Fogli e Parole d'Arte

Rivista d'arte on line, ha ricevuto il codice ISSN (International Standard Serial Number)
1973-2635
il 23 ottobre 2007.

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Andrea Bonavoglia (Roma)
e distribuita on line dalla società Ergonet di Montefiascone (Vt).

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Testuali parole

Guerra ai Musei


Quando il patrimonio culturale mondiale è sotto attacco

Fig. 1
Non c'è nel titolo un oscuro invito futurista alla distruzione dei musei, ma vuole essere un racconto di razzie e danneggiamenti in tempo di guerra.

Sfortunatamente la storia ci insegna che guerre e conflitti, non solo distruggono vite ma spesso riescono a devastare anche patrimoni culturali inestimabili.

Sin dai secoli prima di Cristo, si sono susseguiti esempi di distruzione o di razzie dei beni dei popoli vinti e sottomessi.

 

 

Razzie e distruzioni dall'antichità alla Quarta Crociata

Anche se il re assiro Assurbanipal (668-631 a. C.) chiese la sistemazione dei testi cuneiformi, creando una sorta di biblioteca-archivio a Ninive; non si fece, invece, troppi scrupoli quando distrusse la capitale elamita Susa, nel 640 a. C. privandola inoltre delle sue bellezze.

Nel V secolo a. C., il triste “testimone” passò al re persiano Serse che, come ci informa Erodoto, spogliò e profanò il Tempio di Babilonia, rimuovendone la statua d'oro dedicata al dio Baal.

I romani non furono da meno. Tra III e I secolo a.C. Roma conquista le città della Magna Grecia, saccheggia Corinto e Atene, preoccupandosi di trasferire le bellezze greche nell'Urbe.

Dopo l'assedio di Costantinopoli del 12 aprile 1204 i quattro Cavalli Bronzei d'epoca classica furono trofei che i veneziani posizionarono sulla facciata della Basilica di S. Marco, così come il monumento ai Tetrarchi.

 

 

Liberté, Égalité, Fraternité... et Soustraction

Nel pieno degli avvenimenti della rivoluzione francese, la confisca del patrimonio degli agiati appartenenti all'Ancien Régime era uno degli strumenti fulcro per la smantellamento del corrotti. Le bellezze artistiche di cui godeva clergé e noblesse erano simboli dell'antico stato e per questo furono distrutti e saccheggiati. Un numero incalcolabile di beni fu disperso, causando una delle più grave perdite di opere d'arte, in nome di un fanatismo iconoclasta.

Fig. 2Alla fase devastante seguì una più ponderata soluzione: si affermò il principio che i beni d'arte appartenessero al patrimonio nazionale e che quindi, andassero conservati per il vantaggio di tutti.

Fu così scelto il Louvre per ospitare le ricchezze artistiche e culturali della nuova Repubblica.

Ma questa fase di cura per il proprio patrimonio non durò molto, le guerre contro Austria, Prussia e Inghilterra portarono a nuove razzie.

 

 

Dio me l'ha data, guai a chi la tocca!”

Il culmine arrivò con l'entrata in scena di Napoleone che promosse uno dei più grandi saccheggi culturali e artistici della storia. Napoleone apportò il sistema di includere le opere d'arte tra le clausole dei trattati di pace, facendole anche rientrare tra i contribuiti di guerra.

Con la campagna d'Italia del 1796, la Francia vide arrivare tra le sue proprietà opere di importanza ineguagliabile. Per celebrare la vittoria, il Direttorio permise che i “trofei” conquistati potessero sfilare lungo Champ-de-Mars.

Fig. 3Tra le opere che i parigini videro nel corteo: i Cavalli bronzei di S. Marco; la Trasfigurazione e l'Ascensione di Raffaello; la Madonna della vittoria di Mantegna; la Crocefissione di S. Pietro di Reni; Le nozze di Cana del Veronese; diverse antichità pompeiane; la Venere dei Medici; sette dipinti di Vinci, tra cui dei suoi manoscritti; nove di Correggio; quindici opere del Veronese; dieci Tintoretto; ventiquattro Tiziano; una delle prima copie del Bellum iudaicum di Flavio Giuseppe; lo Sposalizio della Vergine del Perugino e la Madonna di Foligno di Raffaello.

Riguardo ad un'opera del Correggio, Madonna con S. Gerolamo, Napoleone rifiutò persino un milione di franchi offerti dal duca di Parma affinché il quadro non venisse portato via. A Monza Napoleone prese la Corona ferrea mentre a Verona portò via la nota Pala di S. Zeno.

Nel 1797 Francia e Stato pontificio firmarono il trattato di Tolentino che, tra le varie richieste, imponeva al Papa la cessione di Avignone e importanti opere tra cui: il Bruto capitolino; Laocoonte; Apollo del Belvedere; Torso Belvedere; Fanciullo che strozza l'oca; Amore e Psiche; Discobolo di Mirone; Galata morente; la Deposizione di Caravaggio e la Sacra famiglia di Giulio Romano.

Dalla Spagna furono invece inviate a Parigi una Venere di Tiziano e la Madonna col pappagallo di Murillo.

Non meno nota è la Stele di Rosetta. Rinvenuta nel 1799, durante la costruzione di un forte nell'odierna Rashid da uno degli uomini di Bouchard. Si capì l'importanza del ritrovamento e così i francesi decisero di spostarla ad Alessandria. Alla resa dei francesi, gli inglesi chiesero indietro tutti i beni ricavati dai francesi nella spedizione in Egitto, tra cui la stessa stele.

Con la disfatta napoleonica a Waterloo l'accordo internazionale di Parigi del 1815 consentì la restituzione di almeno una parte delle opere trafugate da Napoleone. Per il Vaticano fu lo stesso Canova ad essere inviato per la richiesta dei beni.

 

Hanno trovato più agevole frantumare la cornice”: i Marmi Elgin del Partenone

Dal XV sec. la Grecia fu sotto dominio ottomano. Nel 1687 il doge veneziano Francesco Morosini bombardò l'acropoli ateniese sapendo che i turchi la utilizzavano come deposito di polvere da sparo. Con la tremenda esplosione cadde completamente il tetto del Partenone.

Fig. 4Nel 1804 Lord Thomas Bruce di Elgin, ambasciatore britannico presso l'impero Ottomano, chiese di prelevare dall'Acropoli alcune pietre con delle epigrafi, ma fece di più, inviando una squadra di operai che con seghe e scalpelli tagliarono una per una le sculture.

La “lista della spesa” ellenica di Lord Elgin comprendeva: 15 metope, 56 bassorilievi e 12 statue, quasi l'intero frontone ovest del Partenone e, per non farsi mancare nulla, una delle sei Cariatidi dell'Eretteo.

Su come arrivarono in Inghilterra i marmi del Partenone ci sono diverse versioni: c'è chi sostiene che andarono ad abbellire il giardino della villa di Bruce; chi invece afferma che i marmi non raggiunsero mai la dimora di Elgin poiché egli stesso fu imprigionato in Francia.

Si è comunque certi che per un certo periodo, lord Elgin attraversò gravi difficoltà economiche e fu costretto a vendere i suoi beni al governo britannico, che li espose al British Museum nel 1817.

 

 

A volte ritornano: la Stele di Axum

La vicenda dell'obelisco di Axum iniziò nel 1935-1936 quando l'esercito italiano annesse l'Etiopia all'Africa Orientale Italiana. Si tratta di un obelisco di 24 metri per 150 tonnellate in granito, costruito tra I e IV secolo d.C. Alla base sono scolpite due finte porte così come finte sono le doppie finestre che corrono su tutta la lunghezza della stele.

Quando Mussolini ordinò di trasportarlo nel 1937 in Italia, per celebrare il quindicesimo anniversario della Marcia su Roma, il monolite fu diviso in cinque tronconi. Le varie parti furono poi trasportate fino al porto di Massaua (Eritrea) e caricate sul piroscafo “Adua”.

Giunta a Roma la stele fu collocata nell'ottobre del 1937 in Piazza di Porta Capena, di fronte al Ministero delle Colonie e al Circo Massimo. Per assemblare i pezzi furono utilizzati perni di bronzo lunghi 60 centimetri e spessi 10 centimetri, legati alla pietra da cemento a forte presa.

Nel 1943 l'obelisco fu colpito da raffiche di armi automatiche danneggiandolo ulteriormente.

Nel '69 lo Stato italiano si propose di riconsegnare all'Etiopia la stele, ma l'imperatore Selassié la donò all'Italia in segno di amicizia. Con la deposizione dell'imperatore nel 1974, il nuovo assetto politico eritreo mutò e il governo chiese la restituzione dell'obelisco. Restaurato nel 2002 e poi smontato l'obelisco fece ritorno ad Axum nel 2008, tra numerose proteste e opposizioni.

Fig. 5 Fig. 6

 

 

Il Terzo Reich: la seconda grande razzia della storia e i recuperi di Rodolfo Siviero

Nel 1933, con la salita al potere del nazionalsocialismo, Hitler ordinò la requisizione di opere d'arte per realizzare un grande museo a Linz, il Führermuseum, che si sarebbe aperto nel 1950. Per Hitler, però, ogni movimento artistico non era da considerarsi “arte”, coniò quindi il termine “Entartete Kunst” per indicare quelle opere artistiche che non riflettevano i valori e le estetiche naziste. Tra le opere esposte al museo del Führer non avremmo di certo trovato dadaisti, cubisti, espressionisti, impressionisti, fauves e surrealisti.

La passione di Hitler fu tale che anche altri gerarchi nazisti vollero allestirsi una propria galleria privata, primo fra tutti fu il feldmarschall Göring.

Fig. 7Nel 1940 un'organizzazione nota come Einsatzstab Reichsleiter Rosenberg (ERR) ebbe il compito

di confiscare ogni tipo di materiale politico nei paesi occupati dal Reich; alla fine del 1940, Göring, al comando dell'ERR, cambiò le direttive d'uso dell'organizzazione che divenne un'unità particolare per le confische dei beni artistici e culturali delle famiglie ebree o di chiunque si fosse opposto al Führer. Furono così sequestrati oltre 21.000 oggetti d'arte, solo dalle famiglie ebraiche. La collezione di Göring comprendeva il 50% delle opere confiscate ai nemici.

Per quanto riguarda l'Italia, tra 1940 e 1941 iniziò la fuoriuscita di opere d'arte, nonostante le resistenze del ministro dell'Educazione nazionale Bottai.

Per compiacere Göring e i gerarchi nazisti furono prelevate numerose opere d'arte italiane. A partire dall'armistizio tra Regno d'Italia e Alleati, nel 1943, lo stesso Göring istituì il “Kunstschutz” un corpo speciale militare che aveva il compito di “proteggere” dai bombardamenti alleati i beni culturali italiani che venivano quindi trasportati in Germania o comunque nelle zone sotto il controllo tedesco.

La città più colpita fu Firenze; i capolavori degli Uffizi furono smistati tra S. Leonardo in Passiria (BZ) e Campo Tures (BZ), in un vecchio convento.

Una volta che gli Alleati penetrarono nei domini del Reich i beni furono confiscati e riuniti in “collecting points”: Monaco di Baviera, Wiesbaden e Offenbach (entrambe nell'attuale stato federale di Hessen).

Terminato il conflitto l'Italia iniziò le pratiche per la richiesta delle restituzioni, aderendo così alla Dichiarazione di Londra (1943). Nel 1946 fu creata quindi una delegazione apposita guidata da Rodolfo Siviero.

Nella lista dei recuperi di Siviero troviamo tra l'altro: la Danae di Tiziano, che fu regalata a Göring per il suo compleanno e ritrovata in una miniera poFig. 8co distante da Salisburgo; il Discobolo di Mirone, che fu veduta illegalmente ad Hitler nonostante notifica ministeriale; la Leda  e il cigno di Tintoretto, venduta a Göring; l'Hermes in riposo di Lisippo, ritrovata con il capo frantumato nelle miniere saline stiriane; l'Antea del Parmigianino, la Madonna del Divino Amore di Raffaello, il S. Girolamo nello studio di Colantonio, il Ritratto di fanciulla di Tiziano, la Madonna del velo di Sebastiano del Piombo, l'Annunciazione e Santi di Filippino Lippi, la Parabola dei ciechi di Bruegel e la Sacra Conversazione con donatori di Palma il Vecchio, rinvenuti anche questi ad Altaussee e ricoperti di muffa.Fig. 9

 Altri esempi di esportazione illegale tramite vendita furono quelli riguardanti il Ritratto di Giovan Carlo Doria a cavallo di Rubens e la Leda col cigno di un pittore leonardesco, forse Francesco Melzo, che furono venduti al Führer nel 1941.

L'11 giugno 1941 lo stesso Mussolini ordinò la donazione ad Hitler  del Ritratto di uomo di Hans Memling, mentre sempre Göring acquistò Diana e Callisto di Sebastiano Ricci e Capriccio architettonico con rovine ed edifici classici del Canaletto che furono, tra l'altro, trasportati fuori dall'Italia col treno speciale del feldmarschall.

La ferma opposizione di Bottai non servì a fermare Mussolini che, per compiacere Göring, comprò per quest'ultimo il Polittico della Chiesa Parrocchiale “Madonna della Palude” a Vipiteno del maestro Hans Multscher di Ulm pagandolo 9 milioni di lire. Particolare fu il caso della Madonna col bambino e S. Giovannino del cosiddetto Pseudo Francesco Fiorentino. L'opera, di proprietà dell'antiquario Ventura fu venduto a Göring nel '42 insieme ad altre 13 opere e in cambio ricevette nove quadri impressionisti che erano stati confiscati dall'ERR.

Se tutte queste opere rientrarono dopo la razzia nazista, molte opere furono precedentemente occultate dallo stesso Siviero, prima che il Kunstschutz se ne potesse appropriare, come l'Annunciazione di S. Giovanni Valdarno del Beato Angelico. Sempre grazie a Rodolfo Siviero si deve il salvataggio di alcune  opere di De Chirico, quest'ultimo infatti dovette fuggire con la moglie ebrea Isabella Far abbandonando anche il suo studio, Siviero così si travestì da ufficiale di polizia e con alcuni partigiani prelevarono in anticipo e nascosero in un deposito della Soprintendenza le opere del pittore.

 

 

URSS e USA

Con la sconfitta del Reich nazista le potenze occupanti assunsero poteri sovrani sul territorio tedesco. La stessa Unione Sovietica si impossessò di un bottino notevole, in particolare il cosiddetto Tesoro di Priamo, scoperti nel 1873 da Schliemann e tenuto nascosto sino al 1993 quando furono esposti al Puskin.Fig. 10

Poco conosciuto è invece il caso di Quedlinburg, che coinvolse un tenente statunitense. Siamo a pochissimi giorni dalla fine della Guerra. Abbazia di Quedlinburg, fondata come ecclesia propria dalla famiglia imperiale di Ottone I del Sacro Romano Impero nel 936. Con la riforma protestante la chiesa fu convertita in Chiesa Luterana di S. Servazio di Tongres. Le operequi conservate furono traslate per sicurezza in una miniera a sud-ovest. Il 19 aprile del 1945 il nascondiglio fu rintracciato dall'87° reggimento armato della fanteria statunitense e posto sotto protezione. Due mesi dopo la Chiesa di Quedlinburg si lamentò della sparizione di otto oggetti, tra cui: un manoscritto miniato del IX sec. (il Samuhel Evangeliar); un evangelario del 1513 (Evangelistar aus St. Wiperti); un reliquiario ed un pettine liturgico. Le indagini non poterono però proseguire poiché l'area era sotto la giurisdizione della Repubblica Democratica Tedesca.

Il tenente Meador membro del reggimento LXXXVII, prima della guerra, conseguì nel '38 una laurea in arte all'Università Statale del Texas del Nord. Alcuni suoi commilitoni testimoniarono di averlo visto entrare nella miniera ed uscire con dei pacchi. Anche le lettere per la famiglia lo incastravano indicando spedizioni di vari oggetti indirizzati a Whitewright, Texas.

 

 

Buddha, Babilonesi e Tutankhamon

Fig. 11Fig. 12

La storia purtroppo si è ripetuta anche in anni più recenti. Nel marzo 2001 i Talebani distruggono le due statue del Buddha di Bamiyan, in Afghanistan. Nonostante le dichiarazioni del 1999 del Mullah Mohammed Omar riguardanti la consapevolezza dell'importanza culturale (ma anche economico-turistica) delle due statue di quasi 1500 anni fa, furono comunque colpite da cannonate, in nome di una iconoclastia furiosa e cieca. A nulla servirono le richieste di risparmiarle. Il ministro della cultura dei Talebani Qadratullah Jamal sentenziò: “I nostri soldati stanno lavorando duramente per distruggere il resto delle statue, lo faranno presto”. Guerra all'arte.

È notizia di pochi giorni fa che, secondo i ricercatori della Technische Universität München, che hanno studiato i frammenti dei due Buddha, erano in origine dipinte. In particolare le tuniche furono dipinte più volte in seguito a restauri: la veste del Buddha di 55 metri era di colore rosa per poi passare all'arancione e infine al rosso, mentre la veste del Buddha di 38 metri era bianca con una fodera interna prima blu poi azzurra. Per la realizzazione delle tuniche furono impiegati argilla, paglia (per l'umidità) e peli di animali per compattare il composto.

 

Anno 2003. Seconda Guerra del Golfo. Un sconfitta anche per le antiche civiltà. Nell'aprile del 2005 viene bombardato il piano superiore del minareto Malwiya. Si tratta di un minareto di 57 metri in arenaria, costruito per ordine del califfo abbaside al-Mutawakil nel 852. Dopo l'abbandono degli americani, due uomini furono visti entrare nella struttura e posizionare una bomba che così sbriciolò i mattoni del piano superiore.

La Biblioteca Nazionale di Baghdad fu fortemente danneggiata dagli incendi. Migliaia di manoscritti andarono perduti.

Fig. 13Nell'antica città di Ur, considerata dalla Bibbia città natale di Abramo, le forze americane dipinsero con spray alcuni resti archeologici.

L'antica pavimentazione in mattoni di Babilonia fu letteralmente sminuzzata dai veicoli militari così come trincee furono ricavate da scavi archeologici, una perdita importantissima per la stratigrafia del luogo.

Soldati americani furono immortalati in fotografie in procinto di strappar via frammenti di affreschi dalle pareti di una moschea, un souvenir. Il frutto di questi saccheggi è stato rintracciato su eBay: sigilli di oltre 3000 anni fa, sculture babilonesi del 1700 a.C. e tavolette cuneiformi del 1900 a.C.

E, come se non bastasse, negli ultimissimi mesi anche gli antichi egizi sono stati coinvolti. Con le sommosse popolari del 2011, che hanno portato alla caduta di Mubarak, il Museo de Il Cairo viene razziato. Per rubare i vari reperti sono state infrante vetrine e danneggiate due mummie insieme a una settantina di oggetti. Le stesse Piramidi sono state chiuse al pubblico e isolate da soldati. I reperti trafugati dal Museo Egizio sono otto, di immenso valore storico e artistico: una statua della dea Akena, la testa in arenaria di una principessa Amarna, uno scarabeo a forma di cuore e 11 statuette del funzionario Yuya, una statua di Nefertiti mentre fa offerte e due statue di Tutankhamon. Altri musei sono stati spogliati dei loro tesori: Menfi, Alessandria ed El Manial.


 

Normativa internazionale

Dopo l'esperienza della Seconda Guerra Mondiale, l'Unesco ha depositato nel 1954 un sistema di convenzioni per la tutela dei beni culturali in caso di conflitto armato. La Convenzione dell'Aja del 14 maggio 1954 prevede due modelli di protezione: la protezione generale e quella speciale, vincolando così oltre 100 nazioni che hanno ratificato la normativa. È inoltre previsto l'uso di un segno distintivo per identificare i beni protetti. L'art. 4 afferma il rispetto dei beni culturali situati sia sul proprio territorio sia in quello degli altri Stati, astenendosi dall'utilizzazione di tali beni per scopi che potrebbero portarli al danneggiamento o peggio alla loro distruzione.

L'attuazione della convenzione ha però sofferto, fino ad ora, di scarsa efficacia, ne sono esempi i casi afghani e iracheni. La convenzione impone ai singoli Stati di attivarsi per l'iscrizione dei loro beni culturali in un registro internazionale, purtroppo l'Italia figura tra le Nazioni più “indolenti”.

Nel 1999 fu sottoscritto un II° protocollo alla Convenzione, adottato all'Aja il 26 marzo 1999, che apporta significativi cambiamenti. Nel protocollo si ha l'estensione del campo di applicazione anche ai conflitti interni, escludendo però le situazioni di disordine e tensione temporanea. Esiste inoltre una nuova forma di protezione, che in realtà va porsi tra le due precedentemente descritte: la protezione rinforzata. Per questi beni è prevista l'iscrizione in una lista apposita tenuta da un comitato speciale, non dal Direttore Generale Unesco. Straordinaria novità del secondo protocollo è la qualifica di attacchi deliberati al patrimonio come veri e propri “crimini di guerra”.


Didascalie delle immagini

  1. Tetrarchi, III-IV secolo, esterno del Tesoro di S. Marco a Venezia;

  2. Corona ferrea, 326, Duomo di Monza;

  3. Madonna della Vittoria, Mantegna, 1496, Museo del Louvre, Parigi;

  4. Bruto Capitolino, 300-275 a.C., Musei Capitolini, Roma;

  5. Metopa del Partenone (Centauromachia), 447-438 a.C., British Museum, Londra;

  6. Stele di Axum, I-IV secolo, sito di Axum, Etiopia;

  7. Discobolo, Mirone, copia dell'originale del 455 a.C., Museo Nazionale Romano, Roma;

  8. Madonna del Divino Amore, Raffaello, 1518 circa, Museo di Capodimonte, Napoli;

  9. Annunciazione di S. Giovanni Valdarno, Beato Angelico, 1432 circa, Museo della basilica di Santa Maria delle Grazie, San Giovanni Valdarno (AR);

  10. Samuhel Evangeliar, 1225-1230, Chiesa Luterana di S. Servazio di Tongres, Quedlinburg (Sachsen-Anhalt, Germania);

  11. Buddha di Bamiyan, 591-644 (statua più grande) e 544-595 (statua del Buddha minore), Valle di Biyaman, Afghanistan;

  12. Ricostruzione dei Buddha di Bamiyan (© Arnold Metzinger, graphics processing by Technische Universität München);

  13. Al-Matḥaf Al-ʿIrāqī (Museo Nazionale Iracheno), esterno;

  14. Scudo Blu, simbolo della tutela dei beni culturali secondo i dettami della Convenzione dell'Aja.

 

Bibliografia essenziale

  • A. Paolucci, “Arte contesa”, disponibile su <http://www.treccani.it/enciclopedia/arte-contesa_(Il_Libro_dell'Anno)>;

  • C. Nadotti, “Il patrimonio artistico dell'Iraq in vendita all'asta su eBay”, in la Repubblica, 7 aprile 2005;

  • E. Franceschini, “Tutti la vogliono mma Mosca non molla”, in la Repubblica, 21 febbraio 1998;

  • E. Francescihi, “I capolavori dell'Ermitage 'Bottino di Guerra'”, in la Repubblica, 21 febbraio 1998;

  • E. J. Sano. "Quedlinburg Art Affair", Handbook of Texas Online, 11 agosto 2008;

  • G. Leupp, “Il bombardamento del Minareto Malwiya”, in Nuovi Mondi Media, 9 aprile 2005;

  • M. A. Macciocchi, “Lo scippo d'Italia”, in Corriere della Sera, 6 maggio 1996;

  • M. Brocca, “La protezione dei beni culturali in caso di conflitto armato”, in Aedon. Rivista di Arti e diritto on line, 3, 2001;

  • M. Mandò, “La lotta per il Partenone ha le armi di internet”, in la Repubblica, 21 febbraio 1998;

  • P. Vagheggi, “Capolavori d'arte prigionieri di guerra”, in la Repubblica, 21 febbraio 1998;

  • P. Vagheggi, “Cinque macchiaioli nel mercato della guerra”, in la Repubblica, 21 febbraio 1998;

  • P. Veronese, “Il viaggio di ritorno dell'obelisco di Axum”, in la Repubblica, 21 febbraio 1998;

  • Sistema di convenzione dell'Aja per la protezione dei beni culturali (Convenzione, Regolamento di esecuzione e Protocollo del 1954 e II° Protocollo del 1999);

  • Siviero, R. “L'arte e il nazismo: esodo e ritrovo delle opere d'arte italiane 1938-1963”, Firenze, Cantini, 1984.

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