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il 23 ottobre 2007.
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Con il debutto, in anteprima nazionale, agli Studi Cine Lab di Roma, Luca Ariano chiude la sua Trilogia del potere shakespeariano con un Amleto che, dietro l’avvincente confezione formale, rivela una desolante fragilità drammaturgica e, in alcuni casi, anche interpretativa. Dopo Riccardo III e Macbeth, sembra che il regista, ormai prigioniero del proprio brand stilistico, abbia optato per un’ipertrofia visiva a scapito della densità filosofica del testo.

Il fulcro dell’operazione risiede nella macchina scenica co-firmata da Ariano e Alessandra Solimene: una monumentale scatola geometrica di fronte alla quale il pubblico viene posizionato come spettatore esterno di un diorama. Questa architettura non dialoga con lo spazio teatrale, ma svolge una funzione prettamente cinematografica. Sfruttando le pareti e i tagli di luce come una vera e propria inquadratura, il dispositivo impone una scomposizione geometrica dello sguardo: l’avvicinarsi degli attori alle aperture mima l’effetto del primo piano isolato, mentre il loro arretrare ricompone la scena intera. Questo montaggio analogico a vista punta a una stimolazione sensoriale continua che però, paradossalmente, finisce per tradire la sua stessa natura. La finta prossimità della lente cinematografica non genera alcuna intimità con il pubblico, ma amplifica la debolezza di alcuni interpreti che, privati del filtro della distanza, mostrano una recitazione bidimensionale, del tutto inadeguata a reggere la potenza della parola shakesperiana.
Imperdonabili alcune macroscopiche mutilazioni del testo (curato da Ariano e Pietro Faiella). Eliminare totalmente la figura di Fortebraccio significa ignorare la dialettica politica shakespeariana, riducendo la tragedia a una claustrofobica faida familiare senza respiro storico. Ancora più grave è la sistematica cancellazione del metateatro: espungere la Trappola per topi e la scena dei comici priva l’opera del suo motore ontologico, ovvero il teatro come specchio della verità e dispositivo di svelamento politico. Amleto stesso recita nella recita fingendo di essere pazzo per confondere le idee di Re Claudio e di Polonio che lo spiano di continuo per capire le sue intenzioni.
Amleto è vittima del potere ma è anche capace di beffarlo. Basti pensare alla sua astuta mossa di cambiare i termini della lettera inviata da Claudio al re d’Inghilterra per farlo uccidere. Attraverso un banale scambio di nomi, Amleto fa uccidere Rosencrantz e Guildestern, i due amici cretini del Principe che Claudio usa prima per spiarlo e poi per accompagnarlo in Inghilterra. La loro assenza nel testo moderno cancella l’intelligenza politica di Amleto che in Shakespeare riesce a prevedere e contrastare le mosse di Claudio. Nell’adattamento lo vediamo tornare in Danimarca senza sapere come e perché.


L’idea di triplicare Amleto in tre entità emotive simultanee è un mero sfoggio visivo, un artificio barocco volto a riempire la scena ma incapace di restituire la tagliente ironia e la profondità di pensiero dell’Amleto shakespeariano. Uno e trino questo Amleto moderno si fa di eroina, si vittimizza troppo e sembra essere meno consapevole delle manovre di potere di Re Claudio a suo discapito. Non è cosciente, inoltre, della profonda crisi morale e culturale che sta alla base del regicidio efferato di Claudio. Non è un caso che venga eliminato il monologo sul crollo totale degli ideali del Rinascimento. “Che capolavoro è l’uomo, come nobile nella ragione, come infinito è nelle sue facoltà” (II,2,103-105) dice Amleto, per poi chiedersi cosa sia per lui questa “quintessenza di polvere”.
Anche Ofelia subisce un pesante sacrificio drammaturgico. Eppure la sua parabola incarna la declinazione più tragica della violenza di Elsinore: anche lei è una vittima del potere, schiacciata da dinamiche di corte che non le appartengono. Significativamente, uno dei migliori momenti dell’intera messinscena coincide con il suo impazzimento. Il momento in cui Ofelia dona fiori agli astanti sospende per un attimo il cinismo del dispositivo formale, restituendo al pubblico quella densità poetica che altrove viene sistematicamente negata.
Al di là dei giochi di luce, l’azione drammatica viene in parte svuotata e il fattaccio - Claudio che uccide il fratello e ne sposa la moglie - perde la sua carica perturbante di sacrilegio morale e politico.
Quello di Ariano è un teatro formalmente pretenzioso ma intimamente superficiale, che scambia la spettacolarizzazione per innovazione culturale, confermando la tesi di una sopravvalutazione critica che confonde la cura della confezione con la profondità della regia.
Scheda tecnica
Amleto di William Shakespeare; regia di Luca Ariano; traduzione e adattamento di Pietro Faiella.
Con Roberta Azzarone, Roberto Baldassari, Nicola De Santis, Luca Di Capua, Pietro Faiella, Lucia Fiocco, Liliana Masari, Alessandro Moser, Lorenzo Parrotto.
Aiuto regia Roberto Baldassari; scenografia Luca Ariano e Alessandra Solimene; costumi Elisa Leclè; disegno luci Nicola De Santis; tecnico luci Claudio Zaccone; movimenti di scena Sarah Silvagni; assistente alla regia Tessa Perrone; responsabile di produzione Romina Delmonte; produzione Lubox Produzione Artistiche e Teatro Mobile.
Foto di scena fornite dall’Ufficio Stampa.
Visto in anteprima nazionale presso Studio Cine Lab il 23 maggio 2026.