Fogli e Parole d'Arte

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il 23 ottobre 2007.

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Arte contemporanea ed estetica del flusso, di Mario Costa



Mario Costa ci consegna, con quest’ultimo libro, una interessante e spigolosa sintesi del suo trentennale lavoro estetologico e critico. Noto, non solo in Italia, per essere stato il teorizzatore, agli inizi degli anni Novanta, del “sublime tecnologico” – che, in effetti, è stato un’estensione e un approfondimento della sua “estetica della comunicazione” degli inizi degli anni Ottanta – Costa, negli ultimi anni, si è impegnato a spiegare come la storia delle arti del Novecento sia percorsa da un dissidio tra la difesa autoreferenziale del sistema tradizionale dell’arte, da un lato, e, dall’altro, le pratiche “tecnologiche” di un sempre più ampio e differenziato campo di “ricercatori estetici” (come egli li definisce) che, a partire dalle avanguardie storiche, ha indirizzato la sua sperimentazione alla “estetizzazione” dei dispositivi tecnologici con cui opera, tralasciando programmaticamente l’ambito del “simbolico”. Questo volume, oltre ad essere una sintesi di tale lavoro interpretativo, ne segna un ulteriore sviluppo nella direzione di una “estetica del flusso”.

Come si evince dal sotto-titolo di un suo libro di un po’ di anni fa (L’estetica della comunicazione. Come il medium ha polverizzato il messaggio. L’uso estetico della simultaneità a distanza, Castelvecchi editore, Roma 1999), Mario Costa sostiene da tempo che l’avvento delle tecnologie di registrazione, di tele-trasmissione e, infine, di informatizzazione dei segni (verbali, iconici, indicali ecc.) abbia “polverizzato” ogni contenuto e ogni intenzionalità simbolica, artistica o meno, riducendoli al flusso mediale stesso. I sociologi della comunicazione da decenni studiano il sempre più inarrestabile fenomeno di autoreferenzialità della comunicazione visiva contemporanea. A partire dalla comparsa della fotografia, per poi passare al cinema e alla televisione, la comunicazione per immagine, in particolare, ha sviluppato, infatti, una sempre più radicale tendenza a comunicare le immagini stesse piuttosto che la realtà estra-mediale di riferimento, realtà sempre più sfuggente ad una definizione ontologica sicura. La fotografia, il cinema, la televisione non fanno che rimandare alle immagini che essi stessi producono e veicolano, senza che si possa chiarirne l’origine o distinguerne ormai gli ambiti (fotografico, cinematografico, televisivo), tanto che Paul Virilio ha coniato, tempo fa, l’espressione di “blocco immagine” (bloc-image) per dare un nome a tale autoreferenzialità indifferenziata di immagini mediali. Secondo Costa, tuttavia, il “blocco immagine” non è che l’epifenomeno di qualcosa di più duro e persistente, che egli ha definito “blocco comunicante” (cfr. M. Costa, Dimenticare l’arte. Nuovi orientamenti nella teoria e nella sperimentazione estetica, Franco Angeli, Milano 2005): la tele-tecnologia non comunica immagini (o suoni o altro) ma connessione, connettività. Il “blocco comunicante” che interconnette radio, televisione, computer, telefoni cellulari, è performativo: chiede ai soggetti-utilizzatori di contribuire solo al suo funzionamento e al suo potenziamento. Ciò che si comunica non ha più alcun senso; l’importante è la connettività, è il flusso comunicativo che si impone a qualsiasi “forma significante” e che tende solo ad espandersi, in quanto flusso, fino a combaciare con la “realtà” fisica del flusso tecnologico che lo supporta.
Se questo è l’evento che segna profondamente la nostra contemporaneità, allora è rispetto ad esso che bisogna valutare, secondo quello che scrive Costa, la pertinenza e la consistenza teorico-pratica di ciò che oggi passa sotto l’etichetta di “arte contemporanea”.
Il primo capitolo del volume è una invettiva violenta contro il sistema dell’arte contemporanea nel suo complesso, ma è solo nei capitoli successivi che tale presa di posizione di concreta di argomentazioni e di verifiche. Il sistema attuale che va sotto il nome di “arte contemporanea” è, in effetti, secondo Costa, solo un argine difensivo nei confronti dell’evento del “blocco comunicante”, argine che, al contempo, sfrutta economicamente al massimo grado i flussi tele-comunicazionali che costituiscono il blocco stesso. È questa l’ambivalenza del sistema internazionale dell’arte contemporanea, ambivalenza che resta un po’ sullo sfondo delle analisi di Costa, ma che rende più complessa e meno tranciante la partizione tra ciò che è dentro al sistema dell’arte e ciò che ne è fuori.
In ogni caso, il volume cerca di mostrare come la causa che ha sconvolto il mondo dell’arte del Novecento sia la stessa che ha trasformato e sta trasformando la vita della specie dell’homo sapiens sapiens, che sta modificando le sue forme di vita. Insomma, il discorso estetico di Costa si lega, come è sua caratteristica, al discorso antropologico e la messa in questione dell’arte contemporanea si lega a quella della forma “umana” di vita, e ciò in una prospettiva dichiaratamente “nichilista”. “Il simbolico – egli scrive – è stato liquidato non tanto da Auschwitz, come Adorno credeva, ma dalla riduzione di tutto il reale a realtà televisiva, dalla trasformazione in moneta sonante di tutto l’esistente, dal fatto che ogni religione riesce a sopravvivere solo nella forma autistica dell’iper-realismo integralista, dal modo d’essere affaristico e mafioso del politico e, soprattutto, dal fatto che non siamo più in una qualunque cultura ma in un “blocco comunicante” tecnologico che esiste al di fuori di noi e che prevale su di noi e sui nostri progetti. Non crediamo in alcun modo che gli artisti, di ogni ordine e tipo, siano in grado di mettere mano ad una rifondazione del simbolico e del senso” (p. 72). Si tratta, allora, di capire se ci sia ancora una strada percorribile dagli artisti al di là di tale catastrofe del “senso”.
Un'opera di Miguel ChevalierNella prima parte del suo libro, Costa analizza la posizione di tre noti teorici del secondo Novecento: Jean Baudrillard, Arthur Danto e Daniel Charles. Di Jean Baudrillard egli critica la tendenza a “semiologizzare” l’oggetto tecnologico, mentre di Danto analizza, in un ampio e riuscito capitolo, la proposta critica relativa all’arte contemporanea successiva alla pop-art. Danto ha concepito l’opera d’arte come integralmente riducibile al contesto/sistema comunicativo in cui è inserita. Ciò che il sistema dell’arte decide che sia arte, è arte. Ma ciò comporta una chiusura difensiva e autoreferenziale nei confronti dell’irrompere della tecnologia nell’arte. Infatti, secondo Costa, “l’arte contemporanea è ciò che resta dopo la digestione tecnologica del mondo, la sua deiezione” (p. 19). Solo Daniel Charles, estetologo e musicologo francese, è stato capace, a suo dire, “di pensare al modo in cui si trasforma e può sopravvivere, nella attuale situazione tecno-antropologica, quella che abbiamo conosciuto come arte” (p. 21). E a questa prospettiva è dedicata tutta la seconda parte del volume, composta di tre ampi capitoli in cui, criticando le interpretazioni che Bergson e Deleuze hanno dato del “tempo cinematografico”, si definiscono le coordinate teoriche di un’estetica del flusso (tecnologico). L’intento teorico-critico di Mario Costa è quello di mostrare innanzitutto come, a partire dal cinema, per poi passare per la video-arte e per approdare ai variegati territori dell’info-arte, un’altra strada sia stata aperta e percorsa da alcuni “ricercatori estetici”, vale a dire quella dei flussi estetici tecnologici.
Riprendendo e aggiornando una delle critiche svolte da Platone alla “scrittura”, prima grande tecnologia del pensiero, Costa ha buon gioco nel mostrare come i dispositivi tecnologici di registrazione e di trasmissione dei segni, dalla fotografia al computer, funzionino sia come memorie esterne alla coscienza soggettiva, sia come “flussi” tecnologici che mimano, estroflettendole, le forme del tempo della coscienza, fino a esteriorizzare, per così dire, l’interiorità stessa. I flussi tecnologici, egli scrive, sono, “sempre di più, tutti esterni a noi e noi viviamo dentro di essi così come essi si istallano dentro di noi” (p. 112), tanto che “la vita umana è oggi costituita da un flusso di una indiscernibile energia, generata dalla fusione tra tempo dell’organismo e tempo della macchina, tra tempo del soggetto e tempo della specie” (p. 133).È allora ancora praticabile la strada della sperimentazione estetica in tale nuova situazione tecno-antropologica? La risposta di Costa è ancora positiva, nonostante tutto, anche se i nomi degli artisti che, “consapevolmente”, percorrono la strada della “estetizzazione” dei “flussi tecnologici” sono, tuttavia, ancora pochi. Tra questi quelli di Maurizio Bolognini e di Miguel Chevalier. A quest’ultimo, in particolare, è dedicato il saggio conclusivo del libro. Nelle operazioni tecno-artistiche di Chevalier, infatti, da un lato sembra che l’interiorità assuma un’esistenza esterna, dall’altro la preoccupazione dell’artista non è più quella per la forma, ma è decisamente per il flusso e la sua “estetizzazione”: in tal modo, sostiene Costa, “la forma, categoria forte dell’estetica tradizionale (storia delle forme, messa in forma, formatività…), cede all’informe, all’aleatorio, al casuale, all’effimero, al transitorio, all’incontrollabile, cioè all’accadere del flusso e dell’evento” (p. 141), tanto che “l’opera d’arte dell’avvenire […] consisterà sempre di più nella estetizzazione dei flussi neo-tecnologici” (ibidem).

 


Scheda tecnica
Mario Costa, Arte contemporanea ed estetica del flusso, Edizioni Mercurio, Vercelli 2010, 150 p., ISBN 978-88-95522-61-6, Euro 15.

 


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