Fogli e Parole d'Arte

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il 23 ottobre 2007.

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Spettacoli sulle scene e sugli schermi

The Circle e “il potenziale inespresso”

 

 

The Circle

regia di James Pomsoldt

 

 

Con Tom Hanks, Emma Watson,
John Boyega e Karen Gillan

Distribuzione Good Films

 

 

 

 

 

 

 

Il cerchio qui è metafora di ciò che chiude e che è chiuso; la linea circolare finita è confine che al suo interno ingloba ogni punto, localizzabile sul raggio equidistante dal centro e controllabile nei suoi moti entro le sezioni della superficie. L’idea del cerchio parrebbe incompatibile col modello del multiverso, della proliferazione dei mondi paralleli coesistenti e popolati da copie replicanti, ma in realtà, stando a David Deutsch (che lo definisce “la realtà fisica nella sua interezza … che contiene molti universi paralleli.”) anche la sua ipercomplessità è controllabile da un supercalcolatore quantistico. L’idea del multiverso – seppure se ne possa teorizzare l’estensione all’infinito – esclude l’infinito, poiché per il calcolo delle probabilità tutte le possibili combinazioni di materia saranno presenti da qualche parte – incluse la totalità delle copie, più o meno simili, della Terra e anche di noi stessi. L’ultima sequenza di The Circle (*) non a caso equivale a una metafora visiva del multiverso, rappresentato attraverso una miriade di schermi che proiettano su un mega-schermo istantanee di vite dai punti più distanti del pianeta, tutte sotto l’occhio del computer quantistico che controlla e riproduce attraverso l’occhio della macchina frammenti del mondo reale. In una compiuta apoteosi di quel controllo e di quella idolatria tecnologica che costituiscono i temi portanti del film, offerti nella narrazione con una sorta di acritica oggettività e disincantata accettazione.

La scelta di iniziare la lettura del film proprio da quella significativa sequenza finale, a suo modo grandiosa, consente di cogliere nel flusso narrativo, tessuto su una trama alquanto fragile, quegli squarci insospettati di problematicità e profondità, altrimenti sfuggenti e depotenziati dal privilegiare da parte di Ponsoldt un accattivante livello di leggerezza e intrattenimento per la soddisfazione del largo pubblico. La visione finale dei mondi paralleli, coesistenti simultaneamente su miriadi di schermi e inglobati entro il maxi-schermo, offre una chiave di lettura che consente di sottrarre il film ai suoi limiti e a quelle semplificazioni di cui è ambiguo portatore. Poiché - come si vedrà – è insufficiente una lettura critica che per un verso estremizzi i pericoli, attuali e futuristici, insiti nell’evoluzione tecnologica ed l suoi danni collaterali, e che per altro verso ne esalti i frutti e le promesse Entrambi questi aspetti ricorrono nel film con una implicita componente di ambivalenza irrisolta, che pare a tratti cedere il campo all’accettazione incondizionata del progresso da parte della protagonista, sia come destino ineluttabile sia inversamente come possibilità di liberazione e riscatto degli umani.


Lo scenario iniziale del film è quello della provincia americana, socioculturalmente arretrata ed economicamente depressa. Protagonista è Mae (Emma Watson), una ragazza la cui vita si svolge tra le mura di casa e quel territorio ristretto; il suo unico rapporto profondo appare essere quello con Mercer (Ellar Coltrane), un ragazzo solitario, che vive la sua modesta attività di artigiano come una scelta esistenziale antitetica alle contemporanee mode e tecnologie imperversanti, dedito interamente alla progettazione creativa e alla costruzione di cose utili per la normalità del quotidiano, nel segno della manualità e della lavorazione materiale. In quel contesto nulla sembra possa intaccare la routine della vita di Mae, la cui unica apertura al mondo consiste nel lavoro – alquanto frustrante – svolto in un call center. Il padre malato non può curarsi per le ristrettezze e le usuali inadempienze assicurative, e la madre è una casalinga, che lo assiste con una dedizione esemplare. Inaspettatamente, per l’interessamento dell’amica Annie (Karen Gillan), Mae ottiene un colloquio e viene assunta presso The Circle, azienda leader mondiale di tecnologia e social media, che conta miliardi di iscritti grazie a TruYou: un unico account, una sola identità, la medesima password e stesso sistema di pagamento per ogni membro.

 

La ragazza entra nelle grazie di Eamon Baylei (Tom Hanks), fondatore dell’azienda, che si scopre essere il successore dell’originario fondatore Kalden (John Boriega), che era stato defenestrato e che compare in alcune sequenze del film quale figura-ombra antagonista del leader. Essere membro del Cerchio significa condividere tutto di se stessi, e la ragazza si presterà all’esperimento estremo di rinunciare totalmente alla propria privacy per vivere la sua vita in un regime di trasparenza assoluta. Così accetta di convivere con la microcamera SeeChange , attivata per seguirla in ogni momento della sua giornata, mostrando i suoi momenti più intimi e coinvolgendo la sua famiglia in questo esperimento.

Le tecnologie più sofisticate improntano ogni relazione dei membri col mondo, con gli altri membri e anche con se stessi. L’ideologia che unisce i membri di The Circle si fonda sulla abdicazione della privacy e la socializzazione integrale delle esperienze, congiunta ad una accettazione senza limitazioni del controllo da parte della “macchina”: la rinuncia alla individualità e al pensiero critico, con quanto di divisivo e soggettivo essa comporta, è fatta in nome di una sorta di palingenesi teorizzata nel segno della trasparenza e della simbiosi tecnologica, e destinata a investire i contesti culturali, economici e anche politici. Poiché The Circle è una organizzazione il cui obbiettivo è pure riunire in un unico portale tutti gli account degli utenti in relazione a fini dello Stato, ad esempio nel campo dei servizi, della sicurezza, del voto ecc. E in effetti, in modo opaco e indiretto (con quella superficialità che lo contraddistingue), il film profila questo oscuro legame, evocando alcune figure della politica che vi fanno episodiche apparizioni.


Il comportamento contraddittorio della protagonista, che in un primo tempo si presta a sostenere le logiche di The Circle, non è mai colto come sintomo di una crisi personale né tantomeno come espressione di un conflitto vissuto in profondità. Anche dopo la morte dell’amico Mercer, causata da un episodio di invasione della sua vita - da una irruzione di membri del Cerchio e della “spia macchinale” nel suo mondo piccolo e chiuso, in cui aveva scelto di ripararsi e di sopravvivere - la protagonista (che se ne era resa corresponsabile), non coglie il senso di quel “sacrificio umano alla dea macchina”, e salda il suo debito col dolore ritornando a casa per una “pausa di riflessione”. Assenza di empatia sconfinante nel cinismo e tendenza all’arrivismo costituiscono – come si è sottolineato da più parti – la costante sottotraccia dei comportamenti della ragazza, che comunque, al ritorno dalla “pausa di riflessione” sul recente lutto, ritornerà trasformata dentro The Circle . La possibilità della riflessione critica su questa trasformazione è una delle poche possibilità di riflessione che il film consegna allo spettatore. Poiché l’analisi comportamentale su Mae consente di cogliere nella reazione della protagonista quei temi “inespressi”, di portata epocale, rispetto a cui il film, nel suo approccio debole e insufficiente, si rivela latitante, scadendo a prodotto di intrattenimento.




La critica per lo più insiste nell’individuare il tema dominante di The Circle nella questione della rinuncia alla privacy in cambio degli ipotetici benefici di una società totalmente trasparente, cogliendo il punto cruciale di questo processo nella iperbolica evoluzione in progress della tecnologia. Trattasi di un tema di portata apocalittica, degno di essere sottolineato, e, se l’intento della trasposizione filmica del libro di Dave Eggers era quello di portarlo in evidenza in modo anche solo parzialmente significativo, la critica ne ha decretato il fallimento. Se tuttavia lo spettatore volesse comunque raccogliere e fare sua la frase di Mae sul “potenziale inespresso” come chiave di lettura del film, cogliendovi la componente “incontrollabile” e perturbante “inespressa”, allora ciascuno potrebbe svolgere quella riflessione critica alla quale il film si sottrae. Infatti la mutazione richiesta ai membri del Cerchio nel chiuso “giardino virtuale” californiano non vi è mai svelata nelle sue implicazioni, in quanto funzionale all’instaurazione di un nuovo ordine globale, nel quale il soggetto pervenga alfine a identificarsi totalmente, rimuovendo ogni aspirazione dialettica/oppositiva e la percezione del dubbio e della “coscienza infelice”. Non è mai posta in questione l’eclisse del soggetto che l’appartenenza al Cerchio esige: per vivere “dentro il sistema” gli è imposta la rimozione delle pulsioni dell’inconscio e dei conflitti annessi, e il rigetto della sfera della sensibilità, dell’immaginario e di tutto quanto contrasti col principio di realtà identificato nella ratio della “macchina ”.

A fronte di questi temi, neppure evocati “per assenza” né dalla narrazione né dalla trama, viene addotta la freschezza giovanile della protagonista nel contesto social dei membri, che contrasta, e anzi stride, con le implicazioni planetarie dei problemi suscitati. Da inconsapevole pedina del gioco del “fondatore cattivo”, Mae si trasforma in un’abile giocatrice di scacchi. La sua mossa finale è un imprevedibile “scacco al re”: nel Cerchio la ragazza pone in atto una intelligente sfida mentale e pragamatica, senza passione e senza utopia e perciò anch’essa “macchinale” (una macchinazione). Il punto cruciale individuato da Mae sta nel rovesciare la leadership corrotta e cinica che governa The Circle. Così la ragazza, violando la privacy fino ad allora ben protetta dei due leaders iniqui, ne mette a nudo le pratiche illecite e le finalità di dominio. E’ una mossa strategica che non va – non può andare se non temporaneamente – alla radice del vero problema, ovvero quello di chi controlla i controllori della “macchina”, riconducendo la questione alla sua radice: quella del potere che programma e dirige la “macchina”. E infatti, nel finale, la protagonista pare crogiolarsi nell’illusione della sua (temporanea) vittoria, mentre, sul kajak che usava per le “fughe” in mare aperto, rischiando la vita per sfogare i suoi impulsi alla libertà deviati e repressi, ora si rilassa, vegliata da droni simili a pterodattili, alieni “guardiani fidati” che la sorvolano, finalmente controllati da “potere amico”. Un potere tuttavia che permane in mani invisibili, e i cui occhi ci controlleranno nell’ordine del multi verso attuale, di cui la sequenza finale con una miriade variegata di schermi costituisce la “metafora visiva”.

 

Come nel lieto fine delle favole, nell’ordine globale del multiverso – pachtwork assemblato di mondi paralleli - quando il governo della “macchina” sarà nelle giuste mani, potrà realizzarsi l’utopia di The Circle: allora finalmente lademocrazia virtuale globale” – entità astratta, formata di personalità e menti rigenerate e sterilizzate, epurate dal peso drammatico e contraddittorio del passato e della storia - attuerà l’esorcismo della dialettica e instaurerà il suo regno indenne da conflitti. La sfida apparentemente vincente di Mae si rivela in realtà la cartina di tornasole della sconfitta a cui è condannata ogni possibile dialettica nel Cerchio, un dominio di apparente unità, in cui gli opposti coesistono, a tratti intercambiandosi, e ove i rapporti antagonistici reali che reggono l’esistenza, i brutali squilibri economici e gli sviluppi sanguinosi della storia, vengono neutralizzati, “pacificati” e inglobati.. Nel nuovo ordine globale una cultura artificiale elevata a falso collettivo e a una falsa universalità è realizzata al prezzo della cancellazione della coscienza critica e dello sradicamento delle culture e della memoria individuale e collettiva. Mentre il potere vi permane invisibile.

Ecco allora che, dentro The Circle, l’idea di “potenziale inespresso” è davvero tutto quanto ci resta.

 

(*) La pellicola è l'adattamento cinematografico del romanzo Il cerchio di Dave Eggers del 2013.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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