Fogli e Parole d'Arte

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il 23 ottobre 2007.

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Architettura e Potere, di Deyan Sudjic


Deyan Sudjic è un giornalista inglese di origini serbe che scrive per il prestigioso Observer, è direttore del Design Museum di Londra ed è stato tra l'altro brevemente anche direttore della rivista Domus. E' uno spirito libero, o almeno tale vuole apparire, e non nasconde davvero nulla della sua vasta cultura storica e del suo spirito caustico.

Sudjic ha scritto “Architettura e potere” nel 2005 e Laterza lo ha tradotto in italiano e pubblicato solo nel 2011; qualche distratta recensione, scritta evidentemente da chi il libro non lo ha neppure avuto in mano o ne ha visto solo la quarta di copertina, lo ha presentato come una sequenza di gossip sugli architetti. Il libro di Sudjic invece è ben altro, richiede una lettura impegnativa e attenta, peraltro non agevolata dallo stile erratico dell'autore (o del suo traduttore, che sicuramente in molti tratti perde di vista la scorrevolezza della lingua), e una successiva rielaborazione, che metta insieme l'abbondante quantità di dati, notizie, commenti che Sudjic ci fornisce. Purtroppo, il libro ci costringe a cercare altrove le immagini di ciò di cui si parla, una pecca grave sia dell'edizione originale inglese sia dell'edizione Laterza, completamente prive di illustrazioni, chissà se ascrivibile anche all'autore.

A parer mio “Architettura e Potere” appartiene allo scarso numero di testi da ritenere tanto intelligenti quanto divertenti. Sudjic vuole indagare il rapporto tra il potere politico e l'architettura, spesso utilizzata strumentalmente per celebrare un dittatore o un capo di stato. Il titolo originale “The Edifice Complex” non era così esplicito, rimandando in modo provocatorio a una vera e propria mania di costruire che prende chi detiene il potere, dai monumenti personali fino alla costruzione di intere città. Sudjic scrive come un abile conferenziere che riesce a non perdere di vista un argomento pur continuando ad allontanarsene, e sa bloccare il lettore nonostante la lunghezza a volte estenuante delle (apparenti) divagazioni. Appena cita un personaggio, ne fornisce per inciso un rapido profilo, e in alcuni casi ne richiama opere e atti, seguendo quindi un filo logico che tralascia il tema precedente, al quale tuttavia sempre ritorna alla fine, in un continuo aprirsi di parentesi. Normalmente, uno stile del genere è abbastanza fastidioso, ma quello di Sudjic non lo è mai, semplicemente perché le autentiche bordate che spara contro alcuni ben noti personaggi della politica e dell'architettura sono perlomeno esilaranti e dense di uno spirito, detto all'italiana, bertoldesco.

Nel contesto del tema del potere, affrontato per epoche “recenti”, Sudjic analizza le personalità di personaggi celebri, scava nei rapporti personali, denuncia alleanze o strategie segrete, e smaschera finalmente la bruttezza di gran parte dell'architettura di oggi, proprio nel momento in cui l'architettura è diventata popolarissima e ricca di personalità tanto celebri da essersi meritate il nomignolo di archistar. Verso la fine del volume (pag. 309), Sudjic ne fornisce una sintetica descrizione assolutamente memorabile:

“Talvolta sembra che al mondo esistano solo trenta architetti, un circo volante di persone perennemente sofferenti per il cambiamento di fuso orario … Tutti insieme formano il gruppo di nomi che si ripropone sempre uguale quando qualche città triste e delusa si impegna a fondo nel giocare le sue carte e, per un'errata impressione, ripropone il Guggenheim di Bilbao in una galleria d'arte che sembra uno scontro ferroviario o un sigaro volante, o in un albergo che somiglia a un meteorite alto venti piani […] Il guaio è che, considerata la stranezza di tanta architettura contemporanea, come faranno i clienti a dire che il loro particolare scontro ferroviario, o meteorite o sigaro volante è il monumento simbolo che stanno cercando, e non quel mucchio di spazzatura di cui hanno un mezzo sospetto potrebbe trattarsi?”

Ma insieme agli strepitosi maltrattamenti di personaggi come Gehry, Libeskind e Calatrava, e al mezzo salvataggio di Foster, Meier, Piano e Eisenmann, l'autore ci regala alcune pagine di storia non facilmente deducibili o note dai normali manuali. E' il caso dell'angoscioso incontro notturno tra Hitler e il primo ministro cecoslovacco Hacha all'interno della nuova immensa Cancelliera appena conclusa da Speer nel cuore di Berlino, quella stessa che fu poi danneggiata dalle bombe inglesi e rasa al suolo dai sovietici; l'architettura e l'arredo giocarono a tal punto il loro ruolo dominante e intimidatorio che il debole premier fu colpito da un malore e nel corso della notte accettò la capitolazione del suo paese. Leggiamo l'ingresso nello studio privato di Hitler (pag. 21):

”Nell'angolo più lontano si trovava la scrivania di Hitler, presso una delle finestre alte quanto la parete. Estesa più di 370 metri quadrati, non era una semplice sala. Per andare dalla porta alla scrivania ci voleva un intero minuto, il che metteva a dura prova i nervi. Hacha forse non colse il significato delle imprese di Alessandro raffigurate sugli arazzi, ma gli intarsi di fronte alla scrivania di Hitler, che rappresentavano Marte con la spada estratta a metà dal fodero, non avrebbero potuto essere più espliciti. L'effetto era amplificato dalle pareti rosso sangue, dal gigantesco mappamondo sul piedistallo vicino al tavolo di marmo … Davanti al camino c'era un sofà grande come una scialuppa di salvataggio, su cui sedevano Goebbels e Goering … Per il nervosismo Hacha, sotto pressione, ebbe improvvisamente un collasso”.

Il Parlamento di EdimburgoMa è anche il caso delle scelte di Stalin per dare a Mosca il ruolo di grande città moderna, e della strana carriera di Iofan, l'architetto che provò vanamente a costruire il Palazzo dei Soviet, con la statua di Lenin alta 100 (cento) metri a coronarlo. Anche Saddam Hussein, Mussolini e altri dittatori sono raccontati da Sudjic con il piglio dello storico politico e del critico d'arte, mentre le città oggetto delle manie totalitarie – Berlino, Roma, Parigi, Londra per il Millennium Dome, New York per il Palazzo dell'ONU, come New Dehli, Brasilia, Teheran, e la Pechino dei Giochi Olimpici, sono descritte con efficacia e con sistematica presa diretta, legata ai viaggi di conoscenza che Sudjic ha fatto nei luoghi studiati. C'è anche la storia non molto nota del nuovo Parlamento di Edimburgo, bellissimo ma costosissimo, per il quale gli scozzesi hanno vissuto una pagina non edificante della loro storia. E c'è un'attento e e meticoloso resoconto delle attività poco pulite di Jacques Attali, consigliere speciale di Mitterrand (altro bersaglio dell'autore), che per alcuni anni potè disporre di mezzi finanziari enormi, spesi ovviamente anche in colossali opere di architettura, come la sede a Londra della Banca Europea per la ricostruzione e lo sviluppo.

Sudjic ha conosciuto di persona anche buona parte degli architetti oggi più noti e non ha alcuna ritrosia nel descriverne i vizi e le abitudini. A pagina 98 mette in chiaro un punto importante, servendosi dell'esempio di due mostri sacri:

“ … in realtà Le Corbusier era disposto a lavorare tanto per Stalin quanto per Mussolini, così come Mies van der Rohe aveva indifferentemente lavorato sia per Hitler sia per gli spartachisti”.

Il primo a essere letteralmente fatto a pezzi è quell'incredibile personaggio che fu Philip Johnson, filosofo e architetto, amico di Mies, sospettato di filonazismo, teorico del razionalismo, autore di innumerevoli e costosissimi grattacieli, teorico del postmodern e iLa cattedrale di Garden Groven ultimo del decostruttivismo, morto a quasi cent'anni nel 2005. Sudjic gli dedica pagine e pagine (forse troppe) allo scopo di dimostrare genericamente le bassezze e le ipocrisie che un architetto può raggiungere. Come in questo passo:

“Vent'anni più tardi [rispetto al 1957 del Seagram Building di Mies], Johnson era pronto, e aspettava il momento in cui il mondo delle grandi imprese americane si sarebbe stancato di edifici ispirati a una educata sobrietà architettonica, aspirando piuttosto a diffondere un po' di splendore imperiale intorno a sé. La soluzione proposta da Johnson fu il postmodernismo, stile che egli prese già bell'e pronto da Michael Graves … Un decennio più tardi fece lo stesso giochetto, abbandonando la nave del postmodernismo. ormai prossima ad affondare, in favore della scelta più prossima, il decostruttivismo architettonico, e improntando in tal modo di sè la mostra che il MoMA dedicò all'argomento: esempio di agilità non da poco a qualsiasi età, figurarsi a ottant'anni” (pag. 96).

Nel seguito del libro, tuttavia, la celeberrima cattedrale di cristallo di Garden Grove costruita da Johnson è invece descritta come una grandiosa architettura sacra, rovinata internamente solo dal cattivo gusto del predicatore che la fece costruire.

La Biblioteca di LB JohnsonUn capitolo è dedicato a un soggetto tipicamente americano, le biblioteche fondate dagli ex-presidenti a loro eterna memoria. Qui la ricerca del cattivo gusto e della pacchianità è bersaglio facile per Sudjic, che si diverte palesemente a individuare i modelli e le ambizioni di Kennedy, di Lyndon Johnson, di Nixon, di Carter, di Ford, di Reagan, di Bush e di Clinton intessute nelle loro scelte architettoniche.

Alla fine, soverchiati dal sarcasmo dell'autore, si esce dal libro con la sensazione spiacevole che molti, troppi, personaggi storici ci abbiano deliberatamente imbrogliati e che difficilmente nel mondo delle grandi opere si annidi anche qualche virtù, insieme a tutti i vizi possibili.


Scheda tecnica

Deyan Sudjic, Architettura e potere. Come i ricchi e i potenti hanno dato forma al mondo, Laterza 2011, pp. 363, ISBN-10: 8842090883, ISBN-13: 978-8842090885, Euro 20.

 


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