l’attrice abita la distanza del mito incorniciata dall’arco a tutto sesto che separa lo spazio in fondo della meravigliosa scena del Teatro Basilica da quello più ampio che si protende verso il pubblico. Recitando in versi dall’Iliade, rivive lo strazio del ventiduesimo canto: la morte di Ettore, il crollo di un mondo, l’urlo di una vedova che è già vedova di una civiltà. La sua è una recitazione sacrale e rituale racchiusa nel perimetro del dramma classico.
Poi, la frattura. Nella seconda parte, l’attrice compie un gesto politico e teatrale definitivo: avanza verso il pubblico, accorcia le distanze e comincia a parlare in italiano.
Qui Andromaca si spoglia di ogni enfasi tragica. Sorprende la straordinaria spontaneità con cui Daniela Giovanetti si rivolge alla platea: non c’è più il sovraccarico di pathos, ma il tono di una confidenza intima, quasi colloquiale.
Questa scelta interpretativa permette ad Andromaca di assimilarsi completamente alle problematiche del pubblico, trasformando il dramma antico in uno specchio delle nostre inquietudini più profonde.
Andromaca è una donna ferita, costretta a farsi schiava degli Achei insieme ad altre donne troiane, eppure nella sua voce vibra un filo di speranza ostinata: la convinzione quasi utopica, di poter un giorno tornare e ricostruire Ilio.
Il costume che indossa rivela la sua natura battagliera. Giulia Barcaroli ha ideato per lei un completo verde militare, con ampi pantaloni e una casacca larga sulla quale spicca una vistosa pettorina nera. Scelta estetica che richiama alla mente la tragica realtà delle guerre contemporanee e la condizione di un soldato, di un prigioniero o di un superstite tra le macerie. Andromaca veste i panni del trauma, del fango, delle macerie.

A sostenere e amplificare questa transizione è uno spazio scenico vuoto dove la musica dal vivo gioca un ruolo drammaturgico fondamentale.
La viola di Damiano Giuranna non è un semplice accompagnamento, ma una seconda voce in costante dialogo con l’attrice. Attraverso suoni atonali, graffianti e a tratti sfuggenti – che richiamano le tensioni del linguaggio musicale di Igor Stravinskij – la viola traduce in onde sonore il dolore indicibile e la successiva frammentazione dell’anima di Andromaca. La musica dal vivo crea un’atmosfera sospesa, un battito cardiaco esterno che destabilizza la platea.
Se il primo movimento si muove sulle coordinate omeriche, il secondo respira l’aria sospesa e tragica de Le Troiane di Euripide.
Andromaca non è più una figura isolata nel proprio lutto privato, ma si fa portavoce di un coro di prigioniere in attesa di essere spartite tra i vincitori. Ed è in questo scenario che l’evocazione di Ulisse graffia con più forza il nostro presente.
Il re di Itaca, che nel mito decreta l’infanticidio del piccolo Astianatte per salvaguardare gli interessi dei vincitori, diventa qui il simbolo primordiale di quel pragmatismo cinico che annienta l’umanità in nome del puro calcolo utilitaristico. Ulisse è il vero architetto di quel nulla etico contemporaneo; ed è contro la sua logica spietata che la spontaneità dell’Andromaca della Giovanetti oppone la rivoluzione della speranza.


Il cuore filosofico del dramma risiede nel riferimento esplicito a Le Cygne di Charles Baudelaire. Come il cigno del poeta francese, che cammina goffo e sublime tra la polvere dei cantieri che stanno sventrando e modernizzando Parigi, rischiando di sporcare il candore delle sue piume, così Andromaca è l’immigrata in una terra sporca, polverosa, inospitale.
Sarebbe immediato – e forse persino riduttivo – sovrapporre a questa figura unicamente l’immagine dei flussi migratori che oggi attraversano l’Africa e l’Europa. Guardigli sembra invece suggerire una dinamica ancora più universale. Il destino di Andromaca è il destino di tutti noi.
Questo cigno ferito rappresenta la condizione dell’uomo contemporaneo, esule da una cultura pacifista, ricca di senso e di umanità, e naufragato nel deserto morale dell’oggi.
Siamo noi gli immigrati in questa terra polverosa e priva di coordinate etiche, noi che abbiamo visto crollare le nostre roccaforti ideologiche e culturali e ci ritroviamo a camminare tra le macerie.
La messinscena non ci lascia tuttavia nel nichilismo. Il “candore” del titolo non è ingenuità ma resistenza. È la rivendicazione di una purezza che, camminando nel fango del presente, si rifiuta di arrendersi all’estinzione, custodendo il sogno di una ricostruzione futura.
Scheda tecnica
Andromaca – il candore del cigno di Gianni Guardigli, con Daniela Giovanetti.
Musiche dal vivo di Damiano Giuranna; regia di Valeria Almerighi; disegno luci Matteo Ziglio; costume di Andromaca di Giulia Barcaroli; produzione Gruppo della Creta; in collaborazione con Mythos Troina Festival e con il sostegno del Ministero della Cultura.
Foto di scena di Piero De Grossi e di Simone Galli.
Visto al Teatro Basilica di Roma il 15 ottobre 2026.