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1973-2635
il 23 ottobre 2007.
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Il crollo di Wall Street trasformato in un caotico spettacolo da baraccone. Si presenta così la messinscena de L’orologio americano diretta da Elio De Capitani in corso al Teatro Vascello, in un allestimento ambizioso che affida alle maschere della Commedia dell’Arte e a un’estetica dichiaratamente circense il compito di raccontare la Grande Depressione. Nelle scene e nei costumi ideati da Carlo Sala, i personaggi perdono ogni realismo psicologico per trasformarsi in tipi: il banchiere cinico, l’operaio disperato, lo speculatore - orchestrati da una regia che evoca costantemente il teatro epico di Brecht e le atmosfere felliniane.
A sorreggere questa macchina scenica complessa è la straordinaria energia interpretativa dei ragazzi della Compagnia dell’Accademia Nazionale d’Arte Drammatica “Silvio d’Amico”. I diciotto giovani attori si moltiplicano in una cinquantina di figure distinte con una freschezza fisica encomiabile e un affiatamento tecnico evidente, assecondati in modo determinante dagli arrangiamenti della partitura musicale di Mario Arcari, eseguiti dal vivo sul palco. Le note commentano il collasso sociale, muovendosi sui binari espressionisti di un cabaret brechtiano che spezza continuamente l’immedesimazione emotiva.


Elio De Capitani
Per districarsi in questa narrazione corale, De Capitani amplifica una struttura già presente nel testo di Miller - dove i protagonisti nascono come i narratori della memoria - e sceglie di sdoppiare fisicamente sulla scena i due ruoli principali, il giovane Lee Baum (alter ego dello stesso drammaturgo) e l’uomo d’affari scampato al crollo, Arthur Robertson. Questo gioco di specchi introduce una netta distanza temporale sulla scena, dove il passato del 1929 e il presente della memoria coesistono nello stesso istante. Mentre i personaggi giovani subiscono e consumano il trauma del crollo economico in tempo reale, i doppi dei protagonisti li osservano dall’ esterno, commentando gli eventi con il distacco e la consapevolezza di chi conosce già la Storia.
L’opera rompe così lo spazio-tempo tradizionale del dramma borghese per svilupparsi attraverso ampi spazi dedicati a monologhi. Quando i protagonisti parlano direttamente al pubblico il caos del circo si congela: il tempo si ferma e il soliloquio diventa uno strumento che sottopone il passato a una fredda analisi economica espressa nel presente. Tuttavia nella realtà della messinscena, questo impianto teorico mostra il fianco: lo spettacolo è talmente movimentato, urlato e concitato che la distinzione temporale dei doppi rischia di svanire. Essendo gli interpreti tutti coetanei dell’Accademia, la distanza cronologica non è visiva ma solo testuale e finisce per essere sommersa dal rumore di fondo. Una confusione che si riflette anche sulla coralità della messinscena dove il dibattito ideologico si fa frammentario e persino i personaggi minori evocano a gran voce il marxismo come disperata risposta al fallimento del capitalismo.
Questa forte impronta ideologica e analitica costituisce il nucleo politico del testo originale di Arthur Miller, la cui visione risente profondamente delle lenti critiche del pensiero marxista. Non è un caso che, al suo debutto nel 1980, il pubblico e la critica statunitensi decretarono il rapidissimo insuccesso commerciale dell’opera. Presentare una feroce satira del capitalismo all’alba del reaganismo - l’era in cui l’America cancellava i traumi collettivi per rifugiarsi nell’ottimismo neoliberista - fu recepito come un atto quasi sovversivo. Miller smascherava l’inganno strutturale del trust,lafiducia immateriale su cui poggia l’architettura dei mercati, dimostrando che la ricchezza collettiva poggiava sul vuoto della speculazione. Un amaro specchio che la Broadaway di allora preferì rifiutare.
Tornando allo spettacolo, il cui impianto visivo è fuori discussione come il talento dei giovani attori, il ritmo registico lascia un po’ a desiderare. Mantenendo quasi intatta l’estensione originaria della scrittura di Miller, l’allestimento di De Capitani risulta troppo lungo e prolisso, sfiorando le tre ore di durata. I monologhi e gli sketch finiscono per accumularsi per pura sottrazione di dinamismo, stirando i temi teatrali oltre il dovuto. In questo senso qualche taglio netto alla struttura del testo avrebbe giovato immensamente: sfrondare le ridondanze didascaliche avrebbe alleggerito la messinscena, permettendo alla debordante energia dei giovani attori e alla formidabile intuizione musicale e circense di brillare con una fluidità decisamente maggiore.
Scheda tecnica
L’orologio americano di Arthur Miller, traduzione Cristina Viti, regia Elio De Capitani.
Con gli attori della Compagnia dell’Accademia: Angelica Barelli, Alessandro Buono, Melissa Del Carmen Cahigan, Chiara Casarin, Laura Cestaro, Flavio D’Andrea, Edoardo De Padova, Anna Demichelis, Luca Duarte Di Gangi, Vittorio Maria Mearelli, Giorgio Petrotta, Gabriele Pizzurro, Caterina Rugghia, Pietro Saccomani, Nicola Tagliatori, Chiara Tognarini, Chiara Trombini, Nicola Vantaggi.
Scene e costumi Carlo Sala; musiche originali e arrangiamenti di Mario Arcari eseguite dal vivo; co-produzione Accademia Nazionale d’Arte Drammatica “ Silvio d’Amico, Teatro dell’Elfo.
Foto di scena di Manuela Giusto.
Visto al Teatro Vascello di Roma il 14 ottobre 2026.