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Rivista d'arte on line, ha ricevuto il codice ISSN (International Standard Serial Number)
1973-2635
il 23 ottobre 2007.
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L'aggettivo interminabile ben si adatta purtroppo agli attuali tempi di quarantene, cure, statistiche e ricerche mediche, ma nel libro di Vincenzo Trione il suo significato è positivo, indica la valenza infinita o non compiuta dell'opera d'arte totale. Trione ha voluto scrivere in quasi 600 pagine (di cui 80 di note e apparati) un libro di grande impegno culturale e profondità di analisi, con lo scopo di trovare una chiave di lettura per la produzione artistica del XXI secolo. Le opere appartengono al dopo 2000, compresi i film di Barney e le performance di Nitsch, che sarebbero precedenti, ma aggiornati o rivisti in seguito.
La chiave è l'opera d'arte totale, o anche l'opera-mondo, una suggestione wagneriana che negli ultimi decenni ha trovato nuove letture e riletture da parte di artisti di ogni nazione. La commistione, contaminazione e interconnessione di vari generi, come le arti visive, la musica, il teatro, il cinema e la poesia, determina la nascita di opere complesse, spesso monumentali e senza limiti, che secondo Trione potrebbero, o forse dovrebbero essere il riferimento della ricerca estetica del XXI secolo.
Vincenzo Trione come curatore di mostre è un'autorità assoluta, certificata dalla sua nomina alla Biennale di Venezia del 2015, e come saggista e articolista è universalmente apprezzato. Il suo precedente grosso libro, Effetto città, ha avuto un riscontro positivo, anche se personalmente mi era sembrato davvero troppo lungo (800 pagine, non lette per intero) e anch'esso interminabile (forse nell'attuale titolo Trione ha nascosto un'ironica auto-critica?). In Effetto città erano protagoniste la storia delle metropoli e la letteratura, nel nuovo libro invece le arti visive soprattutto, con l'architettura grande assente.
L'elenco delle opere scelte è evidentemente la prima cosa che il lettore va a cercare nell'indice, per condividerlo o meno, ed è quanto ho fatto io prima di comprare il libro. Sono 15 opere che l'autore colloca in un museo immaginario e senza mura, che lui stesso nell'introduzione (p. VII) definisce impossibile, forse assurdo, addirittura paradossale, labirintico, dilatato. Questo museo ha alcune sale a tema, e le opere scelte sono raggruppate, con qualche forzatura, in cinque spazi + due aree di ingresso e uscita. L'ingresso è di Anselm Kiefer, l'uscita di Alejandro Iñárritu.
I criteri di scelta sono ovviamente una prerogativa dell'autore, ma uno almeno lascia un po' perplessi, ed è la confidenza di Trione con gran parte degli artisti; se da un lato ciò garantisce notizie illuminanti su grandi protagonisti dei nostri tempi, dall'altro appare anche - soprattutto nel riferimento a cose dette in conversazioni private - come una piccola e superflua vanità, in definitiva controproducente a mio parere. La presenza di alcuni personaggi è peraltro chiaramente dettata da motivazioni piuttosto provinciali se non personali, e mi riferisco in particolare al Mimmo Paladino di Quijote, al Nanni Balestrini di Tristanoil e alla Sophie Calle di Prenez soin de vous. Altre presenze invece sono quasi sorprendenti nella loro coerenza, come la coreografa Es Devlin, geniale creatrice delle mega-galattiche scene di grandi gruppi musicali.

Una delle figure impersonate da Matthew Barney nel Cremaster Cycle

Boltanski, il padiglione di Bologna che ospita i resti dell'aereo di Ustica
Vediamo allora l'elenco (quello che ho letto prima di comprare il libro: i nomi che mi hanno convinto e spinto all'acquisto sono Kiefer, Kentridge, Boltanski, Pamuk, Nitsch e in particolare la presenza inaspettata dei miei favoriti Hirst e Barney). La scelta è caduta più sulle opere che sugli artisti, anche se nelle lunghe e intense pagine di analisi Trione si sofferma tanto sull'oggetto specifico quanto, con varie divagazioni, sul suo autore e su altre sue produzioni.
Meridiano Kiefer. I sette Palazzi Celesti
Collage Kentridge. The Nose
Nomade Paladino. Quijote
Remix Balestrini. Tristanoil
Recherche Boltanski. A proposito di Ustica
Autofiction Calle. Prenez soin de vous
Canone Greenaway. Ten Classic Paintings Revisited
Epica Barney. Cremaster Cycle
Fantasy Hirst. Treasures from the Wreck of the Unbelievable
Wunderkammer Pamuk. Il Museo dell'Innocenza
Film Parreno. Anywhere, Anywhere Out of the World
Estasi Nitsch. Das Orgien Mysterien Theater
Assemblage Devlin. U2: eXPERIENCE + iNNOCENCE Tour 2018
Confine Iñárritu. Carne y Arena
L'artista è introdotto da una parola che evidenzia l'essenza dell'opera, ad esempio il museo-casa-libro di Pamuk è richiamato da Wunderkammer, mentre la pazzesca invenzione espositiva di Hirst a Venezia è ben riassunta da Fantasy.
Trione in un'intervista1 ha affermato:
non ho voluto creare un “classico” museo immaginario, ma, richiamandomi proprio a una suggestione di Malraux, nel mio libro ho provato ad allestire un museo senza mura. Un museo all’interno del quale potessero essere presentati non quadri e sculture, ma installazioni monumentali, imponenti, ambiziose, segretamente epiche. Opere-mondo che, nel loro insieme, non potranno mai essere accolte in un museo reale. Nel mio museo senza mura ho “esposto” opere epocali, decisive per capire la nostra età.
Il riferimento è a Il museo dei musei di Malraux. La parola più interessante usata qui da Trione è comunque installazione: un termine abusato negli ultimi decenni e quasi privo oggi di una valenza specifica, ma che nel contesto del libro ha un senso preciso: la non convenzionalità dell'opera d'arte scelta, qualunque essa sia, la sua non-riconducibilità a situazioni o esecuzioni precedenti.

Kentridge, The Nose

Hirst, una vetrina della mostra veneziana
La prima deduzione che si può trarre è che Trione abbia individuato in una esasperata post-modernità la chiave del XXI secolo; su questa falsariga ho letto con pazienza i lunghi capitoli del libro che è - sia detto all'interno di una critica che non può non essere soggettiva - interessantissimo da un lato, eccessivo dall'altro, e in ogni caso da non perdere.
Trione è chiarissimo ed efficace nella scrittura, anche se spesso eccede in citazioni di autori disparati e abbastanza incoerenti col contenuto, citazioni che fanno pensare a una superflua ostentazione di cultura.2
Sarebbe sciocco a questo punto far finta di conoscere tutte le opere proposte: nel mio caso quattro viste direttamente, almeno altre cinque conosciute bene grazie a recensioni o articoli specialistici, e sei note soltanto. Proprio qui si apprezza la dote principale della scrittura eccessiva di Trione, la sua capacità descrittiva (aiutata da belle fotografie), fatta di ridondanze, sincopi, ma anche di numerosi dati informativi e biografici, commenti, genealogie, riferimenti. Lo dice lui stesso:
La maggior parte dei critici della mia generazione ha smesso di fare critica nel senso più alto del termine, preferendo le pratiche dell’allestimento delle mostre e dell’intervista di tipo giornalistico. Insomma, ha abdicato a quella che, secondo me, rimane la funzione più delicata della critica: l’interpretazione, il racconto delle opere d’arte e lo svelamento delle intenzioni consapevoli e anche inconsapevoli nascoste dietro un complesso palinsesto di segni e di materie.3
Nel contesto, la scelta più discutibile, io credo, è quella delle orge di Hermann Nitsch, da molti considerato una sorta di mostro o di stregone, qui invece analizzato nella sua componente mistica e drammatica, un dato comunque basilare della storia dell'arte universale. L'assenza più notevole mi sembra invece quella di Olafur Eliasson, o meglio di quel Weather Project creato dall'artista danese alla Tate Modern nel 2003, opera sensazionale ma forse troppo semplice per i criteri di Trione; tuttavia, una delle grandi mostre antologiche che Eliasson ha organizzato negli ultimi anni poteva benissimo entrare nel museo senza mura.
Raccolte per assonanza nel libro, le opere interminabili possono anche essere raggruppate secondo i media utilizzati. Presenza costante e decisiva è l'animazione visiva del cinema analogico o digitale, presente pur in forme diverse in Kentridge, Paladino, Balestrini, Greenaway, Barney, Parreno, Björk, Devlin e Inarritu. La narrazione storica ritorna in Kiefer, Balestrini, Greenaway, Hirst e Pamuk. Una sorta di postumanità surreale è importante in Kentridge, Barney, Nitsch, Björk, Devlin e Inarritu. Il collezionismo, che in passato ho anche chiamato la vis catalogatoria dell'arte contemporanea, è fondamentale in Balestrini, Boltanski, Calle, Hirst, Pamuk e Parreno. Si potrebbe andare avanti nell'esercizio ma quello che ne deriva è la decisa presenza di una sovrabbondanza, di un eccesso, di un più e di un troppo, che sono caratteristiche della post-modernità e secondo Trione anche della futura arte del XXI secolo. In parole povere, un nuovo ed eccessivo barocco naturalista.
A fine lettura, la mia sensazione è che proprio questa intuizione fondamentale nel libro di Trione sia decisamente discutibile, nonostante le belle suggestioni e le impegnative descrizioni che l'autore ci ha consegnato. Dove mettere allora, come imprescindibili riferimenti per il futuro, la purezza e la straordinaria visibilità delle invenzioni di Christo, le creazioni natural-architettoniche di Eliasson, la pittura combinatoria e astratta di Richter? Il gusto barocco c'è, e i grandi Hirst e Koons ne rappresentano le punte di diamante, ma non è prevalente nella produzione contemporanea, stante la presenza massiccia anche di artisti razionali, tecnologici, in qualche modo diretti, finiti (non interminabili), e meravigliosamente semplici.
Note al testo
1 Marco Enrico Giacomelli, Un museo ideale per il XXI secolo. In un libro (e in questa intervista), ARTRIBUNE 4 gennaio 2020
2 Le note finali, che occupano 37 pagine, sono in gran parte rimandi bibliografici: con una certa approssimazione, credo che i libri citati siano perlomeno trecento.
3 ibid.
Scheda tecnica
Vincenzo Trione, L’opera interminabile. Arte e XXI secolo, Einaudi, Torino 2019, pp. 588, € 40, ISBN 9788806237738