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Rivista d'arte on line, ha ricevuto il codice ISSN (International Standard Serial Number)
1973-2635
il 23 ottobre 2007.
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Andrea Bonavoglia (Vitorchiano)
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Della divulgazione, o dell'insopportabile peso delle leggi non scritte. Non si capisce, infatti, dove e quando sia stata scritta la legge che impedisce a un testo di carattere divulgativo di utilizzare le note a piè di pagina, soprattutto quelle che consentirebbero di risalire direttamente alla fonte (hai visto mai che uno voglia approfondire o verificare una citazione?). È vero, le note possono risultare noiose e addirittura distrarre il lettore, ma, fortunatamente per lui, non v'è obbligo alcuno di sosta lungo il percorso, sicché...
Diciamo però che sulla mancanza delle note si potrebbe tranquillamente sorvolare (perché nel libro viene adottato un escamotage dal dubbio vantaggio: elencare in bibliografia e in ordine di apparizione autore e titolo del testo citato), ma perché privare il lettore, sia esso un neofita o un semplice curioso, dell'informazione relativa alle dimensioni dell'opera alla quale si fa riferimento? Il testo di D'Orazio sarà pure destinato a una fruizione, diciamo, di massa, ma di certo non può nuocere a nessuno sapere che il “Ritratto di bambino con disegno” di Giovanni Francesco Caroto [fig. 1], misura soltanto cm 27 x 39, mentre la “Crocefissione” di Matthias Grünewald [fig. 2] ne misura 369 x 307. Anzi, la fastidiosa nozione è sicuramente più importante che interessante, a maggior ragione se si considera che l'obiettivo della divulgazione dovrebbe essere anche quello di consentire al lettore una corretta visualizzazione dell'immagine.
Questioni irrilevanti, mi si obbietterà, dato che il libro di D'Orazio non si limita a essere un buon libro, ma è pure ben scritto e colmo di osservazioni di un certo pregio. Vero, tuttavia le scelte dell'autore sono alla base di un qualunque libro, buono o cattivo che sia, e non possono non condizionarne l'andamento complessivo, così come non possono di conseguenza non pesare sulla sensazione finale, quella che siamo autorizzati a formulare a fine lettura.

A tal proposito non risulta del tutto comprensibile la scelta – non più accusabile di irrilevanza – di privilegiare, nella descrizione della già citata “Crocefissione” di Grünewald, un testo di Joseph Ratzingher, il quale sottolinea, a esempio, che: “I monaci pregavano di fronte a questa immagine con i loro malati, che trovavano consolazione nel riconoscere che, in Cristo, Dio pativa insieme a loro. Da questa immagine essi [i sofferenti del fuoco di Sant'Antonio] sapevano che, proprio grazie alla loro malattia, erano identici a Cristo crocifisso”, considerazioni utili, forse, per un teologo; mentre (a ben cercare) si sarebbe potuto citare Giorgio Bonsanti – un vero storico dell'arte – che, con ben maggiore considerazione per l'opera pittorica, riesce a evidenziare con acume un effetto assai significativo quando si tratta delle emozioni: “I dipinti di Grünewald […] producono oggi lo stesso impatto violento ed esclusivista di quando l'artista affidò loro di collaborare con tale profondissimo shock alla guarigione dei numerosi malati di fuoco di Sant' Antonio […], quest'ultimi dovevano cader preda, dinanzi a quelle luci abbaglianti e a quelle tenebre senza fondo, di un'esaltazione mista di terrore e di redenzione, una trance dalla quale si usciva o guariti o perduti” 1. Insomma, due descrizioni dotate di vis e pertinenza incomparabili, epperò questione di scelte, appunto!
E il problema sembra presentarsi nuovamente quando, analizzando “La nave dei folli” di Hieronymus Bosch [fig. 3], l'autore sembra ritrarsi prudentemente (sottrarsi?) al cospetto di uno dei possibili significati ravvisabile in primo piano, esattamente lì dove una pagnotta è sospesa proprio davanti alle bocche spalancate di una suora e di un monaco seduti una di fronte all'altro, e dove non mancano neppure gli espliciti riferimenti al vino. Forse si teme che una corretta contestualizzazione temporale e ideologica del dipinto, con i conseguenti riferimenti ai malumori rligiosi serpeggianti nel nord dell'Europa, possa turbare il puro (ma a questo punto astrattamente astratto e un po' pietistico) dato emotivo.

Non sorprende, quindi, da parte di D'Orazio, neppure la parzialità della ricostruzione degli esordi dell'arte cristiana: “Soltanto nel IV secolo iniziano a farsi strada alcune immagini che evocano un desiderio del tutto spirituale, che rinunciano a qualsiasi riferimento esplicito nei confronti della passione umana. Agli esordi dell'arte cristiana, il desiderio che merita di essere rappresentato è soltanto quello che prova la cerva verso l'acqua, descritto nel Salmo 41 e illustrato nei numerosi mosaici. È una versione circoscritta del desiderio, che coincide con l'anelito all'incontro con Dio, dopo la morte”. Edulcorata e zuccherina la visione proposta qui del “desiderio”, perché desiderio è anche quello ispirato dal potere, ed è evidentemente “passione umana” che chiede di essere appagata tanto quanto quell'altra, come ben ricostruisce Graziano Lingua che sempre agli esordi dell'arte cristiana si riferisce: “Dal IV secolo in poi si registra un'ulteriore cesura quando la dimensione pubblica del cristianesimo produce un'osmosi ancora più diretta tra arte imperiale e iconografia cristiana. È sufficiente uno sguardo ai temi e agli stili per rendersi conto della facilità con cui caratteristiche prima attribuite all'imperatore passano nei secoli successivi all'Editto di Milano alla raffigurazione di Cristo. All'apoteosi imperiale si sostituisce l'Ascensione di Cristo, all'offerta di doni l'adorazione dei magi, all'adventus del trionfatore l'entrata di Cristo a Gerusalemme. Se prima si rappresentava la coppia imperiale in trono, circondata dalla corte, ora si passa al Cristo e alla Vergine tra gli angeli e i santi” 2.
Così come si sceglie di non mettere in bibliografia, né citare nel corso del testo, uno psicologo dell'arte (nonché artista) come Alberto Argenton, il quale all'emozione estetica ha dedicato una parte significativa dei propri studi. Comunque, se è solo per questo, e a parziale consolazione, non vengono menzionati neppure Giacomo Rizzolatti (il padre dei neuroni specchio) o Vittorio Gallese.
Eppure D'Orazio sembra veramente animato da serie intenzioni, e infatti esordisce molto bene quando in apertura del primo capitolo scrive: “Non sono affatto convinto che un'opera d'arte, per avere un senso, debba necessariamente emozionare chi la osserva. Non credo che la missione principale di un capolavoro sia quella di trasmettere un'emozione, rendere il pubblico complice di un sentimento, irretire le persone facendo breccia nel loro cuore. L'emozione è uno degli strumenti a disposizione di un artista, ma non è un obiettivo imprescindibile”, inducendoci con simili parole a presagire sviluppi interessanti, oltre ai necessari approfondimenti relativi alla specifica questione in oggetto. E invece no, con tali affermazioni ci illude soltanto, perché quel che sembra premergli in realtà è la carrellata di immagini e descrizioni (corrette, è bene sottolinearlo, quando non addirittura brillanti) che costellano i sei capitoli nei quali ha voluto e creduto di poter riassumere e illustrare le sei emozioni da lui selezionate: desiderio, delirio, allegria, tormento, stupore, dubbio.
In ultima analisi un libro che merita di essere letto – pur tenendo conto dei piccoli rilievi mossi sin qui – soprattutto per la scorrevolezza dello stile e la qualità dell'apparato iconografico. E pure per la non trascurabile scelta editoriale di stamparlo con il corpo del carattere grande: un aiuto non di poco conto per coloro ai quali la vista comincia a fare difetto.
Didascalie delle immagini
Fig. 1, Giovanni Francesco Caroto, Ritratto di bambino con disegno, 1490 ca., olio su tavola cm 37×29, Verona, Castelvecchio
Fig. 2, Matthias Grünewald, La crocefissione, 1512-16, olio su tavola cm 369 x 307, Colmar, musée d'Unterlinden
Fig. 3, Hieronymus Bosch, La nave dei folli, 1494 ca., olio su tavola cm 57,8 x 32,5, Parigi, Louvre
Scheda tecnica
Costantino D'Orazio, L'arte in sei emozioni, 2017, Laterza, € 24
Note al testo
1 G. Bonsanti, Grünewald, Giunti-Nardini, 1981, pp. 19-20.