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Rivista d'arte on line, ha ricevuto il codice ISSN (International Standard Serial Number)
1973-2635
il 23 ottobre 2007.
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Presunto ritratto di Beatrice d’Este
Com’è stato facile confondere, in un’aura di gloria, regnanti committenti e artisti! Gli artisti hanno superato i vincoli, le relazioni, i condizionamenti della committenza col proprio lavoro, con opere di suprema bellezza e significato, imperituro lascito per l’Umanità. I loro difetti umani sono dimenticati nelle opere e comunque un abisso li separa da quelli dei detentori del Potere, spesso e volentieri brutali criminali. C’era un modo diverso di gestire le cariche? di fronteggiare congiure, manovre avverse, vere, probabili o possibili?
I “regnanti” del Rinascimento, grandi e piccoli, governavano con la spada e il veleno, non esitando a torturare e uccidere nemici, amici, fratelli, chiunque potesse rappresentare un pericolo. Vittime di se stessi e della tragedia del potere. Si potrebbe distinguere tra ferocia personale e grandezza delle opere se ne fossero stati autori. Non sono mancati, certo, committenti intelligenti, talora in parte decisivi nel permettere la creazione artistica, ma un abisso separa l’uomo del potere dall’artista e questa distanza è attenuata o troppo ridimensionata nella “vulgata”.

Ludovico Sforza ritratto da Giovanni Ambrogio De Predis
Si può conoscere la Storia e la Storia dell’arte anche in maniera non superficiale e capire nel profondo i suoi sviluppi e non avere un’idea della personalità e dei misfatti dei protagonisti, duchi, condottieri, principi, re, papi e cardinali e soprattutto del rapporto effettivo con la produzione artistica. Per essere edotti di tali aspetti occorre studiare le biografie ed essere conoscitori della storia dell’arte in relazione all’ambito storico. Vi è un terreno di confine tra Storia e Storia dell’arte che può rendere incerta l’analisi degli esperti delle due discipline, che, non potendo conoscere in maniera approfondita l’altra, ricorrono o dànno credito a luoghi comuni o studi mediocri d’accatto.
A parte alcune eccezioni e alcune situazioni particolari l’arte non deve niente ai ricchi committenti o semplici acquirenti. Costoro hanno agito per ambizione personale e per il prestigio degli Stati governati. Se al posto loro ci fossero stati altri avrebbero potuto fare più o meno lo stesso. Tanto è vero che risultano tutti mecenati illuminati, nella divulgazione, per il solo fatto di appartenere a una casa dinastica.
Un caso particolare è quello di consorti, dame famose, Isabella d’Este e Elisabetta Gonzaga per esempio, alcune sincere amanti dell’arte e altre del lusso. L’arte è spesso in tal caso assimilata o ridotta alla stregua di vestiti, gioielli, beni da ostentare o di cui godere il possesso. Sono donne organizzatrici di circoli culturali e feste, animatrici di salotti.

Lucrezia Borgia, presunto ritratto di Pinturicchio
Sulle virtù delle principessine, Lucrezia Borgia e altre, si sono prese per buone testimonianze non sempre disinteressate. Si trattava di bambine ingegnose nei resoconti di ambasciatori e diplomatici in vista di matrimoni dinastici tra rampolli tra loro sconosciuti. Complimenti, adulazioni, piaggerie sono state scambiate per verità storiche. Donne costrette a ritagliarsi un ruolo all’ombra di mariti in tutt’altre faccende affaccendati.
Alle mogli dei Signori, a capo di uno Stato, era assegnato il compito di fornire l’erede maschio e una sfilza di figli da affiancare a una schiera di fratellastri illegittimi, allora definiti da un termine offensivo largamente usato; dovevano accettare di buon grado di avere più corna di un corbello di chiocciole e sperare di non essere impestate dalle malattie veneree del marito. Con i parti (numerosi e frequenti) rischiavano la vita: furono fatali a Beatrice d’Este e Lucrezia Borgia.
L’esecrabile pratica dei matrimoni combinati (che tanto sdegno suscita oggidì) tra le case regnanti trova consensi e di rado critiche. Erano stipulati fidanzamenti tra bambini (o addirittura nascituri) in un intreccio vorticoso per alleanze che si stabiliscono, si disfano, determinano contenziosi, rivalità, guerre. Tra parentesi. Non sarebbe da riflettere come sia possibile che il regime della monarchia e con esso il principio sul quale si basa, sia giunto fino a noi, nel terzo millennio dopo Cristo?
Si è fatto credere che il merito dell’arte rinascimentale fosse in parte notevole attribuibile ai Medici, ai Gonzaga, agli Este. Le opere milanesi di Leonardo sono un merito di Ludovico Sforza? Le pitture di Pinturicchio devono qualcosa a Rodrigo Borgia? La dote di Lucrezia fu talmente esorbitante da rendere difficile il conteggio del denaro (non c’erano limiti al contante) frutto tra l’altro della vendita delle nomine cardinalizie, essa testimonia di una disponibilità economica tale che non costituiva un sacrificio ordinare opere d’arte. Agnolo Doni ha ricevuto la fama da Raffaello e non il contrario e con Michelangelo “tirava sul prezzo” per quel capolavoro del Tondo passato alla storia con il suo nome.

Presunto ritratto di Guglielmo Gonzaga
La fioritura artistica senza precedenti del Rinascimento è frutto di varie componenti, di un lavoro che si dispiega nel tempo, dell’attività delle botteghe, dello studio di artisti coevi e precedenti. Ci sono scuole locali, c’è una circolazione delle idee e delle tecniche. Se alcuni ricchi non mancavano di gusto hanno comunque subito le novità artistiche, non contribuito a determinarle.
Tra i Medici maggiore è il ruolo di Cosimo il Vecchio come mecenate rispetto al nipote Lorenzo, uomo politico non privo di pregi nell’amministrazione dello Stato, che ammette candidamente di aver accettato il governo della città per mantenere e incrementare il patrimonio familiare. Un ruolo particolare e propositivo è stato quello di Francesco I nel tempo del Manierismo di corte. L’atto più importante e degno di ammirazione della casata è quello di Anna Maria Luisa, che lascia con il Patto di famiglia al Granducato e alla città di Firenze, al momento del passaggio ai Lorena, il patrimonio artistico appartenente ai Medici, un patrimonio privato che diventa pubblico.
Il lavoro eccezionale di André Chastel Arte e umanesimo a Firenze al tempo di Lorenzo il Magnifico tratteggia in modo esemplare i limiti del ruolo di Lorenzo: “il mecenatismo di Lorenzo è in buona parte una leggenda storica”. Lo studioso entra nel dettaglio dei lavori effettivamente commissionati e del gusto da esteta e collezionista del Magnifico. È questo studio un caposaldo e una traccia da seguire per la storiografia artistica.
L’Orlando furioso è merito di Ippolito d’Este al quale è “dedicato”? Un cardinale capace di accecare il fratellastro per rivalità amorose. Leonardo è stato al servizio di Cesare Borgia: dobbiamo dedurne che il Valentino è un mecenate? L’arte di Mantegna deve qualcosa ai Gonzaga? Leon Battista Alberti a Sigismondo Malatesta? Botticelli ai Medici? Biagio Rossetti e Cosmè Tura agli Este? Michelangelo a Giulio II?

Sigismondo Malatesta, di Piero della Francesca
Il caso chiarificatore è quello dell’arte veneta dove i nobili committenti e la Serenissima fortunatamente non assurgono a rivaleggiare con gli artisti quanto a meriti. Giovanni Bellini, Giorgione. Tiziano, Tintoretto, Veronese, Palladio vivono di luce propria, nonostante il ruolo positivo dei loro estimatori.
Si è arrivati ad accusare Michelangelo d’ingratitudine nei confronti dei Medici: un’assurdità; se l’artista deve qualcosa ai Medici è solo al Magnifico non certo ai successori e l’artista ha 17 anni quando muore Lorenzo e gli sopravvive per 72 anni. L’arte di Michelangelo ha saputo superare e annullare la committenza per la propria universalità e altezza e anche banalmente egli dichiara la propria indipendenza. Rifiutò di scolpire il busto di Cosimo e invece fece il Bruto, e a chi obbiettava che i duchi delle Medicee non erano somiglianti rispose che dopo cent’anni nessuno se ne sarebbe accorto.
Il potere assoluto è arbitrio, delirio, follia, violenza, pazza bestialità, mancanza di scrupoli, tradimento di alleati e familiari. Nel Rinascimento chi lo detiene favorisce i propri congiunti (un nepotismo scandaloso è quello dello Stato della Chiesa) e l’arricchimento della propria famiglia con vendita di nomine, distribuzione di cariche, guerra tra bande. In Italia la situazione è complicata da una frammentazione disomogenea: cinque Stati maggiori accanto ad altri minori e città indipendenti o parzialmente indipendenti con capi locali, eredi di casate nobili, di ex feudatari riottosi in lotta fra loro.
Non c’è da stupirsi del contrasto tra la fioritura culturale e artistica e la condizione dei popoli (e sarebbe in errore chi immaginasse il contrario) esclusi dalla “rinascenza”, spettatori e vittime di vessazioni, violenze, sbatacchiati tra pestilenze e tassazioni. Vittime di truci violenze inaudite di soldataglie che si pagavano in natura con il saccheggio delle città conquistate. Il Rinascimento è straordinario per scoperte, progresso e risultati estetici, ma riguarda la sfera intellettuale e culturale e appartiene a élites di governanti o ricchi borghesi. Protagonisti e autori sono gli artigiani e gli artisti, ad approfittarne sono i potenti.
Duchi, granduchi, signori, papi, cardinali, re, principi si sono macchiati di delitti odiosi tipici delle tirannidi e del potere arbitrario e se nel tempo libero da guerre, stupri e amanti ufficiali, hanno comprato opere, ospitato artisti, commissionato castelli e quadri, dovremmo per questo considerarli meritevoli di riconoscenza o addirittura attribuire loro un ruolo da protagonisti nell’esecuzione o compimento dei capolavori dell’arte?
Il palazzo pubblico, il palazzo ducale di varie città, opere di architetti eminenti e abili maestranze, in alcuni casi è un castello fortificato ed è, come risaputo, edificato non a difesa di nemici esterni, ma di eventuali rivolte dei sudditi.
Il Rinascimento nell’arte è una rivoluzione artistica straordinaria con le novità che vanno oltre l’arte; in alcuni casi riesce difficile discernere quanto le scoperte scientifiche, tecniche, culturali siano una componente, una causa o non invece un effetto di un circolo virtuoso come tra gli altri un esempio è il rapporto tra ammirazione e amore dell’antico, tra le campagne archeologiche e la valutazione e la conservazione dei monumenti.
Il Rinascimento affonda le radici negli studi filologici dell’Umanesimo del Trecento e uno spirito nuovo si fa strada animato dalla riscoperta della classicità. Cambia l’idea dell’Uomo, delle sue aspirazioni, della sua Libertà. Il Rinascimento approfitta solo in parte come ruolo determinante di alcuni mecenati illuminati nelle sue elaborazioni. La committenza di capi di Stato dà la possibilità di realizzare opere grandiose raramente pensate in favore dei sudditi.

Cesare Borgia detto il Valentino, ritratto attribuito a Dosso Dossi
Le risorse finanziarie ingenti di cui disponevano i Signori non erano frutto di fatiche e potevano disporne senza sacrificio per opere d’arte, di cui quasi mai hanno partecipato all’ideazione, anche nei casi di consapevolezza artistica, almeno non al punto di poter accampare veri meriti. Questi individui erano in parte criminali a pieno titolo: se la Storia è avalutativa con le azioni e le vicende del lontano passato ma esclude tempi più vicini a noi (fino a quanti anni si può risalire indietro nel tempo per poter esprimere una condanna? Chi può stabilire un criterio per questo?) non si può non esprimere un giudizio e una condanna morale pure in considerazione del contesto storico, senza anacronistiche valutazioni e con tutte le attenuanti relative alla mentalità del tempo, altrimenti non sarebbe neppure possibile condannare le barbarie del Novecento.
Gli umanisti riportano in auge la mitologia, gli artisti studiano le sculture classiche e soprattutto l’architettura di Roma antica. Anche il rapporto con questi intellettuali andrebbe ridimensionato. I temi e i simboli trasmessi da letterati e filosofi sono affrontati da artisti che studiano le forme, risolvono problemi tecnici, infondono vita. Un esempio importante è quello del Neoplatonismo fiorentino. Il gruppo capeggiato da Marsilio Ficino, sostenuto dai Medici e ospitato nella villa di Careggi, interpreta una filosofia di Stato ispirata alla passione per l’antico con sfumature esoteriche, oltre al tentativo di convivenza del pensiero pagano col cristianesimo, sfrutta i contatti dovuti al concilio di Firenze, i rapporti con studiosi fuggiti da Costantinopoli e l’arrivo dei testi dall’oriente. Questa filosofia influenza i temi artistici ma i livelli del pensiero filosofico sono assai inferiori ai risultati artistici. Comunque non ascrivibili a esponenti medicei. Gli artisti poi sono colpiti dalla crisi legata alla fine del Savonarola: sia che siano stati influenzati dalla sua predicazione, sia che abbiano ritenuto il suo martirio un’ingiustizia.
C’è una ricca borghesia cittadina che ordina alle botteghe artigiane e lì ferve il lavoro e la formazione di “scuole” in rivalità tra loro, ma pure in collaborazione e circolazione di risultati. Le botteghe offrivano le condizioni alle personalità di formarsi e, nel caso del talento innato e della precocità di studio ed esercizio, di sfornare eccezionalmente anche geni.
Eugenio Garin, un’autorità per il periodo, scrive che il Rinascimento nasce sul terreno dell’arte e non riguarda la società. Gli intellettuali poi sono al servizio delle corti perciò trovano normali le aberrazioni dei “delinquenti” per cui devono lavorare. Che cosa avrebbe pensato Dante di papi completamente indifferenti alla Fede religiosa e impegnati nell’interesse personale?
L’obbligo di riferire le opere al contesto di realizzazione costringe a indicare i nomi dei committenti e ha favorito la loro idealizzazione sino a eccessi stomachevoli.
Trattare le opere del Rinascimento come frutto ed espressione delle case regnanti è una falsità perpetrata con pervicacia senza cognizione di causa, scontata, creduta senza nessuna incrinatura. Sono talmente esagerati i meriti di committenti criminali spietati da costituire una vera e propria mistificazione politica oltreché storica a fronte della quale sarebbe preferibile l’ignoranza. Le vicende umane di questi individui privi di scrupoli, assassini, mandanti di omicidi, di preferenza nella cerchia familiare, rapitori e stupratori di donne e uomini, traditori e ladri, rendono giustizia dell’assurdità di presentarli come “anime belle” coautori dello splendore dell’arte. A proposito di questi individui si dice: pregi e difetti. Da punto interrogativo!
Sconcerta ed è curiosa la confusione che sfiora il ridicolo che oggi mette insieme revisionismo e rivalutazione di persone di cui lo studioso s’innamora perché oggetto della propria ricerca, trovando giustificazioni per comportamenti inconcepibili secondo qualsiasi morale. Càpita si mescoli politicamente corretto con rivendicazioni femministe e benevolente accondiscendenza verso i delitti. Così non si riesce a discernere tra vittime e carnefici o attribuire un giusto giudizio ai fatti e alle persone.
Il “principe” dei principi del Rinascimento è Cesare Borgia, interprete per eccellenza di quel ruolo (a pensarla così non è Niccolò Machiavelli?). Possiamo sorvolare sul trattamento riservato ai nemici, ed è a questo forse che si riferisce il Segretario fiorentino con la Strage di Senigallia, in particolare. Ma lascia sbigottiti l’agghiacciante oltraggio, gratuito, odioso, vergognoso, turpe, subito dallo sconfitto Astorre III Manfredi, signore di Faenza. Mentre, sempre tra gli sconfitti, non sappiamo quanto abbia “subito” la battagliera Caterina Sforza.
L’autore di un libello di insinuazioni e ingiurie, (vere o presunte: incesti, corruzione) è punito con mutilazioni, lingua strappata e gogna pubblica, mentre il probabile editore fu strangolato e gettato nel Tevere, abituale discarica in casi del genere. Dal che si deduce che il figlio di Alessandro VI non fosse favorevole alla “libertà di stampa” e non si rivolgesse all’avvocato per chiedere ragione della diffamazione.
È indicativo invece come agì con gli “innocenti” (rispetto a lui) che avevano la sventura di attraversargli la strada. I sicari ai suoi ordini uccisero il fratellastro, figlio del Santo Padre, poi il cognato, Alfonso di Bisceglie, marito di Lucrezia e fratello di Sancia d’Aragona (figli illegittimi del re di Napoli), sua amante. Fu mandante del rapimento e sequestro di una giovane sposa restituita al marito dopo anni. La moderna sensibilità ritiene una violenza contro le donne una battuta sessista: quale metro di giudizio può valutare una condotta simile? Il papà Papa, Vicario di Cristo, tollerava. Storici compiacenti minimizzano, con l’argomento che anche gli altri facevano così. È la stessa tesi usata ancor oggi da chi difende i ladri della politica quando appartengono al proprio partito.
C’è troppa attualizzazione? La Storia è conoscere per capire e capire per conoscere. Non si comprende il passato se non si comprende il presente. E il passato serve per comprendere il presente. È l’idea del circolo necessario, e virtuoso, tra Storia e Vita di Marc Bloch.
“La storia è sempre contemporanea” (Benedetto Croce) con tutto ciò che significa. E in effetti a cosa servirebbe conoscere i fatti del passato se non si “riflettessero” sul presente?
Risulta oggi un compito arduo sconfiggere un mito radicato: l’esaltazione o l’esagerata considerazione dei committenti e delle dinastie rinascimentali. La genericità di nozioni seguite da conclusioni scontate quanto scorrette, la superficialità che si traduce nella fascinazione del nome di casate dominatrici di città (magari necessario per indicare un periodo storico), nomi di Signorie ormai leggendari: sono un insieme di condizioni che rappresentano un ostacolo forse insormontabile, almeno nell’ambito divulgativo, per un ridimensionamento che corrisponda alla realtà.